Come nasce un fumetto BAO? Intervista a Michele Foschini (Bao Publishing)

Desidera una maglietta con scritto “coprifuoco per sempre” e si dichiara orgogliosamente sociopatico. Ma Michele Foschini, in realtà, adora avere a che fare con le persone. Anche per questo ha fondato la BAO Publishing insieme a Caterina Marietti, nel 2009, con l’intento di creare una casa editrice che parlasse ai lettori, non solo con loro. Per lui un fumetto, e quindi una casa editrice di fumetti, deve trasmettere emozioni, che non sono scalabili e non hanno dispersione: “Se si dice una cosa con onestà e con correttezza la si può ripetere a una, dieci, cento, diecimila persone con la stessa efficacia” spiega, e il bello è che non tutti la coglieranno allo stesso modo, “perché si tratta un messaggio individuale che va verso individui”. Non a caso, sociopatia o meno, “casa è la parola in neretto nella descrizione della BAO, che cerca sempre e comunque di dedicare una profonda attenzione a ogni autore e a ogni progetto”.

Ma come nasce un fumetto BAO in tutte le sue fasi?

Noi facciamo solo libri a fumetti, quindi abbiamo una certa omogeneità. Quando scegliamo un titolo che già esiste, facciamo una proposta all’editore straniero o all’agente che lo rappresenta basata sul progetto e legata a tiratura, diffusione e presunta popolarità. Poi ci procuriamo gli impianti, ovvero i file grafici che diventeranno le pagine, e capiamo se e cosa deve essere cambiato. Quindi i traduttori traducono, i redattori rivedono la traduzione e i grafici incasellano i testi nei balloon, scegliendo un font o creandolo ex novo dalla grafia dell’autore, o ancora, facendolo a mano. Da qui iniziano cinque o sei giri di revisione e infine il libro è pronto per la stampa. Contestualmente si svolge il lavoro commerciale e di promozione e l’ufficio stampa cerca di capire quali interlocutori nei vari media possano essere interessati.

E con un autore italiano cosa succede? Partite da un’idea già pronta o ci lavorate insieme?

Spesso siamo noi ad aver trovato un autore con uno stile grafico che ci piace molto, e gli chiediamo se ha una storia da raccontare. Quando la risposta è affermativa chiediamo di condensarla in una facciata. Questo perché la sintesi impone a chi ha scritto quella storia di vedere le falle, e quindi rende più facile identificare le zone d’ombra. Spesso diamo suggerimenti, anche se in generale siamo molto poco invasivi: non proponiamo grandi cambiamenti, ma chiediamo solo di accentuare degli aspetti che noi, vedendoli da fuori, magari riconosciamo più chiaramente di chi è molto coinvolto in una trama.

Dopo il soggetto si parte subito con i disegni?

Non ancora, a questo punto il soggetto diventa una scaletta, dove le varie parti vengono misurate in quante tavole richiederanno. Mentre un romanzo in prosa può esuberare rispetto alla lunghezza di massima paventata dall’autore o dall’agente, nel fumetto il costo di stampa è molto alto, per cui è molto importante che l’autore ci informi il più presto possibile delle decisioni sulla lunghezza, che poi possono variare solo di piccole quantità. Solo a quel punto l’autore fa lo storyboard, ovvero dei disegni approssimativi dove si stabiliscono la regia, la dimensione e il numero delle vignette e i dialoghi.

Quindi poi lavorate sullo storyboard. Come procedete?

A storyboard finito lo commentiamo tutti insieme: non diciamo mai all’autore cosa fare precisamente, ma gli chiediamo di riflettere sulle cose che ci sembrano meno incisive o meno a fuoco, sempre facendo riferimento al soggetto che abbiamo concordato insieme. Licenziato lo storyboard, l’autore disegna le tavole definitive e, contestualmente, si parla con il nostro capo-grafico per capire vari aspetti: se esista un font preciso con il quale fare il lettering, se sia possibile averlo per stabilire l’ingombro delle battute e la grandezza dei balloon, se crearne uno a partire dalla calligrafia dell’autore, e così via.

Immagino che a questo punto si vada finalmente in stampa…

Sì, alla fine la filiera diventa la stessa: insieme agli ultimi giri di revisione cominciano la promozione presso i nostri librai e i ragionamenti sulla stampa. Poi, stampato il tutto, la promozione continua: dirette con i blogger la sera, live con gli autori, presentazioni in libreria e fiere.

