“Io non sono un critico, sono un lettore” intervista a Ermanno Paccagnini

“Vedo i volumi di letteratura italiana alle sue spalle…” La prima frase di Ermanno Paccagnini è per i volumi verdi Utet, inconfondibili, che fanno da sfondo a questa intervista. Ad attirare l’attenzione è soprattutto un titolo dedicato a Manzoni. Non a caso, oltre a essere stato docente di letteratura italiana all’Università Cattolica, Ermanno Paccagnini ha dedicato le sue ricerche a diversi autori della nostra tradizione letteraria, anche all’autore dei Promessi Sposi. E a questo mestiere ha affiancato una lunga attività di critica letteraria militante, cioè la scrittura a scadenza settimanale di recensioni di romanzi, spesso d’esordio, pubblicate dalla metà degli anni ’80 sul supplemento domenicale del “Sole 24 ore”, e poi, dal 2000, su “La lettura” del Corriere.

Si ricorda quale è stata la sua prima recensione?
Il primo articolo sul “Sole” è del gennaio 1987, le confermo, parlavo di Salvatore Di Giacomo, La vita a Napoli. Ma subito dopo vedo un volume di Leon Battista Alberti e un volume per Einaudi di Sebastiano Vassalli. C’era un po’ di tutto, credo che sia il segno di come debba essere un recensore: fuori da quel singolo libro e con le spalle aperte a tutta la letteratura, che è qualcosa che si anima su se stessa. La letteratura nasce dalla letteratura, si arricchisce di quello che ha intorno. Periodicamente sembra morire perché arriva la televisione, arriva il cinema, e in realtà poi sono questi elementi che entrano nella letteratura.

Com’è approdato al “Sole 24 ore”?
È stato frutto di un caso. Collaboravo a riviste come “Il Ragguaglio librario” e “Otto/Novecento”, ma erano recensioni di classici. “Il Sole” decide di fare un supplemento, il direttore era Locatelli e tra i responsabili c’era Armando Torno, ci conoscevamo fin da ragazzi, e mi ha coinvolto perché c’era da mettere insieme una serie di peones, qualcuno di cui fidarsi. Eravamo dei signor-nessuno: Torno si si occupava di musica, io di narrativa, Stefano Crespi (altra persona che si conosceva dai viaggi in treno) di poesia, Franco Loi di poesia dialettale, Piero Cigada di classici.

Come organizzavate il lavoro?
Il problema è stato cercare qualche nome grosso che partecipasse; ci rispondevano di no “perché ‘il Sole’ è di Confindustria e non c’è libertà”. Poi accettò Ludovico Geymonat, stalinista come pochi, all’epoca candidato di Democrazia proletaria; il suo primo articolo tirava in ballo Marx, Engels, Mao. Ghignavamo come pazzi. C’era la più completa libertà, l’unico limite era quello di evitare querele, più volte ci sono andato vicino. Ben presto il supplemento ha iniziato a vendere 100 mila copie.

Mi dica il titolo più libero?
C’era gioco, entusiasmo, divertimento. A un certo punto Piero Cigada ha recensito in latino i libri di Carolina Invernizio; io ho parlato di Ho scritto t’amo sulla sabbia, canzone di Franco IV e Franco I. Oggi i giornali non accetterebbero più queste cose. Mi trovavo anche a parlare di classici, però è diventata la mia immagine di oggi quella del critico militante di narrativa d’esordio. Allora ero l’unico a farlo.

Come funzionava?
Avevo una rubrica in cui parlavo di un libro alla settimana. Essendo libero di scegliere, mi ero dato delle regole. Il libro che prendevo da leggere era quello che recensivo: volevo evitare la prassi delle recensioni positive, quando si inizia un libro, ma lo si mette da parte a favore di un libro migliore. Questo aveva anche un aspetto positivo: un autore che stroncavi per un libro, potevi lodarlo per un altro libro. Nessuno poteva pensare “ce l’hai con me”, si parla del libro non dell’autore. Un altro aspetto che mi interessava, allora come oggi, era tenere conto di una linea dell’autore, guardare a tutti i suoi lavori anche se si parlava di un libro solo e gli altri non erano stati recensiti da me. Così facendo si vede se migliora o meno: viene fuori la storia di un autore, la sua evoluzione.

Come si sceglie che libro recensire?
C’era molta scelta; ancora oggi è così, solo questa settimana mi sono arrivati tra i 40 e 45 libri. Decidevo in base a diverse cose: poteva attrarmi una copertina, un titolo. “Il Corriere” è diverso: non ha solo una rubrica, ci sono tanti collaboratori. Perciò oggi segnalo quali libri mi arrivano, o le bozze dei libri che usciranno che mi inviano, poi diventa una questione di disponibilità: se si tratta di un autore diventato famoso ci sono altri colleghi disponibili a recensire.

