Viaggio letterario in Sicilia: lo storytelling dietro le quinte del Taobuk 2021

Se l’editoria è un mestiere di relazioni e se, per citare Irving Stone: “Non ci sono amicizie più rapide di quelle tra persone che amano gli stessi libri” andare al Taobuk 2021 e incontrarsi in carne e ossa nella terra del sole è sembrato un buon inizio. L’insegnamento più importante acquisito in questi mesi di lezioni al Master Booktelling – Comunicare e vendere contenuti editoriali dell’Università Cattolica di Milano è stata la spinta a cogliere le occasioni di incontro e fare rete, perché è dallo scambio e dalla sinergia tra le persone che nascono idee e progetti innovativi.

Dunque, lo scopo principale di proporsi come inviati al Taobuk Festival, come abbiamo fatto io e il mio collega Matteo Marescalco, era continuare a coltivare l’entusiasmo, la curiosità e la passione per il mondo dell’editoria e della cultura. Inoltre, dopo così tanti mesi di solitudine e isolamento, occorreva un po’ di immaginazione e, come scrisse Leonardo Sciascia: “L’intera Sicilia è una dimensione fantastica. Come si fa a viverci senza immaginazione?”. I presupposti per partire c’erano tutti. In uno degli ultimi incontri, un professionista dell’editoria ci ha suggerito di andare a cercare le storie ovunque, di non smettere mai di fare domande, di lasciare lo sguardo libero. Ed ecco che, nel saltellare da una parte all’altra della Sicilia, la letteratura si è dimostrata quel luogo di cui ha parlato lo scrittore israeliano David Grossman nella serata di gala del Taobuk “dove sia la vita che la perdita coesistono simultaneamente”.

Questo “viaggio aderente alla vita” si è sposato bene con l’immagine del fiore di tarassaco – rappresentazione grafica di questa edizione del Taormina Book Festival – che deriva dal greco tarakè “scompiglio”, e àkos “rimedio”, come a dire che, dopo una pandemia mondiale che ci ha tenuti distanti dentro stanze virtuali, è garantito che prima o poi si ritorni a vivere e a incontrarsi. È successo: ci si è scoperti uguali e diversi, si è fatto il pieno l’uno dell’altra e si è fatto tesoro del percorso condiviso insieme finora.

Abbiamo scoperto una terra feconda e variegata e storie in ogni dove, il più possibile fatte di colori, suoni e odori. Il tutto in una stagione già di per sé significativa perché, come scrive Valérie Perrin nel suo ultimo romanzo, Tre, pubblicato dalla casa editrice e/o pochi giorni fa: “L’estate è atemporale, fa parte di tutti i ricordi e il suo odore è il più tenace, è quello che si attacca ai vestiti, quello che cerchiamo per tutta la vita: frutti dolcissimi, vento di mare, frittelle, caffè nero”.

A Catania, dopo un rapido saluto al Liotru di Piazza Duomo, un elefante scolpito da un unico blocco di pietra lavica, intorno al quale aleggia un certo alone di mistero e magia e che è diventato il simbolo della città, l’urgenza è stata quella di raggiungere la libreria Vicolo Stretto, che era stato facile notare sui social nei mesi precedenti grazie alle numerose attività lì organizzate e promosse.

Il consiglio richiesto alla libraia era una lettura che potesse istruire divertendo, non una classica guida del posto sulle principali attrazioni da vedere, ma un insieme di aneddoti e curiosità che spaziassero dalla storia alla gastronomia e alle peculiarità degli abitanti… Trovato! Un altro volume della collana Contromano di Laterza, che risulta un’ottima compagnia nei viaggi in Italia e insieme una rassicurazione di entrare davvero nel vivo dell’esperienza. Catania non guarda il mare di Daniele Zito era il libro perfetto! Peccato che, dopo averlo cercato spostando decine di pile di libri, la libraia abbia concluso che l’ultima copia dovesse trovarsi nell’altra libreria associata, la Legatoria Prampolini. E dov’è il problema? Basta camminare ancora un po’ e la prossima meta è già decisa!

A dire la sincera verità – è stato prima necessario concedersi un cannolo alla pasticceria Savia – ma poi niente ha impedito di continuare la missione di perlustrazione libraria: la Legatoria Prampolini è stata rilevata nel 2019 dalle sorelle Sciacca, già proprietarie dell’altra, ma fu fondata nel 1894 come Legatoria Libreria Tirelli di Donna Tirelli, poi gestita per decenni dal figlio Romeo Prampolini, fino quasi a cadere in disuso.

