Un progetto a cura degli allievi dei master in editoria dell’Università Cattolica del Sacro Cuore

«Scrivere per ragazzi significa sperimentare. I libri? La base per approfondire il presente»: intervista a Davide Morosinotto, autore e creative director di Book on a Tree

In un ecosistema in cui audiovisivo, audio e nuovi media sono sempre più interconnessi, qual è a oggi il ruolo del libro per ragazzi? In attesa dell’evento dei Master in Editoria Unicatt Beyond the Book: quando una storia per ragazzi diventa un universo narrativo (Bologna Children’s Book Fair, The Book Lovers’ Café, 14 aprile, ore 16:00), lo abbiamo chiesto a Davide Morosinotto, scrittore professionista specializzato sul target dei più giovani, ma anche creative director partner per l’agenzia di consulenza creativa Book on a Tree ed esperto del mondo videoludico e della fiction TV.

Come mai la scelta di specializzarsi in un pubblico di bambini e ragazzi?
Scrivo storie di fantascienza fin da quando ero alle scuole medie. Con il mio primo romanzo ho vinto un concorso presentato da Pierdomenico Baccalario, noto autore di libri d’avventura per giovanissimi: proprio la conoscenza con Pierdomenico mi ha convinto che scrivere per i ragazzi significa avere la libertà di sperimentare. E poi, da fruitore, riconosco che le storie per ragazzi sono quelle che ancora oggi mi appassionano più di tutte.

A tal proposito: quando eri “bambino e ragazzo” con quale medium ti sei avvicinato al gusto per la narrazione?
I libri rimangono l’unico medium capace di trasmettere le emozioni e i pensieri dei personaggi. Ma, da grande videogiocatore, anche la agency garantita dal mondo dei videogiochi, ovvero la possibilità di influenzare con le proprie azioni lo sviluppo di una storia, mi ha sempre intrigato: un titolo come Call of Duty 2 è stato di forte ispirazione per il mio romanzo La sfolgorante luce di due stelle rosse (Mondadori, 2017). In generale, il videogioco è un medium che insegna agli scrittori come mantenere alto il ritmo di una storia.

Quali limiti ci sono nello scrivere per l’infanzia?
L’unica differenza tra una storia per adulti e una storia per ragazzi è il punto di vista dal quale la si racconta: ricordando qual è il bagaglio d’esperienza dei propri potenziali lettori, si capisce su quali passaggi a loro meno noti valga la pena soffermarsi. Alla fine, il tono del libro deve essere uniforme e coerente rispetto al target. Tenuto conto di questi fattori, se si conoscono le case editrici più adatte a pubblicare il genere di storie che piace scrivere non si cade mai nel rischio dell’auto-censura.

Una volta hai dichiarato che proprio l’auto-censura è “la morte della nostra professione”…
Con i ritmi di oggi, il tempo che ciascuno di noi dedica a un medium è prezioso; e il tempo che i giovanissimi scelgono di dedicarvi lo è ancora di più. Per questo, soprattutto i più piccoli meritano storie che siano prima di tutto belle, cioè storie in cui l’interpretazione dipenda dal lettore, invece che opere con messaggi veicolati a priori dall’autore per compiacere quegli adulti tramite i quali il libro viene venduto.

E perché scegliere proprio il libro come medium per parlare ai giovanissimi dei temi sociali?
Quando si toccano temi sensibili, “il medium è il messaggio”. E, ancora oggi, il libro è un bene economicamente accessibile, durevole negli anni e conservabile in libreria e in biblioteca. In un mondo multimediale, spero che il libro diventi un punto di partenza solido, da cui i giovani possano partire per approfondire certi argomenti tramite gli altri media che hanno a disposizione nella loro quotidianità.

In Italia è ancora difficile trasporre in audiovisivo i romanzi di genere?
Si soffre ancora un problema di budget, tanto in Italia quanto all’estero. Ma soprattutto in Italia, dove le cifre a disposizione sono meno consistenti che in altri Paesi, trasporre in audiovisivo un’opera di genere corrisponde a tagliare varie complessità della storia originale, anche a causa delle tempistiche di lavorazione. Per andare incontro a questa problematica, io sono per la non-fedeltà all’opera trasposta: in fondo, ogni medium ha un proprio linguaggio.

