“Quella di Oscarvault”: intervista a Chiara Reali

È conosciuta come “quella di Oscarvault”, ma Chiara Reali, Social Media Manager della pagina Instagram Oscarvault, in realtà è molto di più. Traduttrice e formatrice, revisora di testi, book scout, esperta di tematiche LGBTQIA+. Vincitrice del Premio Italia come miglior traduttrice nel 2019 con Ares Express di Ian Mc Donald, è anche socia onoraria della Società Italiana delle Letterate dal novembre 2021.

Ti sei laureata in psicologia con una tesi sul tema del doppio nell’opera di Sylvia Plath. Avevi già deciso di lavorare con i libri?
“Nì”. Non sapevo che avrei voluto lavorare coi libri, ma durante l’università ho iniziato a scrivere. Lì ho capito che non volevo fare la psicologa ma che avrei preferito lavorare con le parole. Non avevo un’idea precisa di cosa fare o di come avvicinarmi al mondo editoriale. Ma mi è successo più di una volta di essere nel posto giusto al momento giusto. Nel 2008 sono stata invitata al festival letterario di Cuneo “Scrittori in città” come scrittrice esordiente, questa esperienza mi ha permesso di entrare in contatto con Giovanna De Angelis, allora editor di Fazi, e di iniziare a lavorare con lei come lettrice di narrativa angloamericana.

E come sei arrivata poi al mondo della traduzione?
Avevo già iniziato a fare qualche traduzione senza un vero e proprio contratto, e mi sono accorta che mi piaceva tantissimo: appena ho iniziato a tradurre ho sentito subito di essere a casa. Poi il mio amico Giorgio Raffaelli ha fondato la casa editrice Zona 42. Aveva già in mente il libro con cui voleva partire e si era convinto che io avessi la voce giusta per tradurre Desolation Road di Ian Mc Donald. È stato bellissimo. Certo, non un libro facile per esordire, ma mi ha confermato l’idea che fosse quello che volevo fare.

Poi hai continuato, e continui tuttora, a tradurre. A proposito, c’è una traduzione a cui sei più affezionata?
Credo sia la traduzione di un racconto che fa parte delle Visionarie. Fantascienza, fantasy e femminismo: un’antologia, pubblicata dalla casa editrice Nero. Si tratta di Tredici modi di concepire lo spazio tempo, di Catherynne M. Valente, che è un racconto pazzesco e difficilissimo (mi piacciono le cose difficili). Penso sia stato il testo che più ho adorato tradurre, sia per la commistione di linguaggi, sia per la poesia sublime che lo permea. Anche Vietato scrivere di Joanna Russ (tradotto con Dafne Calgaro per l’Enciclopedia delle donne) per me è molto importante, perché ho voluto fortemente che uscisse in Italia in traduzione.

Adesso sei arrivata anche a vedere il tuo nome sulla nuova traduzione di un grandissimo classico come La mano sinistra del buio di Ursula K. Le Guin. Com’è stato tradurlo?
La mano sinistra del buio mi fa venire ancora gli incubi di notte. È stato il primo libro tradotto per una grande casa editrice, è una ri-traduzione ed è il testo forse più importante di una “dea”, quindi ho sofferto di una sindrome dell’impostore pazzesca. È stato faticoso, ma mi ha costretta a prendermi più sul serio. È il libro che mi ha fatto crescere di più come traduttrice.

È un libro complesso e stupendo, ho pianto un po’ sul finale.
Eh, anche io grandi piantoni! Poi piango quasi sempre mentre traduco, anche perché quando arrivi alla fine è come quando finisci un libro che ti è rimasto nel cuore. Devi salutare i personaggi che hai amato, ma soffri dieci volte di più perché non solo li hai amati, li hai fatti anche muovere, hai dato loro la voce.

Comunque adesso sei soprattutto conosciuta come “quella di Oscarvault”, ovvero Social Media Manager della pagina Instagram di Oscar Mondadori Vault. Come sei arrivata a occupare questa posizione?
Poco prima dell’inizio della pandemia sono entrata in contatto con Oscar Mondadori Vault, all’inizio come traduttrice. Poi, visto che stavano per pubblicare il primo volume di Heartstopper e c’erano molti libri con tematiche e personaggi queer in uscita, è saltato fuori tutto il lavoro che avevo fatto negli anni precedenti: la collaborazione social è nata così. Bisognava trovare il modo giusto per comunicare questi libri.

