Raccontare i viaggi, soprattutto quelli insoliti: intervista a Eleonora Sacco

“Con il mio lavoro mi batto perché i paesi dell’Est ex sovietico siano considerati al pari degli altri”.
Eleonora Sacco, classe 1994, riassume così la sua attività. Curiosa, poliedrica e sempre pronta a iniziare nuove avventure, dal 2015 racconta sul web l’Est di ieri e di oggi, andando oltre gli stereotipi e i pregiudizi. Inizia con il blog Pain de Route ma presto la sua attività si allarga anche ad altri canali: nel 2019 è co-autrice di Cemento, podcast dedicato a viaggi e curiosità sovietiche e a luglio 2020 pubblica il libro Piccolo alfabeto per viaggiatori selvatici con Enrico Damiani Editore, volume ricco di avventure, consigli pratici e itinerari insoliti. A novembre 2020 crea il progetto Poputčik, tour virtuali live con guide locali.

Nel 2015 hai aperto il tuo blog di viaggio, Pain de Route: come hai scelto questo nome?
Ho preso ispirazione dal “pan di via” del Signore degli Anelli, utilizzato durante i lunghi viaggi per la Terra di Mezzo dato che si conserva per molti giorni. Volevo che il mio blog fosse un luogo in cui cercare ispirazione e nutrimento, trovare la forza e l’energia per fare cose che sembrano all’inizio difficili e irraggiungibili. Il mio scopo era realizzare un archivio di informazioni, specialmente su argomenti come autostop, campeggio libero, trekking, che allora si trovavano poco su internet in lingua italiana. Fin dall’inizio ho dato grande spazio ai paesi dell’ex URSS.

Quali sono secondo te le barriere culturali e gli stereotipi che limitano la comprensione dei paesi dell’Est?
Vengono visti come luoghi in cui non c’è niente da visitare, dove ci sono solo “casermoni” in cemento, senza storia e valore artistico. Come se da noi ci fossero solo edifici antichi e belli; da nata e cresciuta a Milano so bene che non è così. Il secondo stereotipo è che sono luoghi ostili e inospitali: i media occidentali parlano di ex URSS solo per disastri ecologici, violazioni dei diritti umani, guerre e oppositori politici arrestati. Queste informazioni sono vere, ma è solo una faccia della medaglia. Esistono anche persone comuni che conducono una vita normale e molti luoghi straordinari da vedere. Poi su certi stati, come il Turkmenistan o il Kazakistan, arrivano così poche notizie che risulta difficile anche solo farsi un’idea su di loro.

Questi preconcetti appartengono alle generazioni più anziane?
Tanti di questi stereotipi vengono da persone che hanno vissuto la Guerra fredda e che hanno un’idea dei paesi comunisti come luoghi tetri, dove si viveva male, dove mancava il cibo e dovevi fare la coda per andare al supermercato. È una visione parziale e ormai sono passati trent’anni dalla caduta dell’Unione Sovietica.

I paesi di cui ti occupi si trovano in molti casi in situazioni politiche problematiche e instabili. Nel tuo lavoro che ruolo hanno le tematiche legate alla politica e ai diritti umani?
Viaggiando in queste zone è difficile ignorare queste tematiche, sono aspetti che impattano direttamente sulla vita della gente. Per me sono elementi fondamentali, infatti la passione per questi luoghi è partita proprio dai diritti umani, in particolare dall’interesse per la storia e gli scritti della giornalista Anna Politkovskaja. Mi è anche capitato di viaggiare in Abcasia e Transnistria, stati con limitato riconoscimento internazionale. Parlo spesso di questi temi, è importante discuterne senza giudicare, senza proporre soluzioni ma diffondendo informazione.

Qual è il ruolo della lingua nel viaggio e quanto è importante comunicare con le persone del posto?
Viaggiare senza comunicare non ha senso, la lingua è tutto. Non interagire con la gente del posto è un peccato, è la migliore risorsa dei posti che visitiamo. Ho molti ricordi di luoghi anche esteticamente o culturalmente poco rilevanti proprio per le persone che ho conosciuto, che mi hanno colpito per l’ospitalità straordinaria, per il modo in cui si sono aperte e confidate. Non è possibile fare ciò ovunque nel mondo solo parlando l’inglese, perché, pur essendo una lingua molto duttile, spesso non è di nessuno dei popoli che si parlano, il che rende tutto più distaccato e asettico.

Nei paesi ex URSS il russo continua a essere molto diffuso.
Il russo rimane per loro una lingua franca: in molti stati è usato quotidianamente, hanno dei canali televisivi in russo e ascoltano musica russa alla radio.  È una lingua che padroneggiano soprattutto le persone dai quaranta in su, perché l’hanno studiata a scuola. Il fatto di parlare una lingua franca, che però è anche la loro lingua, abbatte molte barriere e avvicina all’interlocutore. Di solito le persone rimangono molto stupite e incuriosite quando un occidentale parla il russo.

Quali sono gli elementi indispensabili per parlare di viaggi e catturare l’attenzione del pubblico?
Lo strumento più forte per me sono le storie, le avventure strane, le concatenazioni di eventi improbabili. Abbiamo un gran bisogno di storie belle, complicate, che ci facciano sentire partecipi delle vicende come se anche noi le avessimo vissute. Le storie fanno affezionare le persone a quello che faccio, ai personaggi che descrivo.

