Racconti di cinema: in che modo gli scrittori del Novecento hanno raccontato la sala cinematografica?

Dal primo spettacolo pubblico a pagamento del 28 dicembre 1895 fino alla visione individuale dei giorni nostri, il cinema è stato protagonista di una riarticolazione di modalità di fruizione. È soltanto negli ultimi tempi, però, che la sua rilocazione su device multifunzionali e l’ingresso nell’agone dello sfruttamento mediale di soggetti quali pay per view, transactional video on demand e subscription video on demand hanno trasformato il ruolo del consumatore e intaccato la centralità della sala cinematografica nell’immaginario collettivo. Piuttosto che pratica accessoria, il 2020, d’altronde, e la pandemia da Covid-19 hanno reso obbligatoria la visione di film in streaming.

Eppure, c’è stato un tempo in cui il cinema aveva un ruolo completamente diverso: esso, infatti, è stato una delle forme più lampanti della modernità e ha rappresentato una rivoluzione nella vita quotidiana. Definito da Francesco Casetti come l’occhio del Novecento, il cinema in sala ha mutato radicalmente il rapporto con le immagini e con le narrazioni, con lo spazio e con il tempo. Gli scrittori hanno iniziato presto a fare i conti con la settima arte: con il cinema, la letteratura non è stata più la stessa e, viceversa, il linguaggio cinematografico ha adattato ed ereditato le forme della narrativa.

Non stupisce, quindi, quanto importanti siano stati il cinema e la sala nei racconti e nei ricordi di molti scrittori novecenteschi. L’obiettivo di Racconti di cinema, antologia curata da Emiliano Morreale e Mariapaola Pierini ed edita da Einaudi, è quello di dar vita a una gigantesca “cineteca di Babele” attraverso trentatré racconti che rendono omaggio al cinema. Le storie narrate mostrano l’evoluzione della sala cinematografica come luogo in cui cogliere le inquietudini di un mondo in continuo mutamento. Pronti ad abbandonare casa vostra e a immergervi nella dimensione dell’artificio e del sogno?

Racconti di cinema: l’antologia

Leggere racconti sul cinema significa ripercorrere più di un secolo e rivivere, per frammenti, la storia di un’invenzione  che, secondo i suoi creatori, era destinata a non avere futuro. Tra i milioni di spettatori confusi in mezzo alla platea hanno trovato posto anche gli scrittori, che, nella nuova invenzione, hanno immediatamente visto qualcosa con cui confrontarsi. L’antologia Racconti di cinema ingloba testi che indirizzano il lettore verso diverse macroaree. Il segmento A riveder le stelle alimenta il mito del divismo attraverso un processo di laicizzazione e smascheramento: le star che hanno segnato il sogno hollywoodiano sono cadute in una spirale di declino, fragilità e smarrimento.

Sperduti nel buio si concentra sulla figura dello spettatore all’interno della sala cinematografica: in questo caso, è lo svuotamento dell’ambiente a farsi metafora dell’incedere del tempo. Nei racconti di Irene Némirowski e Graham Greene, il cinema è un angolo misterioso, un antro nel ventre della metropoli. Gli ultimi due segmenti, Un mestieraccio infame e Come in un film, infine, mostrano il frenetico lavoro e l’ingranaggio che tiene in piedi l’intelaiatura dell’incantesimo e gli effetti del cinema sulla psiche. Nei testi di Guillaume Apollinaire, Massimo Bontempelli e Ray Bradbury, vivere di cinema significa abdicare alla propria esistenza in nome di una vita fittizia, non saper più discernere il confine tra ciò che è reale e ciò che non lo è.

Racconti di cinema: la sala cinematografica

Intere generazioni di scrittori sono cresciute con il cinema, imparando anche da esso l’arte del racconto. Una frase di Leonardo Sciascia sintetizza ciò che la maggior parte dei cantori del cinema, travolti dal buio della sala, ha provato: “Per me, per altri della nostra generazione e della nostra vocazione, il cinema era allora tutto. Tutto”. Apparizione sconvolgente e inquietante per i primi spettatori, libertà ed evasione per gli italiani cresciuti sotto la dittatura fascista, primo gradino verso l’arte per coloro che accedevano a una cultura pop. Oggi, la sala cinematografica è in via di estinzione e leggere racconti venati di rimpianto per un tempo perduto risulta dare vita a un’esperienza ancor più intensa rispetto a qualche anno fa. Autori quali Jean Giraudoux, Carlo Emilio Gadda e Piero Santi presentano la sala come un microcosmo magmatico di persone che fanno esplodere la propria vitalità in un luogo chiuso che riproduce e amplifica quanto accade sullo schermo.

