La Dad? Si fa anche con il teatro: intervista a Daniele Gomarasca

Come sta professore? È ricominciata la scuola in presenza… Molto bene, finalmente ci hanno restituito gli alunni.” Daniele Gomarasca è preside della scuola secondaria di I grado “La Zolla”, una cooperativa nata a Milano nel 1971 per iniziativa di un gruppo di genitori che comprende al suo interno la scuola dell’infanzia, la scuola primaria e la scuola secondaria di I grado. Risponde all’intervista dal suo studio nel polo di via Carcano, dove ha sede la scuola. Dopo un lungo periodo di Dad finalmente i ragazzi sono tornati nelle aule scolastiche. “Non potrebbero, ma si abbracciano per quanto sono contenti” dice sorridendo, “Poi però li igienizziamo subito…”

Alessandro D’Avenia ha detto che l’unico modo per sopravvivere alla Dad sia fare l’appello, cioè “chiamare le cose per nome” per “mantenere viva la relazione tra insegnante e alunno”.
Sono d’accordo. Le restrizioni imposte dalla pandemia hanno reso ancora più evidente come sia necessario fare una buona scuola basata sulla qualità relazionale e non solo. Imparare non è ripetere ciò che l’insegnante o il libro dice, si fa scuola – veramente – se alunni e docenti scoprono insieme la realtà con passione ed entusiasmo. La logica dell’appello, poi, non vale solo sul piano metaforico (chiamare le cose per nome) ma anche sul piano delle dinamiche scolastiche perché segna l’inizio vero e proprio della lezione. Stiamo attraverso un periodo difficile e per questo ad ogni ragazzo deve essere riservata la possibilità di concedersi il proprio spazio, richiesto e indispensabile.

Vuol dire, insomma, richiamare ogni ragazzo a essere presente anche dietro lo schermo del computer. 
Sì, e al gusto di muoversi insieme verso la conoscenza delle cose. Si apprende insieme, ponendosi delle domande. Nella nostra scuola cerchiamo di applicare lo stesso metodo che adotta Beatrice nei confronti di Dante nel secondo canto del Paradiso: interrogata dal Poeta sull’origine delle macchie lunari, gli risponde con un’altra domanda: “Ma dimmi quel che tu da te ne pensi”.

Quali metodologie sono state utilizzate dagli insegnanti della sua scuola per rendere le lezioni a distanza più interattive? 
Abbiamo usato moltissimo uno strumento che utilizzavamo anche prima della pandemia: il teatro. I ragazzi stessi hanno chiesto al docente di poter drammatizzare dei racconti sotto forma di piccoli spettacoli teatrali, perché affascinati dalla bellezza di alcuni testi letti dall’insegnante in classe. Crediamo fortemente che si possa apprendere impadronendosi delle parole autorevoli di grandi scrittori e per questo motivo abbiamo deciso di far recitare in aula storie, novelle e addirittura l’Odissea.

Insieme al teatro ci sono iniziative promosse per incoraggiare la lettura tra gli studenti? 
Ogni mese nelle classi viene assegnato un libro da leggere e, a lettura ultimata, i ragazzi si confrontano con il docente. Questo circolo letterario invoglia i ragazzi alla lettura e permette anche di educare il loro giudizio critico. Inoltre, la nostra attenzione per il teatro ha permesso l’aumento di tante esperienze, anche in Dad, che favorissero la lettura di testi scritti da autori come Oscar Wilde e William Shakespeare.

E tra le attività non letterarie?
Abbiamo organizzato numerosi contest fotografici, quiz con la celebre piattaforma online “Kahoot!”; gli insegnanti di educazione fisica hanno organizzato le “Zolliadi” –  le Olimpiadi de “La Zolla” – dando ai ragazzi precisi prerequisiti sportivi che potevano essere reinventati nel campetto di casa o addirittura nella propria cameretta. Ogni ragazzo ha potuto far leva sul proprio talento ed estro creativo. E non solo i ragazzi, devo dire…

In che senso?
L’anno scorso all’inizio del primo lockdown avevo scritto un racconto di fantascienza – rivelatosi tristemente profetico – sulla scuola del futuro. Avevo chiesto ai ragazzi cosa ne pensassero e se trovassero nella descrizione che avevo fatto dei tratti in comune con la scuola di oggi.  A distanza di mesi quel racconto continua a suscitare una coralità di risposte da parte dei ragazzi grazie a una progressiva e intelligente acquisizione della competenza informatica. I ragazzi, si sa, sono molto esperti in tecnologia.

