Post Office di Charles Bukowski

Recensione di Luca Grazioli, vincitore del Concorso “Io, BookInfluencer” per la categoria Big.

Iniziare a “leggere” partendo da Bukowski è come iniziare a strimpellare la chitarra con i Nirvana o con gli Oasis.

In entrambi i casi l’effetto è credere di poterlo fare con gli stessi risultati, sperando di possedere il talento innato che Naïf, il dio protettore delle velleità, si spera dispensi ogni tanto qua e là. Chi crede di meritare di essere letto solo perché ha avuto i brufoli o anche soltanto un po’ di sfiga è destinato a rendersi conto che non è facile come sembra. Non riesco a quantificare numericamente gli emuli dello zio Hank, ma fidatevi, sono tanti.

Mi spiace per loro, ma per scrivere come Bukowski (così come per suonare e urlare come Kurt Cobain) devi essere Bukowski. Ci siamo passati tutti e ci sta, ma accettiamolo: il trucco c’è sempre. E non è che sia chissà quale trucco… è che si deve vivere, per raccontare della vita, e si deve quasi morire per scrivere di rinascita.

 

Se si accetta questo non risulta troppo strano il fatto che un romanzo umoristico che abbia come sfondo un ufficio postale si trovi ad essere ritenuto quasi un manifesto della condizione dei lavoratori nell’America ai tempi in cui da noi si intravedeva il boom economico. Come qualcuno affermerà anni dopo la scomparsa dello scrittore di L.A. (avvenuta per malattia a 74 anni, nel 1994, pochi giorni dopo il suicidio di Cobain), Bukowski era “l’uomo della strada che scrive per la gente della strada”. Qualcuno potrà dire “e che c’è di nuovo, o di speciale, in questo”? Semplice: Bukowski ha davvero rischiato di morire, è davvero stato senza un soldo, è davvero rimasto solo con la scrittura, o per lo meno questo è quanto ci è giunto.

Il romanzo inizia con “cominciò per sbaglio”, ed è costituito da molti e brevissimi capitoli (lezione per ammissione dello stesso autore imparata da John Fante, di cui era ammiratore), costituiti a loro volta da frasi più asciutte di un phon. Il romanzo in sé non dice nulla di speciale: a volte fa ridere, a volte fa pensare. Forse la sua forza risiede nel fatto di sembrare sempre “sul punto di…”, ed è per questo che ti piace; in fondo, quanto può essere interessante la vita di un dipendente delle poste? 

La sua lo è. Da postino supplente a impiegato fisso intercorrono più di dieci anni di vita da girone dantesco (con tanto di “diavoli”, ergo i sorveglianti pronti a sferzare i lavoratori con affilati cartellini di ammonizione). Insomma, il lettore percepisce che si tratta di roba onesta: sono cose che ti può raccontare chiunque, ma a differenza di chiunque lui l’ha fatto in modo efficace (forse anche alcuni scritti degli Stoici possono sembrare banalità, al lettore distratto, ma non può non avere senso leggerli) e sardonicamente fantozziano. Luoghi, personaggi e quieta disperazione giornaliera sono descritti con impiegatizia accuratezza, frutto di meno di un mese di lavoro, un romanzo d’esordio che profuma di urgenza. 

Il gap tra Post office e un qualsiasi romanzo dello stesso genere è la sottile ma enorme differenza che intercorre tra una barzelletta raccontata bene o male, tra una cosa vissuta in prima persona o raccontata: tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo “e il”.

Charles Bukowski- Post Office

192 pagg., 9,50 euro – TEA 2017

ISBN 9788850246977

 

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