Le parole che scegliamo parlano di noi. Intervista a Vera Gheno

foto ritratto Vera GhenoÈ su (quasi) tutti i social ma il suo preferito è Facebook perché «non mette limiti di caratteri e accoglie tutti i miei sproloqui» ha detto Vera Gheno, sociolinguista seguita da oltre trentamila follower e autrice, solo lo scorso anno, di ben quattro libri per Effequ, Einaudi, Newton Compton e Zanichelli. Sebbene sia una cosa un po’ insolita perché si dice sempre che sui social bisogna essere brevi, su Facebook la sua rete «è ormai abituata a trovare questi “muri di testo”». Non disdegna i social network dominati dalla generazione X, infatti, «da quando la fanbase si è allargata mi rendo conto che i vari social mi permettono di intercettare pubblici diversi. Su Instagram riesco a parlare con le generazioni successive alla mia, quindi la mia fanbase più giovane è lì».
Per coloro che ritengono intollerabile la declinazione al femminile delle professioni e per far comprendere quanto il rispetto passi anche attraverso l’uso che facciamo delle parole, nel 2019 Gheno ha scritto Femminili singolari (Effequ, 2019). Il suo ultimo lavoro, scritto fra una live e l’altra durante la quarantena, si intitola Parole contro la paura (Longanesi, 2020), un esperimento social e linguistico nato da un post in cui chiedeva agli utenti quali fossero le loro parole “da quarantena”.

A proposito di quarantena, quali sono le parole positive (o quelle negative) che ti hanno maggiormente colto di sorpresa?

Mi ha sorpreso più che altro il fatto che ci sono state parole tutto sommato positive, di apertura. Questo mi ha colpito perché era in forte ed evidente contrasto con la narrazione cupa e sopra le righe dei media. Il fatto che le persone, nel loro privato, riuscissero a conservare la sanità mentale – mettiamola in questi termini – senza cedere al «mio Dio moriremo tutti!» mi sembra la cosa più rilevante. In tutte le parole che ho raccolto è evidente quel filo rosso di speranza che le unisce.

Scriverecopertina Parole contro la paura Parole contro la paura ti ha aiutato ad affrontare il lockdown?

Sì, sicuramente. Intanto era vera autoterapia. In tutti i momenti della mia vita, quando soffro, faccio due cose: mi faccio scrivere addosso, cioè faccio un tatuaggio, o scrivo. Ora, era difficile farsi tatuare durante il lockdown. Però l’ultima volta che ho avuto una situazione personale grave, come nel 2019, ho scritto quattro libri. Non si tratta di grafomania, è cura tramite le parole. Per me Parole contro la paura è stato un modo per tenere i mostri a bada. Ero costretta a stare così tanto tempo da sola con i miei pensieri e almeno ne ho tratto un frutto positivo.

Un frutto molto positivo che hai condiviso lo scorso anno è sicuramente Femminili singolari (Effequ, 2019). Quando si parla dell’uso del femminile per le professioni nella lingua italiana molte persone in rete insorgono. Tu che posizione hai tu in merito e quanto sei intransigente con chi si rifiuta di adottare il femminile?

Credo di essere nota a chi frequenta i miei social per la non intransigenza, cioè la “transigenza”. Ho sempre pensato che elevare barricate fosse e sia controproducente. Il mio punto di vista è: posso spiegarti perché sia giusto usare i femminili, ma non ti giudico se poi usi i maschili. L’unica cosa è non vendermi frottole. “I mestieri sono neutri” non vuol dire nulla. Oppure: “sono soltanto dei neologismi che vanno a intaccare la lingua”. Falso: se vai a studiare la storia della lingua, non solo arrivi ad Alma Sabatini e agli anni Ottanta, ma molto più indietro; per fare un esempio, nel latino medievale i femminili delle professioni venivano creati alla bisogna, anche in contesti prettamente maschili.

Professioni al femminile nel medioevo addirittura?

In uno studio, Maria Pia Marchese mostra come nell’ambito della tintura dei tessuti – tradizionale nel Valdarno già nel Medioevo – quando arrivava una donna in mezzo ai tinctores diventava una tinctrix; non la chiamavano tinctor, non c’erano problemi. La verità è che studiando la storia diventa evidente come il problema non sia linguistico, bensì socioculturale.