L’aspetto esteriore mantiene il fascino di un edificio che ha un lungo e bel vissuto da raccontare e, guardando l’insegna originale arrivando dall’altra parte della strada, si ha l’impressione di varcare le porte di un luogo sacro e di doversi inchinare al mistero e alla sua atmosfera carica di spiritualità. Oltre al volume cercato, l’altro acquisto “istintivo” è stato: L’Italia che resta. La frontiera interna e il coraggio di essere felici, fosse anche solo per quello che c’era scritto nel risvolto di copertina: “Ci sono luoghi dove ci si può perdere e altri dove si può restare soli. Voglio andare là, spingermi fino oltre la frontiera di questo Paese. Voglio andare controcorrente”.

Se stai viaggiando anche tu quasi senza programmi, solo con la sete di avventura, non è difficile che ti rimanga cucita addosso l’espressione del giornalista e autore di questo libro, che andava cercando “solo un viaggio il più possibile aderente alla vita”.

Dopo Catania, ci sono stati altri posti “assaggiati” in fretta: l’Oasi del Gelsomineto (in cui la natura si fa soggetto di una delle più frequenti commedie umane dei nostri tempi – lo scatto spasmodico di fotografie dallo smartphone), Noto e il trionfo del barocco, Modica con le sue cento chiese e cento scale che, ai piedi del Duomo di San Giorgio, riassumono tutto in un presepe da cartolina.

Modica, è un fatto piuttosto risaputo, è celebre per il suo cioccolato, ottenuto con una lavorazione a freddo che non consente lo scioglimento dello zucchero e preserva gli aromi del cacao: dunque, un salto veloce a L’Antica Dolceria Bonajuto è d’obbligo! Si tratta di uno di quei Caffè che negli anni ’50 era un luogo di ritrovo di artisti, scrittori e politici e sul quale l’intellettuale e giornalista Franco Antonio Belgiorno ha scritto: “Ho un ricordo degli inverni in quel Caffè. Persino le sedie sembravano fatte di sesamo e miele!” e, a proposito di Don Carmelo Ruta, marito di Rosa Bonaiuto e gestore del locale: “fu congeniale a tutta una generazione di studenti che leggeva i mitici libri di poesie pubblicati da Guanda e che compravamo da don Peppino Poidomani, libraio ed editore”. E ancora: “Bonaiuto fu anche luogo di quella commedia silenziosa, la slap-stick dei film muti. Per chi voleva trascorrere un pomeriggio, bastava che si sedesse a osservare le facce dei clienti abituali e degli altri. Questi ultimi erano come gente di mare che capitava per caso in un luogo, ma non se ne andava più. Allora vi erano i sorrisi degli innamorati, le contraddizioni dei politici che litigavano con molto affetto, l’idea quasi scientifica che, uscendo da quel Caffè, si fosse portato a casa qualcosa, e non solo cannoli o bignè”. Quasi sicuramente un luogo dove andare a cercare storie.

Poi c’è stata Marzamemi che, in pochi scorci, dà sfoggio di un trionfo di colori e fiori che non è raro voler incorniciare almeno nei ricordi. Qui si trova la bottega dei libri e della cucina dal nome siculo Liccamùciula, che in dialetto significa “bambina golosa”, e custodisce al suo interno uno spazio ben organizzato dove si possono mangiare prelibatezze del posto, acquistare gioielli artigianali, e “fermarsi” a riflettere perché un monito per i viandanti, scritto su una tovaglietta da osteria e appeso sotto un veliero in legno, suonava così: “Libroterapia. Qui si curano, umilmente ma fermamente, alcune malattie dell’anima, e si sostengono alcune felici condizioni di maturità umana”, e poco più in là un’altra insegna recitava: “Nessun vascello porta più lontano di un libro”. Ogni ulteriore considerazione sul pregio di questo posto sarebbe superflua.

Tuttavia, è Siracusa la sirena dal canto più soave, tra tutte quelle incontrate, capace di rapire e stregare senza alcun rimedio. Infatti, Ortigia, l’isola che ne costituisce la parte più antica, chiamata u Scogghiu dai vecchi siracusani, è una perla dalla forma imperfetta e dal colore cangiante: è difficile da descrivere a parole perché va gustata con gli occhi, proprio come rammenta una mattonella in ceramica appesa al muro, a due passi da Piazza Duomo: “Ortigia parla con gli occhi”.

