Tra libri e musical: dietro le quinte di Les Misérables e The Phantom of the Opera

In un precedente articolo di questo blog è offerta una preziosa panoramica del costante e vivace dialogo tra libri e musical.

Libri e musical

West End (Londra)

Vere e proprie biblioteche a cielo aperto del teatro musicale, la newyorkese Broadway e il West End londinese sono forse gli esempi più emblematici di questo dialogo: ovunque si volga lo sguardo, dalle scintillanti facciate dei teatri alle fiancate dei taxi o dei tradizionali autobus a due piani, vediamo sfilare gli spettacoli in scena e, se prestiamo attenzione, possiamo scorgere più o meno in trasparenza i libri che li hanno ispirati.

Le storie migrano, dalle pagine fruscianti di un libro alle scricchiolanti assi di un palcoscenico. Ma si dà anche il caso di storie che, arricchite da questa esperienza e desiderose di nuove avventure, sono tornate sui propri passi per poi volare altrove, raccontando alla carta e al piccolo e grande schermo che le hanno (ri)accolte ciò che hanno imparato nel corso del loro viaggio.

È curioso che di tali peripezie letterarie nel mondo del teatro musicale siano testimoni e protagoniste proprio le due opere che detengono il record per i musical più a lungo rappresentati senza interruzioni rispettivamente a Londra e a Broadway, Les Misérables e The Phantom of the Opera, in scena ininterrottamente (fatta naturalmente eccezione per il periodo pandemico) dal 1985 e dal 1988 (1986 se si considera il debutto londinese). Il loro viaggio nell’universo transmediale ha percorso e ripercorso sentieri inaspettati e in questo articolo cercheremo di ripercorrerne le tappe principali.

 

Les Misérables: “another journey must begin”

Libri e musical

Les Misérables al Sondheim Theatre (Londra)

Il capolavoro nato dalla penna di Victor Hugo è forse la più fertile fonte di ispirazione per gli altri media che la letteratura abbia mai visto: le innumerevoli versioni teatrali hanno calcato i palcoscenici di tutto il mondo fin dal 1862, anno della pubblicazione dell’opera, e la settima arte ne ha accolto l’influenza a partire dai pionieristici esperimenti dei fratelli Lumière. Tra gli oltre sessanta adattamenti per il piccolo e grande schermo si annoverano anime, meta-adattamenti che riflettono sul concetto stesso di trasposizione transmediale e reinterpretazioni in chiave contemporanea. Senza contare poi le numerose edizioni illustrate, dagli sgargianti colori delle nostrane parodie dei classici firmate Disney al tradizionale bianco e nero dei manga.

Libri e musicalOgnuna di queste trasposizioni ha riplasmato secondo i propri canoni e strumenti espressivi la celebre storia dell’ex galeotto Jean Valjean, incattivito dalle ingiustizie subite, che, convertitosi grazie all’atto di misericordia del vescovo di Digne, percorre un cammino di redenzione dedicando la propria vita all’orfana Cosette, mentre tenta costantemente di fuggire dall’ossessiva caccia all’uomo dichiaratagli dall’implacabile ispettore Javert.

Tuttavia, l’adattamento più celebre a livello internazionale è senza ombra di dubbio l’omonimo musical creato dal compositore Claude-Michel Schönberg e dal librettista Alain Boublil nel 1980: Les Misérables, per gli amici Les Mis (come è stato affettuosamente ribattezzato dai fan), ha viaggiato in ben 53 Paesi e ha parlato (o meglio cantato) in 22 lingue diverse, di fronte a 130 milioni di spettatori.

L’incidente scatenante, per così dire, ebbe luogo negli anni ’70, quando il librettista francese Alain Boublil rimase folgorato dalla première dell’ormai canonico musical Jesus Christ Superstar e dal revival londinese del musical Oliver!: se gli inglesi avevano ardito portare il loro amato Dickens sotto le luci della ribalta del teatro musicale, pensò Boublil, perché non provarci anche con Victor Hugo nella sua Francia? Il soggetto dell’opera era parte integrante dell’identità nazionale a tal punto che avrebbe potuto risultare superfluo o addirittura controproducente trasporre l’intera opera di Hugo: si optò quindi per una forte riduzione del materiale di partenza, che diede luce a una giustapposizione di quadri ispirati agli episodi salienti del romanzo, inframmezzati da lunghi intermezzi musicali. Il successo del musical, diretto da Robert Hossein, attirò 500.000 spettatori e suscitò l’interesse di alcuni importanti addetti ai lavori dell’industria teatrale.

