Per arrivare a Topolò, in provincia di Udine, si sale lungo una strada immersa in una macchia fitta di alberi, e il telefono smette di prendere. Poco dopo, un sms ci avvisa che siamo in Slovenia.
Dalla strada Topolò non si vede, se non la chiesa: bisogna scendere verso l’interno, dove ci sono le case del paese. Davanti alla chiesa c’è la “Izba”, spazio comunitario gestito da “Robida”, rivista e collettivo nato undici anni fa da un gruppo di amici e legato a questo paese quasi disabitato (gli abitanti sono venticinque) nelle Valli del Natisone.
Sotto la tendina con l’insegna – la Izba nella casa tradizionale di questa zona è la stanza dedicata alla convivialità – un ragazzo alto, Aljaž, saluta seguito da una ragazza con gli occhi azzurrissimi e i capelli scuri, Vida. Mettono su il caffè. “Tanti passano di qua e dicono che sono di passaggio” dice Vida, “e fa ridere perché Topolò è alla fine della strada, come fai a essere di passaggio?”

Vida Rucli, 32 anni, è una delle fondatrici di Robida: “Direi che Robida è un collettivo che lavora tra progetti editoriali e lavori e riflessioni rispetto a Topolò come luogo, che hanno a che fare con quelle che potremmo chiamare pratiche spaziali, architettura o paesaggio” spiega Vida.
“Abbiamo iniziato undici anni fa come rivista. Volevamo esplorare alcuni temi che ci interessavano e che erano legati a questo paesaggio e al paese di Topolò (anche se allora eravamo sparse per l’Europa mentre studiavamo, a Lubiana, Glasgow, Venezia, Roma). Ma il nostro desiderio era anche quello di mantenere i nostri rapporti di amicizia. Quindi Robida era una rivista ma era anche uno strumento di relazione, e lavorando in open call per i contributi del magazine è diventato anche uno modo per costruire nuovi legami quando, in periodi diversi, ci siamo trasferiti qua”.

Lo sguardo di Robida al minuscolo paese di Topolò non è ingenuo, i ragazzi che ne fanno parte hanno più o meno tutti vissuto in grandi città e sono consapevoli di quello che può mancare: “Lavorare in questo modo ci permette di conoscere altre persone, che è la cosa che vivendo qui forse a uno manca di più”.
“Siamo totalmente percepite come parte della comunità” dice Vida parlando del rapporto con gli abitanti, “organizziamo la festa del paese, aiutiamo a pulire le strade, collaboriamo in tutto, ma i lavori che facciamo dal punto di vista culturale probabilmente non li riguardano più di tanto: se sono interessati sono sempre benvenuti, ma coinvolgerli non è il motivo per cui siamo qua, il motivo è che ci sono condizioni economiche ma anche culturali per cui possiamo fare qui ciò che ci interessa”.
Sei originaria di Topolò?
Mio papà è di qui. Io adesso abito nella casa che era di mia nonna. Ho studiato architettura a Lubiana, ero all’ultimo anno e ho pensato: vengo a Topolò, preparo gli esami, la tesi e finisco. Robida già esisteva, mi ero spostata qua ed era un’idea temporanea, “Mi laureo e poi si vede”. E questo era otto anni fa.

In diversi momenti io e le altre, dopo o durante l’università, anche a causa del Covid, ci siamo trasferite qui e ci siamo più o meno costruite la vita attorno al fatto che volevamo stare qua. È interessante capire come ti si ridefiniscono un po’ le ambizioni personali se dai priorità a vivere in un luogo molto specifico, lontano da città dove magari succedono cose interessanti. In realtà siamo molto periferici rispetto all’Italia ma non così tanto rispetto ad altri mondi: siamo a due ore da Lubiana, due da Venezia, quattro o cinque da Vienna.
Come nasce un numero di Robida Magazine?
Scriviamo tutti assieme l’open call, che parte sempre da un tema in qualche maniera legato a Topolò, l’ultimo numero ad esempio è dedicato al “frutteto”. Poi il tema viene lanciato e le persone rispondono con dei loro progetti. Riceviamo di solito intorno a 160 proposte, le selezioniamo insieme a chi fa parte dell’editorial board e poi ci distribuiamo le persone. Ognuno di noi ne segue un certo numero nella fase di scrittura, editing, correzione bozze, aggiustamenti vari, e poi parte il lavoro con la nostra amica e grafica Francesca (Lucchitta, NdR): un lavoro anche abbastanza concettuale, che ci aiuta a costruire il senso di questa rivista mettendo in relazione i vari contributi. Robida contiene perlopiù saggi e immagini, c’è una combinazione di ricerca accademica e di cultura visuale-visiva. Ci siamo resi conto negli ultimi anni che Robida è diventata un punto di riferimento all’interno di quella che si può definire ricerca artistica, in particolare legata ai temi dell’ecologia. Per noi sono temi centrali perché siamo in questo contesto, però vediamo che tante persone in giro per l’Europa lavorano molto con ricerche e temi di questo tipo che trovano perfettamente posto nella nostra rivista.

