File chilometriche accerchiano i loro stand alle fiere del libro, creando esperienze immersive, più che semplici acquisti. Ma come si realizza uno storytelling di successo? Lo racconta Sebastien Le Noel, la mente creativa che si cela dietro la casa editrice indipendente Ippocampo.
L’Ippocampo è stata fondata nel 2003 da Patrick Le Noel e Giuliana Bressan, i suoi genitori. Quali sono gli aspetti positivi e negativi del lavorare in un’impresa famigliare?
L’aspetto positivo è che c’è la fiducia, perché lavori con persone che conosci profondamente, l’aspetto negativo è che quando litighi con un collega è un conto, quando litighi con la famiglia è un altro. Ci sono sicuramente dinamiche personali che entrano nella logica di business. Ma in generale ci si capisce di più.
All’Ippocampo ricopre il ruolo di direttore creativo. Come nasce la sua passione per il disegno?
Ho sempre amato la creatività. Mia madre mi ha trasmesso la passione per il disegno, mentre mio padre ha sempre avuto una grande cultura visiva e ha istruito al bello sia me che le mie sorelle fin da piccoli. Questo mi ha fatto sviluppare una sensibilità all’estetica.
Il logo della casa editrice è stato disegnato da lei a 15 anni.
Mio padre ci raccontava sempre storie sulla mitologia greca, già a sette anni ci insegnava il greco antico. Quando ci ha annunciato che avrebbe creato una casa editrice eravamo a pranzo a Genova e ha chiesto a me e alle mie sorelle di trovare il nome, così abbiamo scelto un animale dal nome greco: l’ippocampo. Abbiamo trovato il significato più tardi.
Perché proprio questo animale?
Questa è una cosa che non ho mai raccontato: ricordo che quando mia sorella gemella ha proposto come nome l’ippocampo, mi sono ricordato di averne uno essiccato e l’ho disegnato, creando il logo della casa editrice. Questo piccolo ippocampo ce l’ho ancora in ufficio e pochi mesi fa mi hanno raccontato che non era un ippocampo qualsiasi, lo aveva pescato il mio bisnonno bretone e lo aveva conservato.
La vostra casa editrice si occupa principalmente di libri illustrati. Preferite di più illustratori italiani o stranieri?
Non c’è una nazionalità specifica: collaboriamo con illustratori francesi, italiani, giapponesi. Prima di tutto consideriamo se l’artista ha quel qualcosa in più: un esempio è il libro di Michelangelo Rossato sui tarocchi, pubblicato l’anno scorso.
Quali caratteristiche devono avere i loro lavori per essere scelti?
Guardiamo allo stile in qualsiasi Paese, è una questione di estetica: mi deve colpire un determinato tratto artistico, deve sorprendere, deve essere particolare, armonioso, bello, ma anche originale, non vogliamo cose mainstream. I libri che scegliamo devono corrispondere al nostro DNA: elegante, sofisticato, bello, ma per un grande pubblico.
Gran parte del vostro catalogo è dedicato ai bambini. Su cosa si basa la scelta dei titoli in questo caso?
Ci sono due fattori principali: il contenuto e l’estetica. Quando si sceglie un libro, la prima cosa da chiedersi è: chi lo compra? Se il target non c’è o è sbagliato, il libro non è da fare. La tematica deve essere forte, se poi esteticamente si distingue dal resto per uno stile originale, allora è un libro per noi. Ci sono poi illustrazioni molto belle ma che un bambino non sceglierebbe, perché sono troppo austere. Questo è importante: bisogna fare libri per i bambini, non per i genitori.
Oltre all’editoria per l’infanzia, molti vostri titoli sono ispirati al Giappone. Da dove deriva questo interesse?
Abbiamo sempre subìto questo fascino dell’Asia sin dall’infanzia: quando abbiamo aperto la casa editrice, i primi libri erano sul Tibet, ad esempio. Da adolescente avevo già un forte interesse verso l’arte giapponese classica, poi a vent’anni ho fatto un viaggio in Giappone ed è stato uno shock culturale per me. Da quel momento la passione per il Giappone è cresciuta ancora di più.
Nelle fiere del libro i vostri stand sono sempre molto scenografici e saltano subito all’occhio. Li progetta da solo o si avvale dell’aiuto di altri designer?