È cambiato il lavoro dal “Sole” al “Corriere”? Il mestiere in generale?
Mi capita spesso di usare questa espressione: siamo in un’altra civiltà letteraria. Negli anni ’80 fino al 2000 c’erano una serie di incroci. Mi ricordo di telefonate magari di Raffaele Crovi che mi diceva “tu quando hai intenzione di recensire questo autore? Perché c’è Pampaloni che aspetta che esca la tua recensione”. Mi ricordo che una volta Pampaloni scrisse “Paccagnini ha scritto” e ha scelto tutti gli avverbi peggiori e più cattivi, “al contrario Citati ha scritto” e aveva isolato i complimenti migliori, “io sono d’accordo con Paccagnini”. C’era un dialogo tra recensori, ci si leggeva a vicenda e se ne discuteva per vie traverse, anche così. Io credo invece che oggi si viaggi ognuno per conto suo. È una civiltà letteraria che è venuta meno, erano altri anni.

Secondo lei cosa è cambiato?
Sono cambiati i tempi, è cambiata l’editoria. [ci riflette N.d.R.] Sono cambiate le generazioni. Noi siamo figli della vecchia scuola media. C’era l’esame di accesso, si facevano tre anni di latino obbligatorio, ci facevano studiare a memoria. Era una scuola che all’epoca odiavamo perché studiare a memoria alle elementari è terribile. Dal punto di vista del mio mestiere, però, mi ha permesso di immagazzinare tanto materiale che mi sono portato dietro ed è diventato parte di me. Per questo quando leggo le mie riflessioni nascono anche in virtù di questo bagaglio culturale. Chiunque quando legge è se stesso, i pensieri che fa sono influenzati da ciò che si è. Nel mio caso le recensioni si fanno forte della mia preparazione letteraria.

Dunque cos’è una recensione?
La recensione è prendere un’opera letteraria, leggerla e dire quello che penso in base a diversi elementi. La storia, regge o non regge; i personaggi, funzionano o non funzionano; la lingua c’è o non c’è. Alle spalle c’è qualche cosa? Un filone letterario? Un modello? Poi viene il giudizio. Questo secondo aspetto significa dire quello che veramente si pensa; forse è meno praticato, ma è il segno della credibilità che si ha. Non vuol dire che i lettori devono essere d’accordo con te, significa però che sanno che la mia opinione viene data sulla base di parametri letterari, non simpatie o antipatie. In fondo io non sono un critico, sono un lettore. E cosa fa un lettore? Alla fine di un libro dà un’opinione. La differenza è che un lettore normale ne parla con gli amici, mentre io scrivo.

Quindi non esiste il mestiere di critico?
Certo, così si dice, ma bisogna cercare di tenerlo vivo, bisogna incuriosirsi. Quella che conta è la curiosità, poi un libro può deludere o coinvolgere. Dal punto di vista dello studio credo che una curiosità meriti sempre di essere affrontata. Io ho avuto la fortuna di essere sempre riuscito a studiare ciò che mi piaceva, di potermi dedicare a ciò che di volta in volta mi ha incuriosito. È questo che ti porta l’entusiasmo. Se viene meno la curiosità diventa mestiere e se diventa mestiere non ha senso.

Pensa ai lettori mentre scrive?
Non ho un lettore in mente quando scrivo o mentre leggo, non penso nemmeno all’autore. Quando leggi un libro, quel libro è tuo. Nel momento in cui l’autore l’ha dato alle stampe non ne è più padrone. È il libro che vive o non vive. L’autore può fare quello che vuole delle recensioni e alcuni le tengono presenti. Ma quando si legge si è quel libro, si è ciò che il libro suscita, nel bene e nel male: se c’è un refuso oppure se si trova una cosa bella. Un libro va consumato, va appuntato, va fatto proprio.

Cosa direbbe a un giovane che vorrebbe fare il non-mestiere di critico?
Io sono approdato ai giornali per caso. Quando Torno mi propose a Locatelli gli disse “È quello del volume sulla monaca di Monza”. Questo scritto mi ha dato una sorta di credibilità, ma tutto dipende da te. Quello che oggi si può fare, e all’epoca non c’era, è collaborare con riviste letterarie online, riviste che siano strutturate, in cui qualcuno controlla ciò che scrivi. Si tratta di un’educazione alla scrittura, avere un argomento, magari un limite di battute entro cui esprimersi. È importante imparare a lavorare sulla struttura, sulla lingua, scrivere e riscrivere perché la prima stesura di un articolo non è sicuramente l’ultima. E poi bisogna sempre essere se stessi, esprimere le proprie opinioni con onestà.

Ermanno Paccagnini è intervenuto con Antonia Arslan il 15 marzo a “Book Tales – Parlare di libri… nella critica” terzo appuntamento del ciclo Dialoghi di Book Tales. Vedi la registrazione dell’evento.

Biellese classe 1995, dopo una triennale immersa nei tomi della biblioteca di lettere classiche a Torino, ho proseguito gli studi approdando a epoche più vicine con una laurea in Filologia moderna. La passione per libri, parole e culture mi ha condotto fino al Master Professioni Editoria Cartacea e Digitale.

About Erika Grasso (Master Professione Editoria)

Biellese classe 1995, dopo una triennale immersa nei tomi della biblioteca di lettere classiche a Torino, ho proseguito gli studi approdando a epoche più vicine con una laurea in Filologia moderna. La passione per libri, parole e culture mi ha condotto fino al Master Professioni Editoria Cartacea e Digitale.

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