Mentre noi chiacchieriamo, Aljaž è seduto al computer, davanti a una finestra che si affaccia sui boschi delle Valli del Natisone. Si sta occupando della trasmissione radio di Robida, che va in onda una volta al mese.
Con quale proposito avete dato vita al progetto Radio Robida?
Il lavoro legato alla produzione della rivista è lento e costoso. La radio è per noi un altro modo di pubblicare che invece è molto veloce e spontaneo, è gratuito e ci permette di sperimentare liberamente. È nata con il desiderio di restare in contatto con amici lontani.
Per noi la radio è uno spazio di spontaneità, sperimentazione, anche di leggerezza. È una cosa che facciamo una volta al mese: contiene sia programmi live che registrati, ad esempio io leggo dalle sette alle otto di mattina un testo che mi va. Le persone possono ascoltarmi leggere ma nel mentre mi soffio il naso, bevo il tè, racconto qualcosa.

Che rapporto avete con il confine e come influisce questo aspetto su Robida e su di voi?
È un tema di riflessione molto complesso. Non solo Topolò è posizionata sul confine, la maggior parte di noi appartiene alla minoranza slovena di questa zona. Noi nati negli anni ’90 abbiamo frequentato da piccoli una scuola bilingue dove abbiamo imparato lo sloveno e l’italiano. La mia prima lingua è stata un dialetto sloveno che mia mamma e mio papà mi hanno parlato finché i discorsi non hanno iniziato a diventare complessi e si è passati all’italiano.
Fino agli anni ‘60, quando la Slovenia era uno stato dipendente dalla Jugoslavia (è rimasta parte della Federazione Jugoslava fino al 1991 NdR), questo era un confine sempre di tensione. È stato un luogo sempre di partenze, per questioni economiche e di guerra, cosa che ha portato il paese a svuotarsi.
Quindi questa relazione con il confine è difficile perché ci sono storie della tua famiglia che raccontano di cancellazioni di identità durante il fascismo specialmente, ma poi anche dopo, durante la guerra fredda, di silenzi o di silenziamenti della popolazione da parte anche dello stato, mentre nella nostra esperienza i confini sono sempre stati totalmente aperti. È una storia comunque complessa ma è vero che tutte queste complessità dentro Robida le sosteniamo, ce le teniamo lì: non è necessariamente il confine il tema della nostra ricerca ma è in effetti un tema che attraversiamo spesso in varie maniere.

Che rapporto sentite di avere nei confronti della città?
In effetti quello che facciamo è spesso portare qua la città: cose che vengono inventate, scritte. È interessante vedere come questi contenuti reagiscono qua, e anche cosa producono stando qua persone che normalmente abitano in città, tipo le persone che ospitiamo in residenza.
È molto importante il fatto che abbiamo una rivista e anche una radio e mostrare che quello che noi facciamo non è solo ospitare cultura, ma anche che è possibile produrre cultura stando qua. Per noi è importante produrre qualcosa che poi viene venduto a New York o a Berlino. A parte esserne molto fiera, per me è anche un riscatto di questo tipo di luoghi. E poi la domanda è: quello che si produce qua, è in qualche modo diverso da qualcosa che si produce a Berlino o a Londra?”
Questa intervista è stata realizzata nell’ambito del corso di Testi e video per l’informazione giornalistica di Carlo Fumagalli. Vedi l’elenco completo dei docenti e degli insegnamenti del Master Professione Editoria.
Foto Annachiara Galli














