“Il mio miglior biglietto da visita è il mio lavoro, da sempre”. Intervista a Stefania Soma, aka Petunia Ollister

Una devozione nei confronti dell’estetica e l’ossessione per la coerenza: Stefania Soma continua a reinventarsi quotidianamente nel rapporto con la sua professione. Dagli inizi nel campo della conservazione artistica, passando per le esperienze nel settore dell’editoria libraria, sino all’approdo sui social – dove oggi vanta una community Instagram di più di 50 mila follower. Stefania Soma racconta chi c’è dietro @petuniaollister. 

Da dove nasce il nome Petunia Ollister?

Quando mi sono iscritta sui social non volevo starci col mio vero nome. Vengo dal mondo della conservazione, molto vicino all’Accademia, un mondo di persone seriose che, nel 2008, vedeva Facebook come una piazza per ragazzini. Il nome Petunia l’ha inventato un mio carissimo amico quasi per scherzo; prima il nome, poi il cognome per assonanza in un gioco di parole sempre fra amici. Cosi è nato un personaggio molto buffo e riconoscibile, paradossalmente emergendo dalla voglia di nascondersi.

Nel tuo lavoro credo che difficilmente le giornate possano assomigliarsi. È questo l’aspetto più affascinante?

Oggi svolgo tante attività diverse: lavoro nella formazione, faccio la consulente sui social per autori e aziende, modero eventi. In capo a una giornata devo dedicarmi a tantissime mansioni diverse, perché comunque è necessario inventarsi tutta una serie di segmenti. Quindi è vero, non c’è una giornata uguale all’altra. Questo ha anche risvolti negativi chiaramente: ho una pila enorme di libri di cui vorrei parlare sul mio profilo ma per i quali molto spesso non ho tempo.

In un certo senso il mondo del bookinfluencing in Italia inizia con il boom dei blog nel 2005, parliamo di più di quindici anni fa ormai. Per te che ci sei dentro sin dall’inizio, come pensi si sia evoluta questa dimensione negli anni?

Ti dico la verità, io vedo un mondo spaccato in due: quello dell’estetica fatta e finita, del selfie con il libro, e poi quello dei professionisti, delle persone che hanno cercato il più possibile di alzare il tiro proponendo testi e temi di levatura sempre maggiore. La nostra è una professione che non richiede un tesserino o l’iscrizione a un albo, ma il discrimine fra professionalità e produzione superficiale credo sia ben visibile.

E all’interno di questo mondo esistono sinergie con gli altri professionisti del settore?

Per me è fondamentale il legame con le persone, lo testimonia anche il fatto che ho una community molto poco aggressiva. Per il resto il mio è un gentlemen’s agreement, almeno nel mio caso non c’è il benché minimo interesse nel sollevare polemiche sterili. Chiaramente ho delle preferenze, prediligo il modo di comunicare di certi profili rispetto ad altri, ma al di là di questo nutro grande rispetto per tutti. 

La cura in fase di produzione di contenuti è sicuramente un sine qua non, ma nel tuo caso credo che la componente di ideazione grafica sia strettamente collegata alle esperienze nel mondo della conservazione. Quali sono le competenze che hai reinvestito in quello che fai oggi?

Le regole della composizione fotografica, che ho studiato per anni, ma anche l’approfondimento storico-artistico della mia formazione universitaria giocano un ruolo importante. Poi senza dubbio tutta una serie di conoscenze sulla storia dell’editoria che derivano dai miei anni in RCS, dove ho custodito la biblioteca e ho avuto modo di collaborare allo sviluppo di cataloghi storici di editori come Mondadori e Bompiani. Conoscere la filiera e i protagonisti dell’editoria è per me oggi un grande valore aggiunto.

In che senso per te è fondamentale la coerenza interna del profilo che aggiorni?

Ho un senso dell’etica calvinista, una sorta di vocazione al bello che porto avanti con grande consapevolezza. Ci ho creduto anche quando mi è stato detto che l’estetica spiccata può sembrare vuota, eppure per me la ricerca e la proposta di documenti coerenti è fondamentale. Una volta, per un romanzo ambientato nella Cagliari di inizio Novecento, ho acquistato una copia contemporanea de «L’Unione Sarda». L’immagine non è solo estetica, ma una testimonianza, una narrazione.

