La felicità del lupo di Paolo Cognetti

copertina la felicità del lupo cognetti“Silvia rise. E di cosa sa gennaio? Di cosa sapeva gennaio? Fumo di stufa. Prati secchi e gelati in attesa della neve. Il corpo nudo di una ragazza dopo una lunga solitudine. Sapeva di miracolo.”

A quarant’anni, alla fine di una lunga relazione e di fronte al fallimento della propria carriera di scrittore, Fausto lascia Milano e cerca rifugio in montagna, tra i sentieri che percorreva da bambino. Lì trova Babette e il suo ristorante, dove lavorerà come cuoco e conoscerà Silvia. I due si ameranno, ma Silvia non sa ancora se la montagna è il nascondiglio di una stagione o qualcosa di più. E poi c’è Santorso, l’ex forestale dai modi schietti, che scopre di essersi affezionato a quel milanese che ama la montagna.

Con La felicità del lupo Cognetti conferma di aver trovato il suo respiro. Più racconto lungo che romanzo, la prosa è efficace e concreta, e ricorda i maestri americani: ecco i dialoghi secchi di Kent Haruf, fatti di frasi brevi e ridotte all’osso, le descrizioni di Cormac McCarthy, i temi di Raymond Carver. Un doppio apprendistato, quello del minimalismo americano e quello della montagna, capace di scarnificare le frasi e liberarle dall’inessenziale.

Con una montagna così protagonista, Cognetti è bravo a evitare il cliché: neutralizza la retorica della montagna con l’antiretorica di chi la vive e con una certa saggezza zen. “La montagna in sé non ha nessun significato, è solo un mucchio di sassi su cui scorre l’acqua e cresce l’erba” dice uno dei personaggi. Come a dire che non è il caso di filosofeggiare sulla domanda di senso che spinge Fausto e Silvia verso le Alpi.

Bella l’attenzione ai nomi e alla memoria della montagna: a Santorso, nel momento del ritorno nella sua valle, li fa nominare e cantare tutti, a esorcizzarne l’oblio. E non manca la consueta cura nella descrizione del paesaggio e degli spazi domestici, le parti più marcatamente letterarie del romanzo.

Come Fausto e Silvia, abbiamo tutti cercato un posto nel mondo dopo una delusione, magari ci siamo dati una seconda possibilità; conosciamo il desiderio di allontanarci, anche solo per un po’, per cercare qualcosa di noi stessi. A un certo punto, però, si avverte in queste pagine l’assenza della pesantezza della realtà, come se il libro non fosse costruito per conoscerla fino in fondo. Il tratto della scrittura è leggero, la voce del narratore è morbida, il dolore non alza mai la voce. Se ne ha un’impressione di serenità, al punto che qualche lettore si è sentito trasportato in un rifugio. Ma forse, in questo modo, Cognetti è riuscito a tradurre il modello – dichiarato – della levità dei disegni di Hokusai.

Paolo CognettiLa felicità del lupo
152 pagg., 18,00 euro – Einaudi Torino 2021 (Supercoralli)
ISBN 9788806249878

Questa recensione è stata realizzata nell’ambito del corso di Editoria italiana: scenari e trend di Paola Di Giampaolo. Vedi l’elenco completo degli insegnamenti del Master BookTelling.

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