Perché negli anni ti sei occupata di diverse community a tema LGBTQIA+, anche qui eri proprio nel posto giusto al momento giusto.
Esatto. Ho iniziato a muovermi nel mondo LGBTQIA+ seguendo il progetto “Le Cose Cambiano”, basato sull’americano “It gets better”, che rivolgeva agli adolescenti queer una raccolta di testimonianze di adulti con un messaggio di speranza. In quel momento stavano nascendo diversi progetti che avevano molte cose in comune: da una parte la centralità delle persone che raccontavano la propria esperienza, dall’altra il fatto di raccontare storie positive. Poi mi sono spostata verso un’altra realtà, l’associazione Diversity (simile al modello americano di GLAAD), che aveva come focus il linguaggio e la rappresentazione delle persone queer nei media. In entrambi i casi mi occupavo anche dei social.

Quindi già avevi avuto a che fare con delle community. Deve averti aiutato a costruire il rapporto umano che si è creato con i follower di Oscarvault su Instagram e nel canale Telegram.
Sì, quella è la mia soddisfazione più grande. Al di là dei numeri, ho adorato come il rapporto si sia scaldato con il primo calendario dell’avvento del 2021. In piena pandemia ci sentivamo tutti così tristi, così isolati, e si stavano avvicinando le vacanze di Natale. L’ormai famoso Calendario dell’avvento di Oscarvault è stato un modo per sentirci vicini, per condividere non solo il nostro amore per i libri e per le storie, ma anche tanto di noi stessi. Non mi sarei mai immaginata una risposta così calorosa e stupenda.

Ti occupi tu di tutto o hai qualcuno che ti aiuta?
Della parte grafica si occupa Barbara Di Landro; assieme cerchiamo di tradurre in immagini il tono di voce, il sentiment, della pagina, che alla base ha l’idea di non voler essere una vetrina ma una community, che per noi è fondamentale. C’è anche una persona che mi dà una mano con i messaggi diretti, perché altrimenti non ce la farei. E poi c’è Marco Rana, l’editor delle nostre collane, che ha avuto l’idea di usare Instagram, e di usarlo in modo diverso.

Tornando per un attimo al tema LGBTQIA+, secondo te cosa possono fare i libri per creare un contesto inclusivo?
La rappresentazione è fondamentale. Più storie vengono raccontate, meglio è. Anche scegliere di leggere libri queer non essendo queer è importante. Ti dà l’opportunità di metterti nei panni delle altre persone, di capire meglio cosa vivono e trovare dei punti di contatto. È questa la magia delle storie.

E cosa ne pensi dell’uso della schwa? Secondo te c’è speranza che la lingua italiana diventi più inclusiva?
Per la schwa, ho scelto di usarla nella comunicazione di Oscarvault perché in quel momento mi sembrava la soluzione imperfetta migliore tra quelle che avevamo, oltre ad essere una dichiarazione “politica”, in un certo senso. Secondo me c’è speranza: le persone non-binary esistono, parlano di se stesse e raccontano storie e la lingua sarà costretta a evolversi di conseguenza. Quindi sì, magari ci vorrà del tempo, e magari ci saranno diverse soluzioni prima di trovare quella giusta, ma in un modo o nell’altro ci arriveremo.

Un’ultima domanda. Qualche consiglio per chi vorrebbe entrare nel mondo dell’editoria e intraprendere un percorso come il tuo?
La cosa fondamentale è non fissarsi su una cosa e una soltanto, andando avanti col paraocchi. Cambia tutto così velocemente ed è indispensabile restare al passo, devi sempre sapere quello che sta succedendo e imparare la lingua delle persone con cui devi comunicare. Per me è stato importante avere un blog pubblico su cui scrivere. C’era sempre qualcuno che arrivava sul mio blog e mi contattava per propormi qualcosa. Anche avere un curriculum un po’ diverso dal solito è utile: denota molta voglia di fare, che non è per niente scontata. E per farsi conoscere? La cosa importante è trovare il proprio modo, perché nel fare una cosa che ti fa stare bene si crea davvero un circolo virtuoso.

 

Questa intervista è stata realizzata nell’ambito del corso di Testi e video per l’informazione giornalistica di Carlo Fumagalli. Vedi l’elenco completo degli insegnamenti del Master Professione Editoria.

Classe 1993, Triennale in Giapponese e Magistrale in Strategie di Comunicazione, ha iniziato con entusiasmo l'esperienza del Master Professione Editoria.
Da sempre appassionata del Giappone, è un'accumulatrice seriale di manga, libri (meglio se fantasy o gialli) e videogiochi. Ha un serio problema con i prodotti di cancelleria e non può fare a meno di disegnare su qualunque cosa le capiti a tiro.

About Federica Depetro (Master Professione Editoria)

Classe 1993, Triennale in Giapponese e Magistrale in Strategie di Comunicazione, ha iniziato con entusiasmo l'esperienza del Master Professione Editoria. Da sempre appassionata del Giappone, è un'accumulatrice seriale di manga, libri (meglio se fantasy o gialli) e videogiochi. Ha un serio problema con i prodotti di cancelleria e non può fare a meno di disegnare su qualunque cosa le capiti a tiro.

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