Libri e musicalAd aggiudicarsi i diritti per la versione inglese fu Cameron Mackintosh, oggi uno dei più influenti produttori teatrali a livello internazionale, il quale affidò la traduzione (o meglio, la ricomposizione) del libretto a Herbert Kretzmer e la regia a Trevor Nunn, l’allora direttore della Royal Shakespeare Company, e al collega John Caird: reduci da un adattamento teatrale del dickensiano Nicholas Nickleby della durata di ben otto ore e mezza, non ebbero alcuna esitazione quando fu chiaro che, per rivolgersi a un pubblico inglese, naturalmente meno esperto di letteratura francese di quello d’oltremanica, avrebbero dovuto ampliare il musical originale. Ed è qui che il romanzo entrò nuovamente in gioco: si tornò a sfogliarne le pagine per attingerne nuovo materiale e reintegrare così le omissioni presenti nella trama dello spettacolo francese.

Ne scaturì un sung-through musical (ovvero un musical interamente cantato, senza parti recitate in prosa) che nella versione originale durava circa quattro ore: non erano certo le otto ore e mezza del Nicholas Nickleby, ma erano sicuramente ancora eccessive, soprattutto in previsione di un eventuale (e ben auspicato) trasferimento nel più commerciale West End, che infatti avvenne dopo due mesi dal debutto, grazie allo straordinario successo dello spettacolo guidato, nel ruolo di protagonista, da Colm Wilkinson. Il musical fu dunque drasticamente tagliato e attualmente ha una durata di circa due ore e mezza: va da sé che, nonostante il ritorno al romanzo, siano nuovamente emerse alcune lacune rispetto all’intreccio originale, ben mascherate però dalla vorticosa velocità con cui si avvicendano le scene.

Se questo trucco può ingannare gli spettatori a teatro, dove la loro fantasia è chiamata a uno sforzo di immaginazione notevole e dove il tema, e non l’intreccio, occupa il posto d’onore, difficilmente avrebbe funzionato sul grande schermo, che vede invece il trionfo della verosimiglianza e del rigore della trama. Ed ecco quindi che in occasione della versione cinematografica non ci si limitò a guardare alla versione inglese e prima di questa all’originale francese, ma si attinse nuovamente a piene mani alla vera sorgente della storia, il romanzo.

Libri e musicalL’adattamento cinematografico del musical, il primo i cui brani siano stati registrati dal vivo direttamente sul set, fu diretto da Tom Hooper, sulla scia del successo di critica e di pubblico de Il discorso del re, e scritto da William Nicholson, sceneggiatore, drammaturgo e romanziere, candidato due volte agli Oscar per Il gladiatore  e Viaggio in Inghilterra e già cimentatosi in passato in adattamenti cinematografici di spettacoli teatrali.

Nicholson si trovava tra le mani una polveriera: dovendo rivolgersi non solo ai milioni di fan che negli oltre 25 anni di vita del musical probabilmente ne conoscevano ormai i brani al pari degli stessi compositori, ma anche a coloro che invece non avevano mai visto lo spettacolo a teatro, era necessario razionalizzare alcuni passaggi della trama cercando al contempo di non scatenare l’ira degli ammiratori più intransigenti. Fu un vero e proprio lavoro di fino, che mirava a riorganizzare la struttura dalle fondamenta cercando però di risultare invisibile.

Per ottenere tutto questo lo sceneggiatore operò su due fronti: dove fu possibile, optò per lo spostamento di alcune sequenze (ormai non più vincolate alla materialità dei cambi di scena teatrali) per rendere più chiari i nessi di causa-effetto; quando invece questo procedimento, apparentemente semplice ma assai rischioso, non bastò, fu necessario introdurre nuove sequenze, alcune di pochi secondi, altre articolate in numerose scene, tratte direttamente dal romanzo.

