La verità, vi prego, sullo stage

stage

Quando ero piccola, per una qualche mania di controllo adoravo che mio padre mi raccontasse la vita adulta, illustrandomi dettagliatamente tutto quel che avrei vissuto dopo la terza elementare.

Farai le medie a indirizzo bilingue dove le ha fatte tuo fratello. Poi le superiori, quelle che vorrai tu – e ti perdoneremo persino se sceglierai lo scientifico, anche se faremo di tutto per dissuaderti. Poi, uhm, l’università: biologia, ingegneria, matematica, cose importanti insomma, visto che sei intelligente. Infine, il mondo del lavoro, lo stipendio mensile, l’indipendenza economica, la dignità dell’autosufficienza.

Col senno di poi, c’erano almeno tre cose di cui mio papà non teneva conto:

  • La mia realizzazione sul piano sentimentale, forse era chiaro già allora che in amore avrei avuto il successo della piccola fiammiferaia.
  • Le conseguenze di quarant’anni di Democrazia Cristiana sommati a dieci di berlusconismo.
  • Lo stage. Che forse quando avevo 8 anni non esisteva, o esisteva ma era un proforma prima di ottenere l’agognata assunzione.

A ogni modo, quindici anni dopo sono qui. Seduta su una splendida sedia ergonomica, davanti a un mac da 40 pollici, al quarto piano di un edificio che sembra una cristalliera (voglio specificare che è più o meno la stessa descrizione che darei dell’ufficio delle Nazioni Unite di New York).

Sono felice, lo urlerei in falsetto, se il palazzo non fosse di vetro. Nel grande disegno umano e divino, il mio posto è qui: tra le carte e la scrittura, lo sguardo rivolto alla finestra come secondo la tradizione romantica. Il mio posto è qui, a correggere bozze di scienze sull’apparato escretore, a perdere diottrie su centinaia di pagine della mia amata Letteratura Italiana, a chiedermi – come Muccino – cosa ne sarà di me, fra tre mesi.

È così che io, abituata a chiedermi di tanto in tanto cosa ci sia dopo la morte, ho cominciato a chiedermi ossessivamente cosa si nasconda oltre lo stage. Tra la gioia e l’angoscia, la combo spaziale delle migliori opere, ho persino pensato di scrivere un brillante trattatello sulla precarietà dei giovani umanisti, il De brevitate stage, chiaramente con la convinzione che sarebbe stato tradotto in 54 lingue e  introdotto da Umberto Eco.

Poi ho capito che talvolta c’è una strada più semplice della megalomania per rassicurarsi: la realtà. A conti fatti, ho dalla mia un ottimo master che mi ha dato tutte le competenze necessarie per essere all’altezza del lavoro editoriale; un intero corpo docenti a cui potermi rivolgere per qualunque necessità o qualunque consiglio e la certezza assoluta che chi ha effettuato il mio stesso percorso prima di me è sopravvissuto allo stage ed è ancora – e felicemente – attivo in ambito editoriale.

Nulla da temere, dunque, mi sono detta ripensando a Fitzgerald e ai vantaggi che non tutti hanno. Si tratta solo di scoprire, di vivere quest’esperienza con tanta voglia di fare e altrettanta di misurarsi con se stessi nella pratica quotidiana, tra la curiosità e il più frizzante entusiasmo.

L’effetto principale e migliore dello stage, infatti, è proprio questa euforia sotto pelle, questo dolce disorientamento che si percepisce fin dall’inizio e che caratterizza tutte le prime volte: il primo giorno, il primo pranzo in mensa, il primo accredito su conto bancario, la prima riunione sindacale, la prima vera… vita lavorativa. Con tutto l’orgoglio, la soddisfazione, il fremito dei piccoli passi riusciti che valgono e vincono tutto il resto.

Mi capita ancora, talvolta, di avere paura, fa parte della mia natura, quella umana, e del gioco migliore, la vita. Ma mi basta chiamare mio papà, la voce un po’ infantile, perché tutto torni, e io ritorni in me.

Papà, mi racconti che cosa farò in futuro, come facevi quando ero piccola?

Arriverai alla meta, proprio come hai fatto per arrivare fin qui: con la stessa ostinata resistenza.

Opportunità

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