Un progetto a cura degli allievi dei master in editoria dell’Università Cattolica del Sacro Cuore

“La mia grande battaglia quotidiana? La censura”: intervista a Debbie Bibo

“La censura. Il politicamente corretto. Viene dalla destra e dalla sinistra, è ovunque. Anziché arricchire, sanifica e sterilizza, lasciando miseria al posto di meraviglia.” È questa la parte più difficile del lavoro di Debbie Bibo, la “grande battaglia quotidiana”, per usare parole sue. Dal 2011 gestisce l’agenzia letteraria che porta il suo nome, dove rappresenta autori e illustratori di albi illustrati, e sarà docente del nuovo master in editoria dell’Università Cattolica Master Children’s Books & Co.
Il suo mestiere è per lei anche una missione: “Per poter vendere una cosa devo amarla e poterla difendere davanti a un editore critico”. Nel suo studio, nel quartiere Isola a Milano, in mezzo al colorato disordine post Bologna Children’s Book Fair, racconta luci e ombre di un lavoro in cui la fiducia gioca un ruolo fondamentale.

Davvero, la censura?
Certo, e rappresenta un grosso limite psicologico, crea un grandissimo stress sugli autori, che arrivano ad autocensurarsi per prevenzione sulla base di fantasmi che a volte rimangono tali. Penso sia anche un grandissimo disservizio verso i bambini. Siamo forse noi, a priori, i guardiani, i gatekeepers, dell’editoria? No. Se una persona bianca non può ritrarre o narrare un bambino nero per non rischiare un’appropriazione culturale, allora non esiste più la fiction. Non posso scrivere un libro su un maschio perché sono femmina? Questa è una gabbia. Possiamo solo parlare di noi, perché non si può più parlare dell’altro.

Vi è mai capitato che qualche Paese vi rifiutasse un progetto?
Assolutamente sì. Mi è capitato con un libro che ha vinto uno dei premi maggiori in Francia. Abbiamo venduto i diritti in diversi Paesi, ma in America gli editori mi hanno guardato con gli occhi spalancati. Il libro narra in modo ironico un duello fra un cowboy e un indiano. È molto cinematografico, con pochissime parole. I bambini lo capiscono subito, e capiscono secondo me anche l’ironia. Eppure, il fatto che l’autore avesse disegnato l’indiano con la pelle rossa e il copricapo, per gli editori americani rappresentava uno stereotipo da evitare. Forse non avevano capito che il libro stesso era una guerra allo stereotipo: è un libro sulla pace e sul rispetto.

Cosa ne pensa della riscrittura dei testi di Roald Dahl?
È una grandissima ipocrisia. I bambini parlano in un certo modo, fanno cose. Non è che se non si dice una cosa questa non esiste. L’enorme errore dell’editore è stato quello poi di fare un passo indietro e proporre due versioni: si cerca di accontentare tutti ma non si può. Ammorbidire o occultare certe cose è un controsenso, soprattutto in testi estremamente ironici e dissacranti come quelli di Dahl. Mi rassicura però il fatto che i giovani siano attenti a queste tematiche.

Com’è lavorare con autori di mercati e culture diverse?
È una delle cose più belle, è una ricchezza. Quest’anno abbiamo lavorato molto con i coreani. Sento una grande affinità con loro; è bellissimo ma anche molto difficile. Non è solo una questione di lingua, ma anche di cultura: a volte alcuni libri non possono raggiungere determinati mercati.

Avete più problemi con il testo o con le immagini?
Capita molto più frequentemente che non piacciano le immagini. Spesso la storia funziona ma l’editore ci chiede di poter fare altre illustrazioni. Il problema è che molte volte autore e illustratore sono la stessa persona. In quei casi rifiutiamo, semplicemente pensiamo di aver trovato l’editore sbagliato.

Lei è americana, madre giapponese, padre ebreo. Le sue radici hanno influenzato il lavoro che fa?
Mi hanno aiutato aumentando la mia curiosità. Ho sempre desiderato conoscere altre culture. Sono cresciuta in una famiglia multietnica, con due modi di pensare molto diversi tra loro: ho imparato a essere in sintonia con mondi diversi dal mio.

