“Fai questo mestiere perché lo ami talmente tanto da non poter fare altro”: intervista a Marta Perego

“A sette anni ho letto Pippi Calzelunghe. Volevo diventare come lei, una bambina che solleva i cavalli… E con l’aiuto della maestra di inglese ho mandato delle domande per posta all’autrice Astrid Lindgren. Quando un mese dopo mi sono arrivate le risposte è stata un’emozione grandissima.” Un ricordo d’infanzia che è solo l’inizio della carriera di Marta Perego, giornalista e divulgatrice culturale. Nell’ultimo anno ha portato la sua attività su Instagram, diventando così anche un’influencer. Tra le variegate esperienze del racconto culturale, dalla sua comunicazione non può prescindere una prospettiva tutta al femminile.

Lavori come divulgatrice culturale con tantissimi mezzi di comunicazione: hai fatto televisione, hai scritto articoli, crei contenuti su Instagram e realizzi anche podcast. Come è nata la tua carriera?
Racconto sempre il mio percorso come qualcosa di assolutamente casuale. Mi sono successe tante cose, ho fatto diversi errori e ho trovato soluzioni. E questo mi ha permesso di sperimentare mezzi differenti. Ma ho cambiato media e canali sempre con l’obiettivo di raccontare la cultura in un modo leggero.

E così, da giornalista e divulgatrice culturale, sei diventata content creator.
Interpreto il lavoro in modo molto creativo, e in un momento in cui non sapevo più bene cosa fare ho provato a usare i social network in modo più professionale. Ho voluto avviare un progetto che sia completamente mio, dove ricercare sempre l’autenticità delle cose.

Immagino che Instagram al momento sia il canale che prediligi per raccontare la cultura.
Instagram è un social che permette a chi comunica di fruire strumenti semplici e utili alla finalità del racconto del libro, come le fotografie delle copertine e i video. Ho iniziato a usarlo in modo più professionale quando ha dato possibilità di realizzare video, un linguaggio che mi appartiene molto più delle fotografie. Penso che su Instagram ci sia la possibilità di crearsi delle community, sebbene non enormi. Tra gente che si interessa a tutto, ci sono anche molte persone che si interessano ai libri. Inoltre, è un social che mescola bene l’aspetto pubblico e quello privato: lo uso anche creando uno storytelling su me stessa, che mi rende più vicina alla persona.

Instagram è, insomma, un mezzo in cui il rapporto intimo o personale è importante.
Io credo che sia necessario raccontare un po’ di sé, soprattutto se si parla di cultura, perché non si può consigliare lo scibile umano dei libri, e nel momento in cui devi consigliare qualcosa, questa inevitabilmente passa per la tua soggettività. Raccontare le cose che ti piacciono, esprimere una tua geografia esistenziale ed emozionale permette di dire: “io sono questo, se tu rivedi la mia vita nella tua allora posso consigliarti qualcosa in linea con quello che sei”.

E quale pensi sia il canale del futuro?
Sono molto positiva con Twitch, anche se lo conosco molto poco: con le sue live è un sistema che sta spopolando. È la televisione di chi ha meno di trent’anni, il social maggiormente competitivo rispetto all’offerta televisiva, parlando di cultura. Comunque, è anche un fattore generazionale. Una volta esisteva la televisione generalista, in cui siamo tutti cresciuti guardando gli stessi programmi, mentre ora c’è una parcellizzazione costante, ognuno ha un suo universo di riferimento.

Secondo te qual è il valore aggiunto che l’influencer dà all’editoria?
La professionalità e il suo occhio. Io divento il mezzo, come il giornale o la tv, tra l’editore e il telespettatore. L’influencer fa la stessa cosa: la sua credibilità sui social network può aiutare l’editore a comunicare determinati suoi contenuti. Con gli editori ho un rapporto costante, ormai capiamo immediatamente quali titoli possono funzionare con la community. Mi metto molto in contatto con la mia community, cerco di ascoltare e intercettare anche delle esigenze. Tendenzialmente parlo di libri che dal punto di vista mio e della community penso che abbiano un valore.

