“Il mio modo di stare in rete”: un dialogo con Mafe De Baggis

“Io parlo del mio modo di stare in rete. Un modo un po’ nascosto, non troppo in evidenza, che ignora le situazioni polemiche e litigiose. Non sei obbligato a seguire tutto ciò che succede sui social, anzi, il problema dei social è proprio la facilità con cui è possibile liberarsi delle situazioni che non ci piacciono. Questo ovviamente non è trasportabile nel reale. Confondere la propria esperienza in rete con il mezzo in sé è un po’ come andare in discoteca con le cuffie e lamentarsi della musica alta”. Mafe De Baggis, digital media strategist e non solo, racconta la sua concezione del web, tra passione per la lettura – con un approccio marcatamente anti-snobista – e utilizzo dei social come canale di comunicazione editoriale.

Il tuo libro Libera il futuro è una matrioska di citazioni letterarie della natura più varia, a testimonianza di come si possano trarre insegnamenti dai contesti più disparati. Credi tuttavia che sia diffuso ancora un approccio snobista nei confronti della lettura?
Sicuramente. Non ne possiamo più di questo senso di superiorità che si attribuisce alla letteratura rispetto al romanzo di genere. È paradossale: a scuola studiamo il mito, la leggenda, l’epica, la chanson de geste, ma anche gli stessi Promessi Sposi e l’intero romanzo ottocentesco, semplici intrattenimenti all’epoca in cui sono stati scritti. I libri di Dickens uscivano a puntate esattamente come accade ora con le serie. Eppure c’è questo scollamento nella società, come se ci fossimo dimenticati delle origini dei classici che oggi veneriamo.

Cosa consiglieresti alle istituzioni scolastiche per smontare questa ideologia?
È un argomento delicato, c’è sempre questa idea di lettura come momento di grande crescita personale e impegno, che soprattutto da piccoli si traduce in un’idea di fatica e di studio. Ho l’impressione che insegniamo ai bambini a considerare la lettura un’attività legata alla scuola, che si deve fare per forza. Come spiega Maryanne Wolf i lettori nascono quando raccontiamo storie ai bambini. La competenza della lettura nasce dunque prima di imparare a leggere, quando ci appassioniamo alle storie. Quindi, a mio modo di vedere, più che lavorare sul libro come oggetto di trasmissione della lettura, è importante lavorare sull’idea di sviluppo della fascinazione per l’immaginario, la fantasia e la creatività.

Hai mai applicato questo pensiero alla tua vita lavorativa?
Questa, nel lavoro, è stata per me la svolta. Da lettrice vorace che vedeva i libri più come rifugio che come forma di piacere, sul lavoro, stanca degli stimoli esterni che mi arrivavano in qualità di digital strategist nel mondo della comunicazione, ho riscoperto la filosofia, l’antropologia; autori che avevo studiato, ma mai letto davvero. All’improvviso mi sono tirata fuori da questa piccola crisi professionale e ho capito che per qualunque lavoro tu faccia, studiare cose diverse è molto più utile che studiare cose relative al tuo campo di applicazione. Questo è stato un punto di svolta: il lato più bello del lavorare nella comunicazione è che ogni cliente è un mondo ignoto. L’uso della lettura e la possibilità di scontrarti con realtà lontanissime dal tuo quotidiano è a tutti gli effetti una competenza professionale centrale nel nostro lavoro. Adoro passare da un genere all’altro, da uno stile all’altro, eppure per molte persone sembra che questa pluralità non sia contemplata.

Credi che questo aut-aut si rivolga anche ad altri contesti?
Sì, la spinta a un’alternativa secca torna anche in altri ambiti: come per i social media. Sembra che sui social o ci stai, o non ci stai. Starci come vuoi tu, prendendo le distanze da comportamenti che non ti piacciono, quanto tempo dedicarci pare un’opzione non praticabile. Quindi o c’è il grande rifiuto, oppure li devi subire.

