Tra romanzo pop e film pop: Ready Player One in Cline e in Spielberg

Steven Spielberg è uno di quei registi che sono ormai entrati nella memoria collettiva con capolavori come E.T l’extraterrestre o Jurassic Park. L’impronta autoriale di questo cineasta è evidente sin dagli anni ’70, quando con altri colleghi tra i quali si annoverano George Lucas, Martin Scorsese e Francis Ford Coppola ha contribuito a rinnovare il cinema americano, dando vita a quel movimento che prende il nome di Nuova Hollywood. È in questo periodo, infatti, che esce Lo squalo (1975), il più grande incasso della storia del cinema fino a quel momento e vincitore di tre premi Oscar. Da allora la produzione cinematografica di Spielberg è stata costellata da notevoli successi di critica e di pubblico, dando alla luce sia a grandi fenomeni blockbuster, come ad esempio la saga di Indiana Jones, sia a film più impegnati, come il recente The Post (2017) che affronta il tema della libertà di stampa. Le sperimentazioni dietro la macchina da presa da parte di questo poliedrico regista non sembrano aver mai fine e Ready Player One, la sua ultima fatica, lo dimostra ampiamente.

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Giocatore uno

Ready Player One è un film di fantascienza tratto dall’omonimo romanzo di Ernest Cline, scrittore e sceneggiatore statunitense. La storia è ambientata nel 2045 in una Terra devastata da inquinamento e sovrappopolazione, in cui la maggior parte degli esseri umani si rifugia all’interno di un mondo virtuale, per certi versi simile a un gigantesco videogioco, chiamato Oasis (Ontologically Anthropocentric Sensory Immersive Simulation). Alla morte del suo co-fondatore, James Halliday, viene annunciato che chi riuscirà a superare tre prove e ottenere le relative chiavi necessarie a sbloccare un easter egg (nei videogiochi questo termine indica un omaggio nascosto dall’autore), vincerà un trilione di dollari e diventerà il proprietario di tutto Oasis.

Wade Watts è un ragazzo di 18 anni che vive con sua zia in una baraccopoli in Ohio e che decide di partecipare alla sfida di Halliday, vestendo i panni di Parzival, il suo avatar personale. Insieme ai suoi amici, Art3mis, Aech, Daito e Sho, a loro volta presenti in OASIS, riesce, dopo mille peripezie, a raggiungere l’ultima prova e a sconfiggere il malvagio Nolan Sorrento, Ceo della multinazionale Innovative Online Industries (IOI), intenzionata a privatizzare Oasis. Alla fine, Wade/Parzival sblocca l’easter egg e riceve l’uovo d’oro da una rappresentazione virtuale di James Halliday che certifica la sua vittoria e che gli donerà, inoltre, l’intero controllo del mondo virtuale.

 

Ernest Cline sembra che abbia scritto un romanzo apposta per Spielberg, perché l’universo fantastico che vive all’interno di quest’opera si sposa perfettamente con il particolare stile del regista hollywoodiano, abituato a costruire mondi nei quali lo spettatore non fatica a immergersi. E in Ready Player One ci tuffiamo completamente, su invito dello stesso protagonista. Già dai primi minuti, infatti, l’immagine che appare sullo schermo mostra Wade nella sua camera pronto ad indossare gli occhiali che lo catapulteranno all’interno di Oasis, trascinandoci inevitabilmente con lui. Quello che ci apparirà davanti sarà una realtà virtuale nella quale coesistono una serie di personaggi appartenenti alla cultura pop, specialmente a quella degli anni ’80-’90, molto diversi tra loro, tanto che alcuni appartengono anche a media differenti come fumetti e serie televisive, ma che in Ready Player One sono la materia prima di un’unica narrazione. Batman, Godzilla e Il Gigante di Ferro (film di animazione del ‘99 diretto da Brad Bird), per fare qualche esempio, sono i tasselli su cui si fondano un libro e successivamente un film che sposano a pieno titolo il medium videoludico, tanto da farne il fulcro dell’intera vicenda.

 

Letteratura pop

Il numero spropositato di citazioni all’interno di Ready Player One (alcuni critici ne hanno individuate più di cento) rappresenta un unicum nel suo genere, sia dal punto di vista cinematografico che da quello letterario. Ciò non deve essere considerato, però, un motivo di debolezza perché se nel film i vari rimandi possono far entusiasmare il pubblico, lo stesso effetto lo si può ottenere anche leggendo il libro con l’aggiunta di un possibile avvicinamento alla lettura anche da parte di quei lettori considerati deboli, magari più avvezzi a guardare una serie tv o a giocare ad un videogioco. Il romanzo di Ernest Cline, quindi, è l’esempio di una letteratura che si fa pop, che abbraccia anche quei contenuti considerati, da alcuni, di serie b o non considerati affatto, ma che invece potrebbero presentare grandissime potenzialità se sfruttate a dovere. L’ibridazione libro-film-videogames è il punto di forza di un romanzo che potrebbe rappresentare un esempio per le opere successive, altresì capace di dare nuova linfa al genere fantascientifico, anche in un’ottica transmediale.

Tutto ciò Spielberg sembra averlo capito e infatti il suo film è la perfetta rappresentazione visiva di ciò che era solo su carta, un intreccio di mondi e di storie, capaci di far appassionare lettori e spettatori.

 

 

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