Com’è arrivata in Italia?
Sono arrivata qui nel 1992, dopo la laurea. Avevo studiato tutt’altro, Scienze politiche. Ho insegnato inglese e poi ho ricominciato a studiare: fotografia. Ho cominciato poi a tradurre e a lavorare in una casa editrice di arte contemporanea. A un certo punto mi sono interessata all’illustrazione per l’infanzia. E così ho fondato l’agenzia nel 2011, quando dicevano che la stampa era morta per colpa degli ebook.

E non le viene mai voglia di tornare in America?
Mai. Mi piace tantissimo qui. Viaggio spesso per lavoro e quello mi basta. Poche settimane fa, per esempio, mi hanno invitato a Buenos Aires per un congresso. Qualche anno fa, a Mosca, ho conosciuto delle illustratrici russe bravissime. Sono molto fiera di loro, e continuiamo a lavorare insieme nonostante la guerra. Forse la cosa più bella del mio lavoro sono proprio tutti i rapporti che si stringono con le persone.

Esiste una ricetta che funziona per i palati di tutto il mondo?
No, ma un’idea geniale tende ad attraversare tutte le culture. Quando c’è un tocco di genio, non importa lo stile e non importa la lingua, il libro comunica. È una cosa rara, ad alcuni autori capita sempre, ad alcuni mai. Credo che uno dei segreti sia il tempo e la cura che si dedica al proprio progetto. Ma a volte il segreto è anche riuscire ad aspettare.

Le immagini sono “cose da bambini”? Perché a un certo punto spariscono dai libri che leggiamo?
Forse, a un certo punto, quando i bambini imparano a leggere vogliono farlo da soli e vogliono avere più testo nei loro libri. Ma, dal punto di vista del marketing, credo sia soprattutto un problema di posizionamento. Come si distingue un albo illustrato che non è per bambini? Come si comunica? Con la copertina, con il formato, con il titolo? Una volta fatto, dove va nella libreria? Non c’è un posto.

C’è un libro che ha curato a cui è particolarmente affezionata?
Quello più sofferto e quello su cui ho lavorato di più: La foresta. Dall’idea alla pubblicazione sono passati sette anni. Ci sono stati due anni di rifiuti, però io ci credevo. E alla fine è stato selezionato tra i New York Times Best Illustrated Children’s Books del 2018. È nato da un’idea di Riccardo Bozzi, mio marito, che ha voluto parlare della vita attraverso la metafora della foresta. Il testo era molto difficile da illustrare. E poi la cartotecnica, le fustelle, i tipi di carta. Sembrava una follia, anche per i costi. Nessuno sembrava poterselo permettere. Poi però abbiamo trovato un editore; a volte basta trovarne uno che ci crede e arrivano anche gli altri. È un libro davvero speciale. È un libro che parla a tutti.

Qual è il suo libro preferito?
Il primo che mi viene in mente è un libro per ragazzi ed è il più intenso che abbia mai letto: Sad Book di Michael Rosen. Purtroppo, non credo sia ancora stato pubblicato in Italia. È illustrato da Quentin Blake e parla della morte del figlio dell’autore. Un libro tragico ma davvero potente. Mi piace Joyce Carol Oates, Una famiglia americana, perché è una saga familiare americana con tutte le sue problematiche però no, non sono ancora convinta. Mattatoio n.5 di Kurt Vonnegut potrebbe essere, perché mi piace moltissimo l’autore, come scrive, e il suo modo originale di raccontare l’esperienza in guerra. Diciamo che adoro le biografie e le autobiografie, anche romanzate. Oh my God, I got it! In cold blood, A sangue freddo, di Truman Capote. Ah, ce l’ho fatta!

Che consiglio darebbe a chi volesse fare il suo lavoro?
Leggere molti libri di letteratura per l’infanzia: la si deve amare. E poi consiglierei di lavorare per un po’ in una casa editrice, così da vedere come funzionano le cose dall’altra parte.

Ha un sogno nel cassetto?
Sì, certo: vorrei che uno dei miei autori facesse un bestseller. Ovvio!

Questa intervista è stata realizzata nell’ambito del corso di Testi e video per l’informazione giornalistica di Carlo Fumagalli. Vedi l’elenco completo degli insegnamenti del Master Professione Editoria.

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