Ma i social possono aumentare il numero di lettori?
Sui social ci sono molti più amanti dei libri che lettori. I libri sono un social object, un oggetto che favorisce le conversazioni e che fa sentire le persone molto vicine. Il problema è che i numeri non coincidono. Questo è per me un fenomeno positivo e un’ottima notizia per gli editori: probabilmente il libro come oggetto è molto più amato rispetto alla lettura in sé. Attraverso questo feticismo possiamo anche spiegarci che gli ebook vendano meno.

Qual è il ruolo svolto dal sito di un editore da quando sono nati i social?
Sono parte di un ecosistema e non un’alternativa, si tratta di due passaggi diversi del custumer journey. I social devono intercettare chi non ha ancora idea della tua proposta, mentre il sito è utile per approfondire, cercare e trovare informazioni.

Quanto della narrazione sul web non è stato ancora sapientemente sfruttato dagli editori?
Penso all’importanza data al dietro le quinte: c’è una grandissima curiosità verso ciò che c’è dietro al risultato finale. Le persone sono affamate di sapere come si scelgono i libri, una copertina, come si costruisce un best seller, come funzionano le schede di lettura e altre informazioni tecniche. Il dietro le quinte di un libro è tutto ciò che di un libro non è finito. Il desiderio che i lettori hanno di non uscire da una storia è potentissimo. Penso che l’editore futuro sarà più un progettista di mondi permanenti, che uno stampatore di libri cartacei. Non vedo la comunicazione di un libro come qualcosa di staccato dalla sua storia. Anzi, dovrebbe rappresentare proprio tutto ciò che nel libro non è stato descritto. Questo è un rimpianto di ciò che non sono mai riuscita a trasmettere agli editori.

Ritieni che il modello della subscription economy possa estendersi anche all’editoria digitale o, ancora più lontana da questa realtà, cartacea?
Sì, è anche qualcosa che è esistito in passato: penso agli “Urania” di Mondadori. Questo è un altro aspetto bloccato nel mondo dell’editoria per questioni di resistenza al cambiamento degli editori, ma anche, probabilmente, per motivi più tecnici e giuridici come la legge sul copyright, che complicano il passaggio a un modello Netflix. Mi aspetto però che qualcuno – accorgendosi di Amazon con Unlimited – lo faccia da un momento all’altro e a quel punto tutti gli altri inseguiranno.

Per un grande gruppo ha ancora senso parlare di identità editoriale oppure la comunicazione sul web è ormai improntata al lancio e allo storytelling del singolo titolo?
No, è una cosa su cui si sta lavorando troppo poco. Non parlerei però di identità valoriale, ma di collana, di linea editoriale. Gli editori italiani quasi impermeabili a crisi e difficoltà sono quelli con una forte linea editoriale.

 

Mafe De Baggis è intervenuta con Marta Perego e  Luca Pantarotto il 12 aprile  a “Book Tales – Raccontare… le storie e le idee, tra romanzi e saggi” primo appuntamento del ciclo Dibattiti di Book Tales. Vedi la registrazione dell’evento.

Marchigiana classe '96, dopo una triennale in Lettere Moderne a Bologna, per la laurea magistrale si è spostata a Milano, dove tuttora vive, frequentando la facoltà di Filologia Moderna indirizzo editoriale dell'Università Cattolica Del Sacro Cuore. Allieva del Master Professione Editoria cartacea e digitale, cerca quotidianamente di ampliare le sue conoscenze e i suoi campi di competenza, entrando a contatto con ambiti e sfere differenti tra loro.

About Alice Marchionni (Master Professione Editoria)

Marchigiana classe '96, dopo una triennale in Lettere Moderne a Bologna, per la laurea magistrale si è spostata a Milano, dove tuttora vive, frequentando la facoltà di Filologia Moderna indirizzo editoriale dell'Università Cattolica Del Sacro Cuore. Allieva del Master Professione Editoria cartacea e digitale, cerca quotidianamente di ampliare le sue conoscenze e i suoi campi di competenza, entrando a contatto con ambiti e sfere differenti tra loro.

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