A proposito di questo, uno studio effettuato dall’Istituto Toniolo ha evidenziato come, su 3500 studenti intervistati, il 77% non vede l’ora di tornare a scuola. Ritiene che i ragazzi, pur essendo molto tecnologici, abbiano molta nostalgia dei banchi di scuola e del rapporto con i compagni e i docenti?
Assolutamente sì. Già l’anno scorso, dopo le prime due settimane in Dad i ragazzi desideravano tornare tra i banchi, proprio perché la natura della nostra scuola è fortemente relazionale. Ovviamente c’era anche una piccola percentuale di ragazzi che apprezzava il fatto di potersi alzare più tardi la mattina e svolgere i compiti grazie a dei sussidi – chiamiamoli così – seminascosti dietro lo schermo. Direi però che l’ultima chiusura, a marzo 2021, ha avuto un effetto disastroso sull’atteggiamento e sul sentire dei ragazzi. Per questo abbiamo cercato di far venire i ragazzi a scuola almeno una volta a settimana. Il decreto legge infatti precisa che i ragazzi con bisogni educativi speciali possono venire a scuola tutti i giorni, ma è loro diritto poter essere a scuola con i loro compagni per poter continuare a vivere l’esperienza dell’apprendimento in relazione.

Com’è stato per i ragazzi tornare a scuola per un solo giorno?
Sembrava il 25 dicembre, erano contentissimi. Certamente c’è stato bisogno del lavoro di tante persone per permettere che i ragazzi potessero tornare in totale sicurezza a scuola. Per convocare personalmente ogni studente ci sono voluti tre giorni, ma ne è valsa la pena per poter vedere l’enorme felicità negli occhi dei ragazzi quando sono rientrati a scuola. Noi professori dobbiamo fare tesoro di quella felicità, perché è il frutto di ciò che abbiamo seminato in questi mesi di Dad che, per fortuna, permette di stimolare molto la creatività dei ragazzi in modo che la restituzione di ciò che il docente chiede sia il più possibile originale e personale. 

Nella sua esperienza di coordinatore didattico in che modo l’uso della Dad ha cambiato il rapporto con i docenti?
L’arrivo della Dad ha reso ancora più necessario e fisiologico il dialogo con gli altri docenti. Per questo motivo abbiamo deciso di istituzionalizzare un momento a cadenza settimanale per confrontarsi e raccontarsi cosa si è fatto durante la settimana e cosa si può migliorare. È un metodo prezioso, che nasce dalla grazia di un’amicizia salda.

E anche il rapporto coi genitori, immagino.
Abbiamo portato la scuola a casa. Ci siamo fatti conoscere ancora di più e questo ha ovviamente portato a una visione integrale del docente con tutti i suoi pregi e difetti. C’è stata quindi una maggiore conoscenza da parte delle famiglie di ciò che facciamo in classe e per questo i colloqui con i genitori sono leggermente diminuiti, ma abbiamo ricevuto un’enorme quantità di ringraziamenti per i contenuti e per le proposte fatte ai ragazzi.

Ritiene che l’insegnamento a distanza possa costituire, nonostante i suoi limiti, una rivoluzione per il sistema scolastico?
Credo che varrà la pena mantenere della Dad il tentativo di invogliare i ragazzi ad essere creativi, perché gli strumenti informatici permettono proprio una maggiore condivisione e originalità e possono essere utilizzati non solo per divertirsi, ma anche per apprendere. Il rischio di banalizzare e trascurare il rapporto con l’altro c’è sempre, ma sproniamo sempre i ragazzi ad accorgersi dell’importanza delle relazioni al di là degli schermi.

 

Daniele Gomarasca è intervenuto con Paola Mastrocola l’8 marzo 2021 a “Book Tales – Parlare di libri… a scuola”, secondo appuntamento del ciclo di Dialoghi di Book Tales. Vedi la registrazione dell’evento.

Classe 1996, Maria Francesca Catelli nasce a Termoli (CB). Appassionata del mondo editoriale tout court, fotografia e musica, dopo il diploma di liceo classico si è laureata in Lettere e Filologia Moderna alla Cattolica di Milano dove frequenta attualmente il Master Professione Editoria Cartacea e Digitale.

About Maria Francesca Catelli (Master Professione Editoria)

Classe 1996, Maria Francesca Catelli nasce a Termoli (CB). Appassionata del mondo editoriale tout court, fotografia e musica, dopo il diploma di liceo classico si è laureata in Lettere e Filologia Moderna alla Cattolica di Milano dove frequenta attualmente il Master Professione Editoria Cartacea e Digitale.

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