I pregi di questo film sono molteplici, ma certamente un contributo fondamentale fu dato dall’intuizione di tornare a rivolgersi al libro per portare il fior fiore del teatro musicale sul grande schermo. Il film, interpretato da attori del calibro di Hugh Jackman, Russell Crowe e Anne Hathaway, uscì nelle sale nel dicembre del 2012 e ricevette quattro candidature al Golden Globe, riportando tre vittorie, e otto candidature all’Oscar, con tre vittorie.

 

The Phantom of the Opera: “once upon another time”

 

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The Phantom of the Opera al Majestic Theatre (New York)

Ma attraversiamo ora l’Oceano per parlare del musical più a lungo rappresentato a Broadway e approdiamo a New York, proprio come Erik, il tormentato genio della musica che per tanti anni ha infestato i sotterranei e il palchetto numero 5 dell’Opéra Garnier di Parigi.

Qualora vi steste chiedendo qual buon vento abbia portato il fantasma francese di adozione persiana a New York (al di là naturalmente della produzione di Broadway del celebre musical), ecco subito un piccolo indizio: si tratta proprio di quel fenomeno di costante dialogo e fruttuoso scambio tra letteratura e teatro musicale su cui stiamo riflettendo. Questa volta, però, non si tratta solo di un ritorno al romanzo originale, bensì di una nuova vita (o meglio, di nuove vite), che l’incredibile successo del musical ha donato all’opera di Gaston Leroux.

Libri e musicalAvvocato, giornalista e autore di romanzi polizieschi, d’avventura e dell’orrore, Leroux pubblicò nel 1910 Il Fantasma dell’Opera: l’opera narra la tetra storia di Erik, brillante inventore e compositore geniale, il quale, costretto a causa della sua grave deformità a una vita di solitudine nei labirintici meandri dell’Opéra, che infesta come un fantasma, inizierà a nutrire una vera e propria ossessione per il soprano Christine Daaé e, pur di avvicinarsi a lei e allontanarla dall’affascinante Raoul, arriverà a spacciarsi per l’Angelo della Musica inviatole dall’amato padre defunto.

Il romanzo ebbe grande fortuna, come testimoniano i numerosi adattamenti teatrali, cinematografici e televisivi, tra i quali spicca il film muto del 1925 con Lon Chaney, dai toni decisamente horror. Tuttavia, come nel caso di Les Mis, la trasposizione più celebre è senza dubbio il musical di Andrew Lloyd Webber, dalle atmosfere più romance, che viene ininterrottamente rappresentato rispettivamente dal 1986 e dal 1988 nel West End londinese e a Broadway, dove debuttò con Michael Crawford nel ruolo del Phantom e Sarah Brightman nel ruolo di Christine.

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Tutto ebbe inizio nel 1984, quando Webber propose al produttore Cameron Mackintosh, che abbiamo già incontrato narrando la storia di Les Mis e con il quale aveva già lavorato in precedenza per la realizzazione di Cats e Song and Dance, un nuovo musical tratto dalla famosa vicenda del fantasma dell’opera. Si lasciarono ispirare dai film del 1925 e del 1943, ma mancava la chiave giusta per fare approdare efficacemente la storia di Erik sul palcoscenico. Ancora una volta, fondamentale fu il ritorno alle pagine del libro: Webber trovò a New York un esemplare di una rara edizione del romanzo di Leroux ed ebbe le risposte che cercava. La regia fu affidata ad Hal Prince, mentre il libretto fu scritto inizialmente da Richard Stilgoe, che aveva realizzato per Webber i testi per Cats e Starlight Express, e in seguito fu radicalmente reinventato da Charles Hart.