A traghettare verso un’atmosfera più solitaria e vicina ai giorni nostri è Cinema Albero, firmato da Efraim Medina Reyes e pensato nell’ottica di un’educazione sentimentale. Oggi il racconto della sala cinematografica è quasi l’opposto di quello di cinquant’anni fa. Da luogo brulicante di vita, il cinema è reso come spazio di sottrazione. Negli scritti di A. L. Kennedy e Don DeLillo inglobati nella silloge, la sala è un ambiente vuoto e solitario, punteggiato di presenze fantasmatiche: Frank e La Denutrita restituiscono l’immagine di persone che “[…] sarebbero rimaste solitarie anche dopo essere uscite dalla sala, senza scambiarsi una parola o uno sguardo” e che si smarriscono in città anestetizzate e popolate da “[…] pedoni che attraversano di corsa la strada, a tappe, a raffiche tattiche, con i cellulari saldati alla testa”. Il cinema-mondo (così viene definito da Emiliano Morreale e Mariapaola Pierini) non è scomparso sotto ai colpi d’ascia del sonoro, della televisione e della tecnologia digitale ma per mano di un nemico ben più etereo e ineffabile.

Prospettive

Il cinema oggi è un arcipelago di esperienze fruitive. Basti pensare alle piattaforme di video on demand e a player quali Netflix, Amazon Prime Video, Apple TV+, Disney Plus, etc., che hanno offerto la possibilità di scoperchiare un terrificante vaso di Pandora il cui contenuto ci sta travolgendo con la forza di un tornado generazionale. Vedere un film ha smesso di essere un’esperienza condivisa e si è trasformato in una pratica individuale che, per certi versi, somiglia sempre più a quella della lettura. In un contesto in cui possiamo interrompere la visione quando vogliamo ed entrare e uscire dal flusso delle immagini a nostro piacimento, la vita di tutti i giorni diventa simile a un fiume, a uno streaming senza memoria, a un flusso torrenziale che ne rende liquida l’esperienza.

L’interrogativo – affrontato in Futuro, ultima edizione cartacea della rivista “Birdmen Magazine” – da porre al lettore e alle generazioni future è chiedersi se sarà possibile, in uno scenario del genere, “[…] interrompere il fiume e godersi la vista di quello che nella corsa rapinosa nell’acqua” del tempo presente “si può solo intravedere di sfuggita”. Proprio in virtù del suo confinamento nello spazio del fotogramma e della sala, il cinema è stato in grado di emanare nel buio bagliori accecanti e di spingere lo spettatore, nel mondo esterno, in cerca di altra vita. Oggi, invece, la sua rilocazione lo ha privato della forza differenziale di cui era dotato, finendo per normalizzarlo e renderlo quotidiano. In che modo il cinema vivrà nella prosa e nei ricordi degli scrittori e spettatori futuri? Sarà ancora in grado di essere raccontato come “scarto” piuttosto che come norma?

 

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Laureato triennale in Storia e Critica del Cinema e magistrale in Editoria e Scrittura alla Sapienza Università di Roma, ha fatto parte delle giurie di diversi festival di documentari e cortometraggi di genere, ha scritto per HuffPost Italia e ha vinto il Premio Farassino come Miglior critico cinematografico italiano under 25. Al momento frequenta il Master Booktelling dell'Università Cattolica del Sacro Cuore e scrive per Point Blank, Birdmen Magazine e Movieplayer.

About Matteo Marescalco (Master BookTelling)

Laureato triennale in Storia e Critica del Cinema e magistrale in Editoria e Scrittura alla Sapienza Università di Roma, ha fatto parte delle giurie di diversi festival di documentari e cortometraggi di genere, ha scritto per HuffPost Italia e ha vinto il Premio Farassino come Miglior critico cinematografico italiano under 25. Al momento frequenta il Master Booktelling dell'Università Cattolica del Sacro Cuore e scrive per Point Blank, Birdmen Magazine e Movieplayer.

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