Hai raccontato le tue storie in tantissimi modi.
Ho iniziato con i post su Facebook accompagnati da qualche foto, poi mi sono concentrata sul blog per raccontare quello che facevo in maniera più approfondita, aggiungendo video e musica. Successivamente mi sono spostata sulle storie di Instagram, che sono un modo di raccontare molto incisivo. Poi tra le ultime cose è arrivato il podcast, che secondo me è un mezzo molto potente.

Insieme ad Angelo Zinna sei infatti autrice di Cemento, podcast dedicato all’Est post-sovietico. Quali sono, secondo te, le caratteristiche di un podcast di successo e in particolare perché il vostro è popolare?
Per il nostro podcast è importante l’originalità delle storie, il fatto di raccontare tanti fatti di per sé poco noti con ricchezza di dettagli e precisione, facendo in modo che risultino comunque comprensibili per tutti. E poi il lato tecnico è fondamentale, dietro un podcast c’è un lavoro enorme: bisogna pensare alle parole adatte, alle pause, cambiare l’intonazione della voce, guidare l’ascoltatore a volte ribadendo dei concetti, perché seguire un discorso orale è più difficile che uno scritto. È importante riascoltarsi dopo qualche giorno per assicurarsi che il discorso si capisca. Non è facile, i primi risultati vengono male.

Una delle puntate del podcast è dedicata a Černobyl’, località divenuta molto popolare come meta turistica dopo l’uscita della serie TV dedicata al disastro nucleare. Cosa pensi del turismo “macabro”, che ha come destinazioni luoghi in cui si sono verificate tragedie simili?
È un tema su cui è difficile avere una posizione netta, per quanto mi riguarda l’importante è andare in questi luoghi sempre in punta di piedi. Capisco il turismo “macabro”, c’è la volontà di comprendere qualcosa di difficile e inquietante avvicinandosi, vedendo con i propri occhi. Però Černobyl’ è una tragedia recente, per cui la gente paga ancora immense conseguenze e gli effetti a lungo termine non sono neppure noti. Il fatto di andare là, sapendo che ci sono persone che vivono ancora la tragedia, lo trovo poco rispettoso. Soprattutto perché alcuni turisti vanno di solito solo nel sito del disastro, se magari visitassero diverse zone dell’Ucraina o della Bielorussia e poi anche Černobyl’ potrei capirlo un po’ di più.

Sono nate anche molte agenzie specializzate in questi tour.
Sono arrivate tante agenzie perché si guadagna bene. In alcuni casi non sono serie, non raccontano i fatti in maniera veritiera e approfondita o magari se ne fregano delle misure di sicurezza. Sono le stesse agenzie che ti dicono che è sicuro visitare il sito, ma il rischio non è mai escluso. E poi c’è la questione delle guide: una guida che va ogni giorno o ogni settimana a Černobyl’ è soggetta a una grande quantità di radiazioni assolutamente evitabili.

Nel 2020 hai pubblicato il Piccolo alfabeto per viaggiatori selvatici: come è stato per te passare dalla scrittura per il blog e i social alla stesura di un libro?
È stato molto impegnativo, ogni mezzo ha i suoi codici e bisogna rispettarli perché ne va dell’efficacia di quello che fai. Sono partita da alcuni materiali che avevo raccolto e mi sono affidata alle mie editor. È un lungo lavoro di negoziazione e l’autore secondo me deve avere l’umiltà di affidarsi a chi di libri ne ha corretti a migliaia.

Alcune voci del libro sono delle poesie: qual è il tuo rapporto con questo genere?
Di per sé è un genere che frequento meno rispetto alla prosa, però per il libro volevo sentirmi libera di esprimermi nella forma che mi sembrava di volta in volta più adatta. Certe storie mi sono venute così, in questa veste più condensata e impressionistica e non ho voluto rielaborarle in altri modi.

Qual è il messaggio etico che vuoi trasmettere attraverso l’idea di “viaggiatore selvatico”?
Il messaggio che voglio veicolare è che viaggiare in maniera lenta e soprattutto ascoltando le persone del luogo con umiltà ci insegna tanto, è un’enorme opportunità di imparare uscendo dalla propria zona di comfort. È importante cercare di adattarsi, senza lasciare impronte. Non giudico il turismo di massa o il turismo “mordi e fuggi”, ognuno ha le proprie disponibilità e i propri interessi, però bisogna tenere presente che ci sono delle alternative comunque fattibili.

 

Eleonora Sacco è intervenuta con Francesca Aimar il 26 aprile a “Book Tales – Raccontare… le passioni, tra cucina, viaggi e altro ancora” terzo appuntamento del ciclo Dibattiti di Book Tales. Vedi la registrazione dell’evento.

Laureata in lingua e letteratura russa, dopo diverse esperienze lavorative frequento il Master in Professione editoria dell'Università Cattolica.
Mi piace tenermi informata e sono da sempre appassionata di cinema, arte e letteratura.

About Maria Lucia Boi

Laureata in lingua e letteratura russa, dopo diverse esperienze lavorative frequento il Master in Professione editoria dell'Università Cattolica. Mi piace tenermi informata e sono da sempre appassionata di cinema, arte e letteratura.

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