La scrittura del disastro di Maurice Blanchot

“Quando tutto è stato detto, resta da dire il disastro, rovina della parola, cedimento attraverso la scrittura, brusio che mormora: ciò che resta senza resto (il frammentario)”

 

La vita e la sua intrinseca tragedia, la mancanza di senso e il rapporto complesso e non lineare con la scrittura: il protagonista assoluto de La scrittura del disastro è il giocoso scambio tra la narrazione e il dramma della vita. Il volume del teorico francese Maurice Blanchot, pubblicato nel 1980 con il titolo L’écriture du désastre è curato da Il Saggiatore in un’edizione italiana e disponibile in nuova edizione a partire dal febbraio 2021.
Il libro, tanto nella forma quanto nella sostanza, recupera i massimi pensieri della filosofia occidentale e riflette sul rapporto che vi è tra vita e scrittura, ma soprattutto con la condizione di disastro dell’essere umano, in ogni sua sfumatura. Tali concetti sono cari all’autore, che ha affrontato, in qualità di intellettuale, le massime sfide del Novecento: dall’impegno contro il Nazismo all’appoggio agli studenti del 1968, dagli incontri con Heidegger alla collaborazione per “Il Menabò”. Egli ha largamente contribuito all’immaginario filosofico, teorico e letterario del secolo. Proprio per questo il pensiero di Blanchot è di difficile inquadramento, sebbene possa rientrare nell’eredità dei filoni sia del surrealismo sia dell’esistenzialismo.

Blanchot tesse una tela fitta e ricorsiva partendo dapprima dalla concezione stessa di disastro della vita e nelle sfumature di morte, Olocausto, passività, ma anche del dono, per poi ripiegarle alla categoria della scrittura e del linguaggio, mettendo a fuoco non solo l’esperienza di vita come causa della scrittura, ma anche della scrittura stessa come strumento che decodifica e a volte depotenzia, nelle sue forme più tradizionali, il dolore violento della vita stessa. Tale disastro non può che manifestarsi in una scrittura spezzata, frammentata, che rappresenta il vuoto di senso. In questo modo, il critico distrugge una tradizione che ha voluto necessariamente apporre al testo le categorie della logica, della linearità, dell’unità, a favore invece del frammento.

Il critico passa a rassegna anche il rapporto anche della figura dell’autore con la scrittura e l’opera: citando scrittori come Kafka e Melville, ma anche il mito di Eco e Narciso in Ovidio, vede il componimento letterario come un atto di perdita dell’Io dello scrittore, uno svuotamento: il lettore può dedurre che anch’essa è un’esperienza del disastro.

La riflessione di Blanchot si configura in modo ancora più chiaro attraverso una forma che garantisce la stessa fruizione del libro un’esperienza del disastro: difatti, se il contenuto del libro afferma che l’unico modo di rendere il disastro è il frammento, la forma del testo esplicita tale esortazione proprio perché frammentaria. In questo modo, i concetti di scrittura e dell’incontro con il disastro di Blanchot arrivano al lettore nel modo in cui egli racconta il suo pensiero.

Un’opera complessa, che racconta e si racconta nel dolore dell’esperienza vitale. Il lettore, posto davanti a quello che sembra un puzzle scomposto, può scegliere di non ascoltare Blanchot e cercare di apporre un’unità testuale, oppure può lasciarsi trasportare da questa totalità di frammenti e cogliere il senso dell’opera, che punta dritto alle più interiori connessioni tra l’arte di scrivere e la sconnessa esistenza umana.

 

Questa recensione è stata realizzata nell’ambito del corso di Web, e-commerce e metadati per l’editoria di Paola Di Giampaolo. Vedi l’elenco completo degli insegnamenti del Master Professione Editoria.

Sulla scrittura in rapporto con la cultura occidentale vedi anche la recensione di Storia della lettura e della scrittura nel mondo occidentale di Martyn Lyons.

Maurice BlanchotLa scrittura del disastro
184 pagg., 24,00 euro – Il Saggiatore (2021)
ISBN 9788842828396

Nata a Foggia nel 1995, mi trasferisco a Roma per conseguire la laurea triennale in Lettere Moderne. Proseguo i miei studi con una laurea magistrale in Media Management nell'Università Cattolica di Milano, dove poi mi iscrivo al Master Professione Editoria Cartacea e Digitale. Amante perduta dei libri, divoratrice seriale, sono appassionata anche di cinema, della buona cucina mediterranea e della cultura pop.

About Raffaella Di Marco

Nata a Foggia nel 1995, mi trasferisco a Roma per conseguire la laurea triennale in Lettere Moderne. Proseguo i miei studi con una laurea magistrale in Media Management nell'Università Cattolica di Milano, dove poi mi iscrivo al Master Professione Editoria Cartacea e Digitale. Amante perduta dei libri, divoratrice seriale, sono appassionata anche di cinema, della buona cucina mediterranea e della cultura pop.

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