Un progetto a cura degli allievi dei master in editoria dell’Università Cattolica del Sacro Cuore

“Le fiabe? Aiutano a rielaborare la paura”. Intervista a Giovanna Zoboli

“Si pensa che fare libri per bambini voglia dire per forza semplificare, abbassare il tono della comunicazione. Per me è sempre stato il contrario”. Giovanna Zoboli sorride, incastonata fra cervi ritti su due zampe, topi che corrono nel bosco e streghe dai lunghi capelli intrecciati: “Regali degli illustratori con cui ho collaborato negli anni” dice, indicando tutti i quadri che infittiscono le pareti del soggiorno. Il suo appartamento milanese, infatti, è anche la sede della casa editrice, Topipittori, fondata nel 2004 insieme al marito Paolo Canton e oggi un punto di riferimento per la letteratura d’infanzia in Italia. “All’inizio in pochi credevano che ce l’avremmo fatta” racconta, “Ci accusavano di fare libri troppo raffinati, difficili. Nessuno li avrebbe capiti”.

 

Con due Premi Andersen, alcuni titoli di successo internazionale, e un ricco catalogo di albi illustrati, narrativa, saggi e fumetti, avete vinto la scommessa.
Fortunatamente. Se Topipittori ha successo vuol dire che, al contrario di quel che si pensa, c’è un sacco di gente che cerca racconti fatti con un certo tipo di cura e attenzione. Si tende a sottovalutare molto il pubblico.

 

Guardando alla vostra storia ventennale, cosa deve avere un libro per far parte di Topipittori?
Le storie più interessanti per noi sono quelle che esprimono una complessità, e la esprimono in un modo che può essere compreso dai bambini. Del resto, i grandi scrittori – penso a Lewis Carroll, a Collodi o ad Astrid Lindgren – hanno sempre avuto la capacità di comprendere i bisogni psicologici profondi dei più piccoli.

 

Da dove nasce il nome Topipittori?
Era il titolo di un racconto che ho scritto molti anni fa, per un concorso della rivista Linus rivolto a fiabe non tradizionali. I miei protagonisti erano un topo surrealista, un topo dadaista e un topo cubista, e parlavano con un tono un po’ così, da avanguardia del Novecento. Alla fine vinse il concorso e, chissà perché, ci venne in mente tempo dopo, quando fondammo la casa editrice. In fondo, aveva già portato fortuna una volta.

 

Proprio la fiaba è uno dei punti di forza del vostro catalogo.
Ci è sempre sembrata un pilastro fondamentale della letteratura per ragazzi. Offriamo la fiaba nelle sue varie espressioni, che sia quella più popolare, più letteraria o anche libere rivisitazioni, come Addio, Biancaneve di Beatrice Alemagna, che racconta la storia di Biancaneve dal punto di vista della perfida regina. Stiamo molto attenti alla qualità del testo: come diceva Calvino, la fiaba è un meccanismo di altissima precisione.

 

Wisława Szymborska diceva che i bambini hanno “un naturale bisogno di essere spaventati dalle favole”.
Certamente, l’incontro con il male può essere folgorante per i lettori piccoli. Non è che i bambini si spaventano perché leggono una fiaba: i bambini sanno già cosa sia la paura. Sono piccoli in un mondo che è molto più grande e più forte di loro, e lo capiscono benissimo. Le fiabe, semmai, insegnano a rielaborare la paura, raccontano la possibilità di uscire da situazioni anche molto gravi, senza nascondere però gli ostacoli e le difficoltà.

 

Oggi invece sono i genitori ad avere paura?
Di sicuro oggi c’è un eccessivo senso di protezione rispetto a temi che potrebbero turbare i bambini. Si tende ad avere un’idea estremamente edulcorata sia dell’infanzia, sia dei testi rivolti all’infanzia. Com’è ovvio, gli editori più furbacchioni danno credito alle paure e puntano a fare libri il più innocui possibile, pieni di stereotipi.

 

Per esempio?
C’è un’idea molto leziosa di racconto, quindi nelle storie deve splendere il sole, il cielo deve essere inequivocabilmente azzurro, senza neanche una nuvola, o se compare la nuvola deve essere come panna montata. I bambini sono sempre simpatici, le bambine ribelli hanno i capelli rossi, gli occhi verdi.

 

Lei è anche autrice di fortunati libri per l’infanzia: che rapporto c’è tra la scrittura e il lavoro da editor?
Un rapporto di odio e amore. Quando ti occupi libri degli altri hai pochissimo per scrivere i tuoi. Allo stesso tempo, non c’è cosa migliore per imparare a scrivere che lavorare un testo altrui: a volte servono molto tempo e dedizione perché l’idea di un autore assuma la forma giusta.

 

Un libro della sua infanzia?
Cinque lire di stelle, una raccolta di poesie per bambini, scritte e illustrate da Federico García Lorca. Mi ricordo che mi fece un’impressione enorme, tanto che mi sono messa subito a scrivere poesie nello stile di García Lorca. Non ero mai andata in Spagna, ma scrivevo dell’Andalusia come se ci fossi nata, con quella tipica spavalderia dei bambini.

 

Cosa vuol dire produrre libri illustrati, in un momento storico in cui le immagini si consumano con molta voracità?
Vuol dire puntare a immagini che siano veicolo di senso, e non semplice divertimento, consumo, gratificazione rapida. Le immagini poi possono anche divertire, certo, ma non è solo questo il punto. Del resto, se pensi che il libro deve stare sullo scaffale solo sei mesi per poi essere sostituito da quello successivo, è chiaro che non metti tutto questo impegno nella progettazione dei singoli titoli. Se invece pensi che i libri devono rimanere nel tempo, e che possono davvero incidere nella vita dei piccoli lettori, lavori in un altro modo. È tutta un’altra storia.

 

 

Questa intervista è stata realizzata nell’ambito del corso di Testi e video per l’informazione giornalistica di Carlo Fumagalli. Vedi l’elenco completo degli insegnamenti del Master Professione Editoria. 

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