L’emblema della città è forse la fonte Aretusa, oggi uno snodo tra il lungo mare e le viuzze più interne di Ortigia, che ospita un papireto all’interno della pozza – uno dei rari esemplari in Europa – e che deve la sua fama al mito che vi aleggia intorno. Delle tante versioni letterarie che ci sono giunte, quella di Ovidio nelle Metamorfosi narra che Aretusa fosse una ninfa fedele a Diana, dea della caccia, e che quando, un giorno, si fermò a ristorarsi nelle acque di un fiume, si spogliò e vi si immerse, subito dall’acqua si materializzò il giovane Alfeo, innamoratosi di lei all’istante. Aretusa però non ne voleva sapere, e perciò chiese l’intervento di Diana che la trasformò in sorgente per sfuggirgli, mentre Zeus decise di aiutare Alfeo scavando un corso d’acqua che collegasse la Grecia a Ortigia cosicché i due potessero mescolarsi e rimanere uniti per sempre. Giusy Sciacca in Virità. Femminile singolare-plurale, pubblicato recentemente da Edizioni Kalós lo ha così definito: “Aretusa è il mito dell’insularità, del viaggio e dell’approdo. È anche il mito della ricerca di una fusione perfetta e irraggiungibile”.

Oltre alla bellezza, un viaggio non può essere davvero “aderente alla vita” se non si riesce a cogliere anche un filo di ironia nei momenti che ci si ritrova a vivere: è così che, grazie all’istinto e non di certo alla consapevolezza dell’autoctono cumpà Matteo siamo giunti per caso di fronte alla casa in cui “il 23 luglio 1908 nacque Elio Vittorini – Assertore di libertà e protagonista della letteratura italiana”, tra le figure approfondite in uno dei primi corsi del master, “Storia dell’editoria contemporanea”.

In ogni caso, tra tutti, l’aspetto che più impressiona di Ortigia è la luce: il suo riverbero che veste e investe ogni balcone, porzione di pietra, scorcio sul mare; a tal proposito, Cicerone scrisse: “A Siracusa non c’è un giorno senza sole” e, una volta vista da vicino, si fa proprio fatica a immaginarsi quel posto all’ombra di nuvole minacciose e pesanti. È come se in quell’angolo di mondo baciato dal sole ci fosse tra le due parti un antico patto, raramente infranto, che tinge il cielo di azzurro al mattino e di arancio, fino a prendere fuoco, la sera. Ed è solo in questo bagno di luce che può nascere e crescere una realtà editoriale come VerbaVolant Edizioni, la cui delicatezza dei prodotti odora di mare e soddisfa quanto mangiare una granita alla mandorla e la brioche col tuppo, seduti in Piazza Duomo.

 

Ultima tappa: Palermo. Il rimpianto di aver mancato una visita alla Cappella Palatina la scorsa estate andava risanato, perché è una testimonianza concreta di come quattro confessioni – quella cattolica, ortodossa, islamica ed ebraica – possano convivere e creare insieme meraviglie da togliere il fiato. Secondo l’audioguida, quei mosaici, insieme al complesso della Cattedrale di Monreale e di Cefalù, costituiscono ciò che gli esperti hanno definito Biblia Pauperum, cioè una sorta di “fumetto” che narra la parola di Dio in una forma capace di arrivare anche ai cuori dei più umili.

Poi è finito il viaggio, è cresciuta la consapevolezza di essere sulla strada giusta, è iniziata la nostalgia per la lontananza.

 

Di nuovo ritorna in mente la voce di Giorgio Faletti:
“Tutti vestiti di vento a inseguirci nel sole
Tutti aggrappati ad un filo e non sappiamo dove”.

 

 

Leggete anche il reportage sul Taobuk 2021, realizzato da Matteo Marescalco, allievo del Master BookTelling:

Taobuk 2021: la Sicilia e le sue Metamorfosi

 

Con una formazione in Psicologia e diversi tirocini alle spalle, riparte dal Master Booktelling per conoscere ed esplorare l'editoria e mettersi in gioco in nuovi progetti, con l'obiettivo di costruire relazioni nel mondo della comunicazione.

About Carolina Scarpa

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