Perché non abbiamo problemi a usare femminili attestati in ruoli che hanno a che fare con la casa, la famiglia e la cura mentre negli altri casi appaiono ai più come parole cacofoniche?

copertina Femminili singolariÈ una questione di abitudine, alla fine, che non riguarda neanche più le cariche alte. Maestra, sarta, operaia, infermiera, cassiera non creano nessun problema. C’è chi fa fatica a usare assessora, sindaca, questora, magistrata e così via, facendo leva sulla tradizione. Più che tradizione è in realtà inerzia linguistica. Ai primi siamo abituati e ai secondi no. Io credo che l’uso del maschile sia diventato una questione di destra e l’uso del femminile una questione di sinistra, quando in realtà, se non è ideologico chiamare “maestra” la maestra, non dovrebbe essere ideologico chiamare “ministra” la ministra.

Nel dubbio, basterebbe soltanto consultare un dizionario.

Non tutti i femminili sono standardizzabili. Lo Zingarelli 2021, in linea con quello che già faceva lo Zingarelli 1994, contiene circa un migliaio di femminili professionali. Si dice esattrice o esattora? Nulla lo vieta. Quando dicevo «gestrice dei profili social» la gente mi guardava sempre sconvolta.

In fondo il rispetto passa anche l’uso che facciamo delle parole.

Io credo che la prima forma di rispetto sia rispettare l’idea che ha il prossimo circa una data cosa. Personalmente io non vinco nulla se tu, per esempio, ti fai chiamare avvocato invece di avvocata, la cosa importante è che tu lo faccia per i motivi giusti. Quello che invece odio di più nelle questioni social è la velocità con cui si arriva alla presa in giro.

Ultimamente mi pare si gridi subito al politically correct, anche quando si parla di femminili professionali.

Esatto, solo che qui non stiamo parlando di politicamente corretto. Chiamare ministra la ministra non rientra nel politicamente corretto. Non si tratta di una minoranza, la donna non è un panda da proteggere. Nomina sunt consequentia rerum: la chiamo ministra perché è una donna. Così come quando sono arrivati gli ostetrici nessuno ha pensato di chiamarli ostetriche. Sicuramente esisteva già come aggettivo (il medico ostetrico) ma automaticamente è stato creato il sostantivo maschile che fino a pochi anni fa non esisteva perché “le scuole per ostetriche” erano, appunto, per ostetriche.

In grammatica il maschile ha la funzione di maschile e di neutro. Il femminile dove lo mettiamo?

Il femminile è una forma sicuramente marcata, e il dizionario lo dimostra dato che è sotto il maschile: troviamo “avvocato f. avvocata o avvocatessa”. Solo nei casi di parole che hanno una storia particolare il femminile è lemmatizzato a parte. Per esempio, “ministra” sul Treccani è un lemma indipendente da “ministro”. Questo apre una discussione molto interessante: come ci si comporta? Si raddoppia tutto il vocabolario? Non ha molto senso. Oppure aggiungiamo “attesta il femminile”? Abbiamo una convenzione grammaticale per cui, come del verbo mettiamo l’infinito così per gli aggettivi mettiamo il singolare maschile. Rivoluzionare tutto sarebbe un casotto. Però si tratta comunque di una convenzione. L’ungherese a lemma lemma mette la terza persona singolare del verbo perché è quella più radicale, quella più semplice. Si tratta di scelte specifiche di ogni lingua.

Parlando di neutro, oggi per uscire dal binarismo di genere, soprattutto per iscritto, si sta affermando l’uso dell’asterisco o di una “x”, per esempio. Da linguista, che posizione hai nei confronti di questi nuovi modi di scrivere? C’è la possibilità di vederli entrare prima o poi ufficialmente nelle grammatiche?

Sull’asterisco io ho delle perplessità perché non è mai visto di buon occhio il mischiare l’alfabeto con caratteri non alfabetici. Ma la storia dell’asterisco per me è interessante per un motivo: viene dal basso. La riflessione sulla necessità di trovare un termine che superi il binarismo di genere viene dalle persone, non dai grammatici o dai linguisti, il cui atteggiamento molto spesso tende a trascurare il tema. A essere interessati al superamento del binarismo sono, per esempio, chi vuole eliminare il maschile come neutro sovraesteso: ma come sostituire il “cari tutti” di una platea mista?