Quindi sfruttate più lo scouting che il materiale che ricevete in casa editrice?

Sì, perché la mail generica ottiene spesso invii generici. Molti aspiranti autori dimenticano che  alcune tipologie di storie non corrispondono alla nostra linea editoriale. In qualche forma comunque rispondiamo a tutti, ma riceviamo circa duecento proposte al mese. Insomma, è un canale che lasciamo aperto e che ci ha portato ad alcuni contatti, però non è molto frequente. È molto più tipico incontrare un potenziale autore, che non si è mai misurato con il longform, e progettare qualcosa insieme da zero, o quasi.

Come lavora la figura del grafico?

Un grafico aiuta l’autore a scegliere con che carattere fare il lettering o in che modo realizzarlo. Quindi incasella i testi, li giustifica e li prepara per la lettura e, contestualmente, si occupa degli ingombri sulla copertina. Scrive il titolo secondo l’idea dell’autore, e, se c’è un apparato extra con materiali aggiuntivi, lo impagina e crea una grafica armoniosa con il resto del libro. Si occupa inoltre di “checkare” tutte le cose che non possono mancare, per esempio i risguardi del libro. In pratica è il custode dello stile generale della casa editrice, quindi adatta le copertine alla nostra linea stilistica, senza però tradire l’aspetto generale che è stato dato dall’autore.

Cosa cercate in un collaboratore editoriale?

Dipende, perché le figure sono molto differenti. Chi lavora in redazione deve avere una grande capacità di pensare le storie in maniera strutturale, di comprendere che bisogna fare un collegamento complesso tra le intenzioni di chi la crea, la storia, e le ambizioni e le esigenze di chi ne fruirà, e quindi capire come agevolare la trasmissione di una storia con le minime alterazioni possibili. Non è un lavoro facile e non credo esista una vera formazione. È qualcosa che si impara abbastanza sul campo.

Come si comincia a lavorare e dove si cerca lavoro nell’editoria a fumetti?

Non è molto facile dirlo, perché l’editoria, e il fumetto in particolare, non è un settore impermeabile. Secondo me, i grandi problemi per entrare nella filiera editoriale da attori professionali sono due. Il primo problema è che in Italia c’è una grandissima precarietà e quindi è difficilissimo trovare offerte per una posizione seria e durevole. In una fase iniziale trovo questa precarietà anche sensata: offrire posizioni temporanee facilita, almeno in parte, l’ingresso. Però poi non so quanto faciliti il restare stabilmente nella posizione.

E il secondo problema qual è?

Il secondo problema è che non esiste una graduatoria, un albo, un ente dell’editoria: questo costringe gli aspiranti professionisti a bussare alle porte che reputano – e qui bisogna stare attenti – plausibili, più che interessanti. Infatti è una buona idea cercare di scoprire le lacune delle case editrici. In particolare, per esempio, l’ufficio diritti è una lacuna facile, perché meno del 20% degli editori in Italia, oggi, ne ha uno. Per cui, ecco, un po’ di furbizia ci vuole.

Cosa mi dici dei contatti diretti con le case editrici?

Sicuramente bisogna trovare entità alle quali si possa chiedere periodicamente “com’è la situazione”. Anche qui, però, bisogna dosarsi, ci vuole un po’ di savoir-faire: farsi sentire regolarmente è buono; farsi sentire un po’ troppo regolarmente meno. Per dire, a volte mi capita di rispondere cose del tipo: “Guardi, per ora non è morto nessuno, quindi per oggi ancora no, scusi”. Insomma, ogni cosa è una questione di equilibrio.

Quindi, per sintetizzare, quale consiglio daresti a un giovane professionista che vuole aiutare a far “nascere” i fumetti?

Di sicuro il consiglio pratico più utile che posso dare è bussare in più di una direzione: bisogna identificare un paio di campi della filiera editoriale in cui ci si sente di avere un’attitudine precisa, e non bisogna limitarsi a proporsi per una sola posizione. La più complicata, comunque, è quella di redattore: è difficilissimo perché, in una cover letter, è praticamente impossibile trasmettere le sensibilità personali e far capire che si è adatti a fare quel lavoro per quell’editore.

