Un progetto a cura degli allievi dei master in editoria dell’Università Cattolica del Sacro Cuore

Scritti a mano. Otto storie di capolavori italiani da Boccaccio a Eco di Matteo Motolese

Matteo Motolese
Scritti a mano. Otto storie di capolavori italiani da Boccaccio a Eco
(5)
5/5

Editore:

Garzanti

Anno:

2017

Genere:

altro

Pagine:

320

Prezzo:

€ 22

ISBN:

9788811687399

Si va per tentativi, prove.

Si va per tentativi, prove. Questo accade tanto nella vita quanto nella scrittura. Per questo Matteo Motolese, in Scritti a mano, vuole mostrarci l’errare della scrittura, e nel farlo esemplifica quello della vita. 

Lo fa a partire da 8 capolavori della letteratura italiana, attraversando un arco cronologico che va dal ‘300 e giunge sino alle soglie del ‘900. L’attenzione del saggista, però, non è per l’opera finita che tutti conosciamo, ma per il tragitto percorso dalla penna dell’autore per renderla tale: le prime redazioni, i taccuini, quei fogli ricolmi di schemi, disegni e cancellature attraverso cui viene rielaborata l’idea iniziale. E anche quando l’opera è finita, non lo è mai per davvero: ce lo dimostra l’esempio dell’anziano Boccaccio che, copista di se stesso, corregge sul codice Hamilton 90 l’ultima versione del Decameron di cui siamo a conoscenza.

Le pagine dei manoscritti diventano il punto di partenza per indagare una questione più ampia, quella della lingua italiana e il suo legame di mimesi e scontro con la letteratura, che Motolese affronta portando con sé il lettore tra piazze affollate, cortili universitari adornati da magnolie, bunker protetti da porte blindate e biblioteche vista mare. La Storia immutabile narrata nei manuali di letteratura resta fuori da queste pagine, “preferendo all’ordine illusorio di un sistema compatto, quello profondamente umano del frammento”, parole che l’autore riserva a commento delle Operette morali di Leopardi, ma che sono applicabili anche alla sua stessa scrittura.

Scritti a mano riesce a far riflettere il lettore sul modo in cui “tempo e linguaggio plasmano la nostra percezione del mondo”. Galileo e Alberti descrivono il fenomenico attraverso la lingua comune parlata, un distacco nel segno della concretezza. Petrarca e Montale si servono dell’unione di due registri opposti, basso ed elevato, per mostrare le dissonanze del reale. Ariosto ed Eco, registi in sala di montaggio, muovendosi in parallelo tra fabula e intreccio indagano il labirinto dell’esistenza e quello della scrittura, che diviene sempre riscrittura. Tutti, taglio dopo taglio, vanno alla ricerca del giusto ritmo per raccontare la propria verità.

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