Dire “cari tutti e care tutte” funzionerebbe?

È la soluzione che va per la maggiore, ma talvolta diventa macchinosa. Dall’altro lato, chi tiene alle istanze LGBT+ – tra cui rientrano anche i non-binary, chi non si riconosce nel binarismo di genere – hanno trovato moltissime soluzioni: l’asterisco (ciao a tutt*), l’underscore (ciao a tutt_), la u (caru tuttu), la barra (cari/e tutti/e), il punto con la doppia terminazione (cari.e alunni.e), non mettere nulla (car tutt). Io uso lo schwa, la vocale indistinta (carə tuttə), perché non è una “u”, un’altra vocale del tutto, ma è nel mezzo del triangolo vocalico. Ha una sua pronuncia, quindi se tutti – oltre i napoletani, che già lo hanno naturalmente – conoscessero lo schwa sarebbe facilissimo.

In inglese per superare il binarismo maschio-femmina (he/she) sono aiutati con la terza persona plurale, il they.

Sì, e bisogna fare caso a questo: in inglese il neutro c’è, hanno anche “it” ma non si usa per le persone, si usa per gli oggetti o gli animali. La questione quindi non è recuperare un vero neutro, bensì trovare un pronome non binario per riferirsi soprattutto a persone. In italiano la cosa più interessante è che ci siano almeno venti modi diversi per superare il problema, tutti nati dal basso. Onestamente non so se le grammatiche prenderanno nota di tutto questo nei prossimi anni. Dipende quanto la nostra società prenderà la strada dell’inclusività. Personalmente sono molto aperta a nuove soluzioni. Sarei felice se la lingua riuscisse ad accogliere veramente tutti.

Un altro errore diffuso riguarda i femminicidi e il racconto della cronaca nera. La narrazione che viene fatta dai giornalisti dipinge sempre con empatia l’assassino e la “colpa”, in un modo o nell’altro, ricade sempre sulla controparte femminile a causa delle parole che usiamo. Cosa non è ancora cambiato nel nostro Paese che spinge – secondo te – i giornalisti a fare questo dannoso storytelling ai danni delle vittime?

Gli ordini dei giornalisti si sono dotati di strumenti per ovviare alla questione su come narrare i fatti di cronaca nera in cui le vittime sono donne. C’è il Manifesto di Venezia che fa da guida. Perché è così difficile metterlo in pratica? Credo sia una questione di introiezione di stereotipi. Non lo fanno apposta, non sono persone cattive i giornalisti. Solo che automaticamente viene da pensare che se una persona uccide la fidanzata è “troppo amore”, oppure lei “gli faceva le corna”. Si tratta di un automatismo. È necessario prima scardinare il cliché. Gli strumenti i giornalisti li hanno, solo che spesso ci ricascano.

Quale deve essere il ruolo del giornalista in questo caso?

Col tempo mi sono inimicata buona parte della mia timeline perché ho detto che molti giornalisti si sono dimenticati del ruolo che hanno: cioè guidare l’opinione pubblica, essere opinion leader e opinion maker. Se uno scrive tra le righe “in fondo la donna se l’è cercata”, sta viziando l’opinione pubblica, non sta facendo il giornalista, offrendo anche un pessimo servizio.

Michela Murgia, durante un’intervista, ha provocatoriamente detto che nasciamo tutti maschilisti e che smettiamo di esserlo solo dopo aver intrapreso un certo percorso.

Sicuramente nasciamo in una matrice di tradizione patriarcale. Un esempio banale da quarantena? L’autocertificazione al maschile, su cui nessuno ha fatto una piega. Quando la cosa è stata fatta notare la risposta è stata: «cambiatelo a matita». Non ci voleva molto a fare un modulo inclusivo fin dall’inizio. Finché le questioni di genere saranno velleitarie rispetto ai “ben altri problemi”, non ne usciremo mai. Lo stesso poi quello che è successo con l’app Immuni, presentata con l’immagine del maschio bianco al computer e la donna col bambino.

Circa l’app Immuni: dopo le lamentele hanno invertito i ruoli quasi a dare un contentino a chi si stava “ingiustamente” lamentando.