Domanda scontatissima: qual è, secondo te, il futuro del fumetto?

Il fumetto non ha ancora raggiunto tutto il suo potenziale pubblico, perché deve superare lo stereotipo di essere un prodotto per masse poco scolarizzate. Anche il linguaggio può spingersi più in là e diversificarsi. Più ci si libera, più ci si abitua all’idea che può raccontare tutto, più possiamo esprimerci. Perché il fumetto non è un genere, ma un linguaggio: tutto dipende dall’uso che si decide di farne. Dobbiamo proporre storie e idee che parlino di temi come l’inclusività, il dialogo tra identità differenti, lo stravolgimento degli stereotipi per comprenderne la debolezza, l’abbattimento dei confini nazionali senza rinunciare a quelli culturali, il parlare di disabilità senza vederla come una vergogna… insomma, temi che interessano sempre, non in base all’attualità.

E se ti trovassi davanti a un fumetto molto bello, ma che tratta di argomenti che non rispecchiano le tue idee, lo pubblicheresti?

Dipende, perché io non mi devo riconoscere nelle convinzioni degli autori o dei personaggi e la provocazione può anche stimolare riflessione. Però non farei mai, per esempio, apologia dei fascismi, e non li normalizzerei come discorsi, perché sono convinto che quando si inseriscono motivazioni tossiche nel dibattito si rischia di traviare le persone e di portarle verso delle opinioni aberranti. Non pubblicare questi libri non è censurarli, perché, purtroppo, ci sarà sempre chi lo farà. E non c’è interesse economico che possa farmi cambiare idea. Uno dei miei mentori diceva: “La carta bianca ha un prezzo di mercato, quella stampata non vale più niente”. Un libro, quindi, dev’essere buono, visto che lo condanniamo a essere una sola cosa per sempre.

 

Michele Foschini è intervenuto con Loris Cantarelli, Luigi Filippelli e Marco Schiavone il 19 aprile a “Book Tales – Raccontare… i fumetti, tra graphic novel, manga & co.” secondo appuntamento del ciclo Dibattiti di Book Tales. Vedi la registrazione dell’evento.

(La caricatura di Michele Foschini è stata realizzata dall’autrice dell’intervista in occasione della promozione social di “Book Tales – Raccontare… i fumetti, tra graphic novel, manga & co.”)

Classe ’93, gattara modenese, le piace definirsi una puella senex, anche se, ormai, non è più una puella, ma solo una senex. Ama il disegno e le lettere sin da piccola, quando a sei anni si è ritrovata tra le mani Le streghe di Roald Dahl. Cresciuta a tortellini, Harry Potter e De André non ha mai abbandonato il suo amore per la lettura e la scrittura, laureandosi a Bologna in Lettere moderne prima e in Italianistica poi. Capricciosamente continua a portarsi dietro il sogno infantile di scrivere e illustrare un libro, ma si è sforzata di venire a patti con la realtà e ha capito che è meglio passare dall’altra parte della barricata, dedicandosi ai libri altrui. Per questo motivo al momento si sta specializzando con il Master Professione Editoria. Sostiene di disegnare, scrivere e leggere, ma in realtà passa il suo tempo a mangiare, dormire e lamentarsi. È una walking contradiction, ma chi non lo è?

About Sara Capitani

Classe ’93, gattara modenese, le piace definirsi una puella senex, anche se, ormai, non è più una puella, ma solo una senex. Ama il disegno e le lettere sin da piccola, quando a sei anni si è ritrovata tra le mani Le streghe di Roald Dahl. Cresciuta a tortellini, Harry Potter e De André non ha mai abbandonato il suo amore per la lettura e la scrittura, laureandosi a Bologna in Lettere moderne prima e in Italianistica poi. Capricciosamente continua a portarsi dietro il sogno infantile di scrivere e illustrare un libro, ma si è sforzata di venire a patti con la realtà e ha capito che è meglio passare dall’altra parte della barricata, dedicandosi ai libri altrui. Per questo motivo al momento si sta specializzando con il Master Professione Editoria. Sostiene di disegnare, scrivere e leggere, ma in realtà passa il suo tempo a mangiare, dormire e lamentarsi. È una walking contradiction, ma chi non lo è?

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