Sì, li progetto sempre da solo. L’unico per cui mi sono affidato anche a un’altra designer, Laura Micalizzi, è stato quello per i vent’anni della casa editrice: era la prima volta in cui facevamo uno stand così grande, quindi avevo bisogno di aiuto, poi era difficile perché l’artista che avevamo scelto era giapponese ed era complicato comunicare. Gli altri li faccio tutti io, i grafici mi aiutano a realizzare gli esecutivi. All’inizio gli stand li costruivamo noi, poi pian piano ho dovuto delegare qualcun altro perché diventavano sempre più grandi: quest’anno lo stand al Salone del libro di Torino è di 170 mq e ovviamente c’è un allestitore, non lo posso fare da solo.
A chi si ispira?
Il progetto grafico e artistico lo creo io e mi ispiro sempre a un artista. Ci sono vari criteri: innanzitutto deve sorprendere, ma deve anche coincidere con lo storytelling che facciamo – il tema dell’anno scorso, ad esempio, erano i tarocchi. È partita dai MinaLima questa cosa, con lo stand esperienziale del Giardino segreto alla Children’s Book Fair di Bologna, in cui scoprivi il classico attraverso lo stand che ti faceva entrare in un mondo illustrato; si vuole offrire al cliente qualcosa di indimenticabile.
Dal 29 novembre 2025 al 6 gennaio 2026 l’Ippocampo ha aperto il suo primo pop up store a Roma, la “Libreria che non c’è”. Avete in progetto di aprire una vostra libreria permanente?
Sarebbe bello. È sempre pericoloso il mondo del retail, soprattutto in editoria, perché è difficile che un progetto monobrand funzioni. Quello che è successo alla “Libreria che non c’è” è stato incredibile: da parte del pubblico c’è stata una grande accoglienza, il posto era stupendo e si era creata un’energia stupenda… una magia. Di solito quando si entra in libreria si chiede se c’è un determinato libro, mentre in questo caso si capiva che c’era una proposta di un brand specifico. Abbiamo attirato un pubblico di lettori, ma anche di non lettori grazie ai nostri titoli forti.
Un evento simile è stato organizzato recentemente, il 29 aprile 2026, alla libreria “Il Trittico” a Milano.
A Milano abbiamo fatto questo evento con lo scrittore francese Marin Montagut, con una strada milanese che è diventata parigina, un’edicola che è diventata un chiosco, un pasticcere francese che ha offerto i macaron e per qualche ora si è avuta l’impressione di essere a Parigi con l’autore: si voleva dare vita, più che a una presentazione, a un’esperienza.
Dal 2023 ha scelto di esporsi sui social e raccontare in prima persona la casa editrice. Com’è questa esperienza da content creator?
È stato molto difficile per me, perché fino al 2023 non avevo social, è stato un grosso sforzo mostrarmi. Il nostro responsabile della comunicazione, Matteo Fumagalli, mi ha spinto a farlo. Il nostro profilo Instagram aziendale è molto basato sull’immagine e volevamo offrire anche una parte “dietro le quinte”, una comunicazione umana da parte mia che raccontasse e avvicinasse di più. Ho iniziato a fare dei video un po’ amatoriali, facevo tutto io, dallo script al montaggio, ma non riuscivo a essere sempre costante, soprattutto durante i periodi dei lanci e delle fiere; così mi sono affidato a dei ragazzi di Torino, Zeta 3, che si occupano del montaggio. Mi piace trasmettere, raccontando dell’editoria e dei libri, ma farlo attraverso uno schermo è un po’ diverso.
Se dovesse scegliere un solo libro della sua casa editrice, quale sarebbe?
Il primo che mi viene in mente è La parigina di Ines de la Fressange: ho iniziato molto presto a lavorare in casa editrice e la prima volta che ho avuto un fiuto forte per un libro è stato proprio questo. È stato un best seller incredibile, era anche molto particolare dal punto di vista della fabbricazione e ha rappresentato un punto di svolta perché prima facevamo sempre un certo tipo di libri, poi da lì ci siamo aperti anche alla moda, abbiamo capito di doverci adattare e spostarci verso cose diverse. Da quel momento sono riuscito a sviluppare altri rami dell’azienda: anche se mi sono sempre concentrato sul reparto grafico, quella volta è stata la prima in cui ero veramente fiero di aver scelto un best seller, poi Parigi è anche la mia città del cuore quindi quel libro significa tanto per me.
Questa intervista è stata realizzata nell’ambito del corso di Testi e video per l’informazione giornalistica di Carlo Fumagalli. Vedi l’elenco completo dei docenti e degli insegnamenti del Master Professione Editoria.