Dal tuo libro Le grandi donne del cinema alle varie challenge lanciate su Instagram… Sui tuoi canali c’è molto spazio dedicato all’empowerment femminile.
Cerco di portare un contributo a questa riflessione attraverso il racconto di donne che sono state a loro modo degli esempi. È fondamentale ispirarci alle figure del passato, che hanno rappresentato forme di indipendenza, che hanno lottato. Per formare le ragazze di oggi non si può prescindere da quello che è stato, sono figure che hanno avuto un ruolo fondamentale nella mia formazione e che continuano ad averla, perciò condivido questa conoscenza con le mie follower.

Hai fatto recentemente una challenge sulla lettura di Natalia di Fausta Cialente. Tu stessa hai detto che è stato un recupero. Il web può avere questo ruolo, può recuperare quegli scrittori un po’ dimenticati?
Lanciando questa challenge ho voluto sperimentare se funziona proporre anche un’autrice meno nota, ma comunque affine alle tematiche affrontate sul mio canale. Il fatto che le ragazze mi scrivano di aver scoperto questa perla della letteratura italiana è una cosa straordinaria, e appartiene al web. Questo si può creare proprio per il rapporto intimo che si crea con le persone che ti seguono. Si può fare anche in tv, ma è diverso, diventa quasi un’imposizione da cattedra culturale. Solo attraverso questo legame riesci davvero a spiegare perché quella figura deve essere recuperata.

Purtroppo è anche una questione legata al canone letterario…
Viviamo in un paese in cui in un manuale di filosofia non parlano di Simone de Beauvoir. Fausta Cialente nei manuali di letteratura è citata solo in tre righe. Poi ci sono Elsa Morante, o Natalia Ginzburg, ma non sono mai considerate tra i grandi, mentre invece queste sono figure fondamentali nella storia culturale. Penso che i social abbiano un ruolo in questo senso, e il recupero è fondamentale. Dà gioia sapere che faccio una riscoperta. Comunque, dipende da quanto conosci quell’autore: diventa interessante se conosci davvero Fausta Cialente e racconti che era una giovane donna che ha narrato la ribellione.

Un consiglio a chi vuole intraprendere il tuo mestiere?
Riprendo un concetto di Simone Veil. Lei faceva la differenza tra conoscere per volontà e conoscere per desiderio: la cosa che si dovrebbe insegnare è la bellezza della conoscenza e dello studio per desiderio. Devi saperne più degli altri, devi studiare tanto, leggere tantissimo, devi amare quello che fai: fai questo mestiere perché hai un amore talmente forte nei confronti di ciò di cui ti occupi da non poter fare altro. Devi essere sempre molto curioso e trovare sempre una tua chiave nella divulgazione.

E, come una challenge, se dovessi tradurre questo consiglio in un libro?
Consiglio di leggere Irene Brin. Lei era curiosa di ogni aspetto della società e raccontava il costume e la cultura come una manifestazione sociale e antropologica. Un esempio può essere Usi e costumi: aiuta tanto ad allenare quello sguardo.

Marta Perego è intervenuta con Mafe de Baggis e  Luca Pantarotto il 12 aprile  a “Book Tales – Raccontare… le storie e le idee, tra romanzi e saggi” primo appuntamento del ciclo Dibattiti di Book Tales. Vedi la registrazione dell’evento.

Nata a Foggia nel 1995, mi trasferisco a Roma per conseguire la laurea triennale in Lettere Moderne. Proseguo i miei studi con una laurea magistrale in Media Management nell'Università Cattolica di Milano, dove poi mi iscrivo al Master Professione Editoria Cartacea e Digitale. Amante perduta dei libri, divoratrice seriale, sono appassionata anche di cinema, della buona cucina mediterranea e della cultura pop.

About Raffaella Di Marco

Nata a Foggia nel 1995, mi trasferisco a Roma per conseguire la laurea triennale in Lettere Moderne. Proseguo i miei studi con una laurea magistrale in Media Management nell'Università Cattolica di Milano, dove poi mi iscrivo al Master Professione Editoria Cartacea e Digitale. Amante perduta dei libri, divoratrice seriale, sono appassionata anche di cinema, della buona cucina mediterranea e della cultura pop.

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