Libri e musicalLe commistioni con gli altri media di certo non mancano, dal costume che il Phantom indossa durante il ballo in maschera che apre il secondo atto dello spettacolo, ispirato a quello di Lon Chaney, alle incursioni del musical nella nota serie Netflix The Crown, dalla ripresa dal vivo della messa in scena presso la Royal Albert Hall per il 25° anniversario alla versione cinematografica del 2004, diretta da Joel Schumacher e interpretata nel ruolo del protagonista da Gerard Butler.

Eppure, l’aspetto più curioso di questa vicenda è certamente la presenza di un sequel nato a distanza di quasi 100 anni dal romanzo di Leroux grazie all’enorme successo della trasposizione teatrale, un sequel che ha addirittura dato origine a diverse tradizioni: non solo esistono sia un romanzo sia un musical, che si svilupparono presto in maniera autonoma, ma del musical sono inoltre presenti due versioni differenti.

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Webber iniziò a cullare l’idea di un sequel del suo grande successo già nel 1990 e inizialmente cercò la collaborazione di Frederick Forsyth. Tuttavia, la visione dei due autori divergeva in modo sostanziale e Webber temeva che molte delle idee che stavano sviluppando mal si sarebbero adattate al medium teatrale. Le loro strade si divisero e Forsyth affidò alla carta la sua storia, pubblicando nel 1999 Il Fantasma di Manhattan. Webber invece aspettò l’uscita della versione cinematografica del musical per tornare a lavorare al sequel e finalmente, nel 2007, iniziò a sviluppare il progetto insieme a Ben Elton, che aveva scritto il libretto per un altro suo musical, The Beautiful Game, e a Glenn Slater.

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Dopo un radicale cambiamento nel titolo (da Phantom: Once Upon Another Time a Love Never Dies) e diversi ritardi dovuti a nuove orchestrazioni, problemi tecnici con gli effetti speciali e ingenti preparativi in vista di più produzioni simultanee (senza contare la perdita dell’intera colonna sonora a causa di una passeggiata del gatto di Webber sulla tastiera del suo piano digitale), il musical debuttò nel 2010 all’Adelphi Theatre di Londra con Ramin Karimloo e Sierra Boggess nei due ruoli principali. L’anno successivo fu la volta della produzione australiana, profondamente rivisitata sia a livello di messa in scena sia a livello di intreccio, con Ben Lewis and Anna O’Byrne nei ruoli del Phantom e di Christine.

Ed ecco quindi che, come anticipato, ritroviamo Erik a New York: in fuga da Parigi dopo gli inganni, i rapimenti e gli omicidi che aveva perpetrato ai danni dei frequentatori dell’Opéra, trova rifugio tra le luci e le illusioni dei luna park di Coney Island, diventandone un potente e misterioso impresario. L’assenza della sua musa Christine gli impedisce di trovare l’ispirazione e tornare a comporre, così decide di ingaggiare (naturalmente celando la propria identità) l’ormai famosissimo soprano, che giunge quindi a New York con il marito Raoul e il piccolo Gustave.

 

Siamo così alla fine di questo viaggio tra le pagine e i riflettori delle due opere che hanno fatto la storia del teatro musicale: un viaggio che, come abbiamo visto, non si limita a partire dal libro per concludersi sul palcoscenico, ma che spesso torna sui propri passi per attingere nuova linfa e scoprire così nuovi sentieri e nuove mete.

 

Questo articolo è stato realizzato nell’ambito del corso di Scrittura SEO e email marketing di Claudia Consoli. Vedi l’elenco completo degli insegnamenti del Master BookTelling.

Milano, 1996. Laureata in semiotica dell’audiovisivo con una tesi sull’adattamento da letteratura a teatro, cinema e televisione e allieva del Master "BookTelling. Comunicare e vendere contenuti editoriali", sogno di costruire ponti tra i vari mondi dello sterminato universo delle storie, affinché ognuna di esse trovi la propria platea.

About Chiara Bianchi

Milano, 1996. Laureata in semiotica dell’audiovisivo con una tesi sull’adattamento da letteratura a teatro, cinema e televisione e allieva del Master "BookTelling. Comunicare e vendere contenuti editoriali", sogno di costruire ponti tra i vari mondi dello sterminato universo delle storie, affinché ognuna di esse trovi la propria platea.

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