Come si differenziano fra loro le aziende nel proporti delle collaborazioni?

Non ti contattano quasi mai direttamente, ma attraverso agenzie di digital PR. In questo senso i miei lavori precedenti legati al settore del food sono stati molto utili: negli anni ho stretto un ottimo rapporto con le agenzie, quasi tutte milanesi. Il meccanismo che si instaura di solito è una sorta di passaparola: chi ha lavorato bene con te lo nota e ti propone per altre collaborazioni anche quando cambia agenzia. Il mio miglior biglietto da visita è il mio lavoro, da sempre.

Cibo e libri, a loro modo due prodotti che sui social si sanno vendere benissimo. Cosa li lega e rende il loro accostamento vincente?

Sono due piaceri della vita. C’è modo e modo di stare su Instagram, e io rispetto enormemente chi utilizza i contenuti per lanciare temi importanti e alti, ma in proporzione è naturale che la leggerezza abbia maggiore successo. Sul mio stesso profilo cerco sempre, furbescamente, di mandare dei messaggi, di trattare determinate tematiche; eppure non lo faccio mai esplicitamente, sempre in modo velato.

Curatrice, blogger, influencer, moderatrice, ma anche autrice…

Il progetto del mio primo libro è nato nel 2017 su forte spinta di Slow Food Editore, anche se io ero piuttosto scettica all’inizio. La loro insistenza è stata comunque vincente, il volume è andato molto bene, ho persino scattato tutte le foto in autonomia (e si vede, ci sono certi orrori sulla composizione e le ombre). Per il secondo invece, Cocktail d’autore, è stato coinvolto un fotografo professionista. Eppure le persone si sono affezionate al primo e alla sua amatorialità.

Qualche tempo fa si è generata una polemica legata alla regolamentazione dei contenuti sponsorizzati sui social, che in molti non segnalavano. Queste critiche alla mancanza di trasparenza hanno toccato anche il settore dei libri?

Lavorando da tempo con le agenzie so bene come funziona il meccanismo dell’advertising e segnalo qualsiasi genere di passaggio di soldi o scambio di prodotti che ricevo. Ma è chiaro che non posso fare la stessa cosa con i libri, sarebbe ridondante indicare ogni singola volta quali mi sono stati regalati. Si dà per scontato che il sistema sia esattamente lo stesso in vigore nel mondo delle recensioni sui giornali, che infatti non hanno bisogno di segnalare sempre lo scambio avvenuto.

 Hai lavorato e lavori sia sul digital che sul cartaceo, includendo testate giornalistiche e inserti culturali. Nel 2021 come credi che riescano a conciliarsi questi due canali?

Nutro grande rispetto per il mondo della carta stampata, anche se la stima non è sempre mutua. Qualcuno ancora ritiene che il lavoro sui social sia di serie B, ma sono finiti i tempi della visibilità per la visibilità; ora ogni contributo deve essere remunerato perché la nostra è una professione affermata e sotto gli occhi di tutti. Ci siamo sentiti dire che le nostre community erano agglomerati di bot, ma sono solo illazioni: non per forza chi ha grandi numeri si compra i follower.

Stefania Soma è intervenuta il 26 giugno al 1° Forum nazionale dei Bookinfluencer per Chiari Prima Capitale Italiana del Libro.

Vedi la registrazione dell’evento sul Canale dei Libri.

Nata a Pesaro nel 1996, dopo la maturità linguistica si laurea in Lettere moderne a Bologna. Svolge un Erasmus in Belgio, quindi consegue la magistrale in Filologia moderna alla Cattolica di Milano – dove attualmente vive. Ex allieva del Master Professione Editoria, ora lavora nell'Ufficio marketing di Garzanti Libri.

About Nicol Rengucci

Nata a Pesaro nel 1996, dopo la maturità linguistica si laurea in Lettere moderne a Bologna. Svolge un Erasmus in Belgio, quindi consegue la magistrale in Filologia moderna alla Cattolica di Milano – dove attualmente vive. Ex allieva del Master Professione Editoria, ora lavora nell'Ufficio marketing di Garzanti Libri.

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