Ha qualche ruolo il bambino nella narrazione, oppure è un accessorio della donna tipo Barbie-mamma? Prima di tutto io non avrei vestito lei di rosa e lui di azzurro, poi avrei completamente tolto il bambino. Invece, appunto, i grafici di BendingSpoons hanno invertito le immagini. Questa non è la rimozione del frame, è solo l’inversione dello stereotipo. La domanda che ci si doveva porre è: serve a qualcosa quel bebè in braccio? È necessario stare attenti a queste cose perché il pensiero della società si evolve anche in queste piccole attenzioni.

La corretta rappresentazione delle donne, così come di tutte le minoranze, oggi è più che mai fondamentale all’interno di ogni medium. Ti viene in mente qualche titolo, film o serie tv, che fanno particolarmente bene questo lavoro e che senti di consigliarci?

Sicuramente la serie svedese di Netflix Califfato, che parla della radicalizzazione islamica di giovani svedesi il cui sogno è quello di andare a vivere a Raqqa. Per la tematica sembrerebbe contro-intuitivo che sia un contesto in cui le donne vengono trattate senza cliché. Ma il fatto che siano degli svedesi a girare la serie ci lascia capire che ci sono già oggi delle società in cui la donna è trattata al di fuori degli stereotipi. La discussione è paritaria, pur nel rispetto delle differenze tra maschi e femmine. Di per sé la serie si prestava all’uso di topoi, invece non è così; come invece è successo in Unhortodox, sempre serie di Netflix, che a me è piaciuta tantissimo, però in quel caso non c’è solo la questione del radicalismo religioso, ma ci sono sezioni della storia che sono la madre di tutti i cliché: la protagonista va a Berlino, incontra il ragazzo carino… Unhortodox non esce da un certo tipo di narrazione. Le due serie, che parlano entrambe del radicalismo religioso, fanno intuire la
diversa mentalità di chi le ha girate. In Califfato è evidente l’impronta della società svedese.

E un prodotto che palesa nero su bianco come sono state costruite le differenze di genere?

Mi vengono in mente due prodotti in cui è esplicitato il peso che viene messo sulla donna. Il primo è Vox (Nord, 2018) di Christina Dalcher, un libro di fantascienza distopica. Racconta di un futuro a mo’ di Racconto dell’ancella, in cui alle donne in America viene tolta la voce attraverso l’uso di un braccialetto che dopo un tot di parole al giorno inizia a inviare scariche elettriche. Sebbene la seconda metà del libro perda tantissimo spessore, è molto bello come l’autrice racconti il modo impercettibile che porta a questa situazione simile, per certi versi, al libro di Margaret Atwood. L’altro è un film che si chiama The Assistant, e descrive un giorno di una giovane assistente in uno studio cinematografico, in cui però i protagonisti maschi non si vedono mai se non attraverso lo stillicidio di micro-umiliazioni a cui lei viene sottoposta. È molto molto forte, lo consiglio come visione purgativa.

È evidente come la corretta narrazione di cui fruiamo quotidianamente, sia delle donne così come delle minoranze, sia molto importante.

Secondo me una delle cose più difficili è rendersi conto di essere dei privilegiati. Io sono una donna bianca, etero, cisgender. A esclusione dell’essere donna e dell’essere divorziata, non ho grossi problemi nella vita, faccio fatica a intercettare tutte le sensibilità di chi si trova a essere discriminato. Questo è un discorso bellissimo che fa Federico Faloppa in #Odio. Manuale di resistenza alla violenza delle parole (Utet, 2020). Un vero e proprio saggio sull’odio. Una cosa che dice Federico, e che sottolinea spesso nel corso di tutto il libro, è il continuare a non essere direttamente colpiti da quella discriminazione quando simpatizziamo per una causa. Se siamo alleati della comunità LGBT+ o dei neri, possiamo e dobbiamo supportarli, ma non sapremo mai cosa vivono davvero ogni giorno.

 

Vera Gheno ha partecipato con Gianluca Orazi, responsabile comunicazione e marketing Zanichelli, Donata Schiannini, autrice di grammatiche e lessicografa editoriale, ed Elisa Calcagni, lessicografa e docente dei nostri master a “La lingua italiana: buone notizie oltre i catastrofismi”, incontro del ciclo “Editoria in progress 2020”.
Vedi la registrazione dell’evento su IDEa Incontri Digitali per l’Editoria italiana, la playlist YouTube curata dai nostri Master in Editoria nel Canale dei Libri.

Commenti chiusi