Sembra più semplice passare da un fumetto seriale a un romanzo, come hai fatto per la collana “Romanzi” di Sergio Bonelli Editore…
Leggevo fin da ragazzino i fumetti di Zagor pubblicati della casa editrice: insomma, mi definisco uno “zagoriano” puro. Se non fossi partito da fumetto che amo, sarebbe stato indubbiamente un lavoro complesso. Quando avviene una trasposizione, lavorare su un personaggio che si conosce e si ama è la prima regola.

Dopo aver collaborato con quasi tutti i media, hai ancora un sogno nel cassetto?
Dirigere il narrative design di un videogioco Tripla A, ovvero di un “blockbuster” del mondo dei videogiochi. Finora, per grandi titoli come Need for speed ho scritto solo brevi inserti di dialogo. Le realtà però in cui ricevo la maggior libertà creativa sono quelle con i budget minori.

Qualche curiosità sul “Davide scrittore”: come cambia la ricezione dei tuoi libri nei 25 Paesi in cui sono tradotti?
I buoni libri sono libri che funzionano ovunque allo stesso modo e, per fortuna, i miei libri hanno sempre ricevuto la stessa accoglienza. Nel mondo dei libri per ragazzi, però, al posto della traduzione si fa un vero e proprio lavoro di adattamento al contesto. Per esempio, le descrizioni della vita durante il regime comunista de La sfolgorante luce di due stelle rosse sono state rimosse dall’edizione tedesca, in quanto lì la DDR è ancora nota ai più piccoli attraverso i racconti degli adulti.

Da laureato in semiotica, scrivi partendo dalle teorie della narrazione o preferisci la pura ispirazione?
Premesso che studiare la teoria è fondamentale per capire i meccanismi che rendono i capolavori tali, io seguo il modo di scrivere detto “dei giardinieri”: conoscendo il mio universo narrativo, non preparo nessuna scaletta e guadagno una maggiore immersività in fase di stesura. Credo che, così facendo, le emozioni vengano veicolate in maniera più efficace anche ai lettori finali.

Quanto ricerchi la ricorrenza di certi elementi tra un tuo libro e l’altro?
Alcuni lettori mi hanno fatto notare che inserisco spesso un fiume, nelle mie opere; e, anche se l’acqua è un elemento che mi piace, non la preferisco coscientemente ad altre componenti della nostra realtà. Invece, alcune ricorrenze sono legate ai generi di cui amo scrivere: per esempio, non è difficile trovare personaggi avventurosi all’interno dei miei romanzi.

Quanta importanza dai all’ambientazione storico-geografica di una storia?
L’ambientazione non è mai il punto di partenza. Anche come fruitore, mi ritrovo spesso a interfacciarmi con vicende affascinanti che, in maniera del tutto contestuale, sono ambientate in determinati luoghi ed epoche.

C’è un motivo per il quale ricorri spesso a degli pseudonimi?
Nessuna risposta romantica: a volte sono obbligato da contratto, in qualità di ghost writer. Negli altri casi è per ragioni di marketing: si crede che un dato genere funzioni meglio se scritto da un autore straniero o da una donna. Oppure uso uno pseudonimo quando scrivo romanzi rivolti a un target diverso dal solito, che verrebbe fuorviato leggendo il mio nome in copertina. Infine, da persona che vive di quel che scrive, ricorrere a pseudonimi mi aiuta a superare il fatto che nessun lettore comprerebbe più di due novità dello stesso autore in un anno.

In attesa d’incontrarsi all’evento Beyond the Book: se dovessi scegliere un classico per ragazzi affinché diventi un intero universo narrativo, quale sarebbe e perché?
Forse è una risposta facile, ma scelgo Nelle terre selvagge di Gary Paulsen: l’idea di un giovane che deve sopravvivere nella natura selvaggia è così semplice ed efficace che si potrebbe replicare in maniera affascinante in così tanti media diversi…

Questa intervista è stata realizzata da Edoardo Capelli e Simone Cerrato nell’ambito del ciclo di Eventi Editoria in progress, a cura di allievi, allieve e docenti del Master BookTelling. Vedi l’elenco completo dei docenti e degli insegnamenti del Master BookTelling.

 

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