Tra passato e presente del tascabile: intervista a Evaldo Violo, storico direttore della BUR

“Che cosa le piace leggere?” Evaldo Violo fa per primo la domanda nell’intervista che dovrei fare a lui. Storico direttore della Biblioteca Universale Rizzoli, oggi in pensione, è stato l’artefice negli anni ’70 della rinascita della collana che ha fatto la storia del tascabile in Italia.
Ma cosa piace leggere a Evaldo Violo? “Mi piace alternare un titolo di saggistica, il più delle volte storia o filosofia, a uno di narrativa. Mi piacciono i grandi classici, sia antichi che moderni, i libri che possono segnare una vita e formare una persona. Non l’ultima novità. Ricordo quello che diceva un grande critico: “Non hai mai letto Guerra e pace? Corri subito a comprarlo e leggilo, è l’ultima novità per te e non puoi farne a meno.”

Guardacaso i grandi classici sono stati e sono tuttora il fulcro della BUR. Nata nel 1949, da un’idea di Luigi Rusca, si impose subito sul mercato con un successo travolgente, grazie alla scelta dei titoli, alle buone traduzioni, alle impeccabili curatele e soprattutto al prezzo economico, veramente alla portata di tutti, ma nel ’72 è costretta a chiudere. Ripartirà un anno dopo. nel ’73, proprio grazie a Lei. Come andò quel rilancio?
I tempi erano molto cambiati, così come i gusti del pubblico, erano nate molte altre collane di tascabili anche con autori contemporanei. Conservammo il pilastro dei classici e decidemmo, per gli autori di maggior prestigio, soprattutto greci e latini, di inserire il testo originale a fronte e di ampliare l’apparato paratestuale e di affidare le introduzioni ad autori o studiosi di prestigio. Accanto a questi inserimmo autori moderni sia di narrativa che di saggistica. La nuova BUR iniziò ad andare in edicola, oltre che in libreria: i due canali erano diversi e così anche i titoli che vi si vendevano, alcuni andavano solo in uno, altri in entrambi. Il ‘68 aveva duramente contestato la cultura dei classici, e anche per questo la prima BUR aveva chiuso. Dovemmo aspettare quasi dieci anni perché si ricominciassero a studiare e ci accorgemmo subito che i libretti BUR venivano usati dagli studenti perché avevano sia il testo originale sia la traduzione a fronte. Ci rivolgemmo, allora, a dei professori universitari per le note e le introduzioni che diventarono sempre più ampie e approfondite, rigorose e scientifiche così come le bibliografie e arrivammo addirittura a pubblicare vere e proprie edizioni critiche. Oggi possiamo dire che nessuna collana economica al mondo ha il numero di autori classici della BUR.

Inoltre, via il grigio e spazio ai nuovi colori…
La veste esterna, la copertina, il lettering sono il primo messaggio lanciato al lettore-compratore. La prima BUR era nota per la sua austerità e severità, copertina monocroma grigia, con autore e titolo in carattere Bodoni. Non andava più bene, sebbene durante tutta la mia trentennale direzione, ho sentito tanti lamenti nostalgici delle semplici copertine grigie. Ci affidammo a John Alcorn, un brillante grafico americano, che rivoluzionò la veste editoriale. La BUR non era più una sola collana, ma un insieme di sottocollane che volevamo si distinguessero anche esteriormente: classici, narrativa, poesia, teatro, saggistica, manuali. Creammo una serie di cornici, una diversa dall’altra per colore e con illustrazioni di vario tipo. Per i classici mantenemmo il tradizionale grigio, per il teatro un verde menta, per la BUR Ragazzi l’azzurro, per la narrativa il colore poteva variare e in copertina c’era un disegno inconfondibile dello stesso grafico.

Qual era la differenza tra la collana da lei diretta e la sua principale concorrente, gli Oscar Mondadori?
Gli Oscar, fin dal primo titolo, Addio alle armi di Hemingway, portarono al grande pubblico i bestseller della narrativa contemporanea, quella che ispirava trasposizioni cinematografiche, e in copertina avevano immagini tratte da quei film. La legge aveva portato la scuola dell’obbligo a 14 anni allargando enormemente il numero dei possibili lettori, così come la scelta di portare i tascabili in edicola. Ma soprattutto gli Oscar potevano attingere all’enorme catalogo Mondadori e, grazie a un accordo siglato da Mario Spagnol, anche a quello Einaudi. Il catalogo Rizzoli era buono ma non paragonabile al loro. La supremazia della BUR si affermò sempre di più nei classici antichi, latini e greci, con traduzioni, note e introduzioni di alto livello scientifico. Nel corso degli anni ‘70 e ‘80 le vendite dei classici aumentarono sempre di più, mentre le vendite della BUR narrativa calavano sempre più. Forse il formato grande piaceva più di quello tascabile? Certo, ma purché avesse sempre lo stesso prezzo. Lanciammo, quindi, nel 1987 la Superbur, una collana di narrativa con un formato più grande e una nuova veste editoriale.

Come sono andate le vendite della Superbur?
La collana andò subito bene, i titoli che non vendevano più nel tascabile, erano molto richiesti nel nuovo formato, più grande e con nuove copertine più attraenti. I titoli vendevano 30/40.000 copie ognuno e nel 1988 allargammo la formula anche alla saggistica: nacque così la collana dei Supersaggi, dove inserimmo tutti i nostri bestseller. Esordimmo, però, con una novità assoluta, direttamente in edizione tascabile, Le mie preghiere, di Madre Teresa di Calcutta. Desidero qui accennare a una cosa che non tutti sanno: nei tascabili generalmente ci sono o titoli fuori diritti o già pubblicati in hardcover e lì riproposti (di ricaduta, in gergo tecnico) a un prezzo più basso. Ma non esclusivamente. Vengono pubblicate anche novità assolute, direttamente in economica. Sotto la mia direzione c’erano tra il 15 e il 20 per cento di novità assolute ogni anno, più rare nella narrativa, più frequenti nella saggistica e manualistica. Per esempio, la fortunata sottocollana delle Vite quotidiane, che io ripresi dalle edizioni Hachette, sono tutte novità, così come i Dizionari.

Dopo la nascita a fine anni ’90 del tascabile massmarket a basso prezzo, la diffusione dei “tascabili original”, la progressiva tascabilizzazione delle novità, spesso proposte in brossura, e parallelamente l’adozione per i tascabili di copertine rigide, d’idea stessa di “tascabile” sembra essere ora un po’ confusa. Cos’è per lei il tascabile? Quale può essere il suo futuro?
 Allan Lane, il creatore del tascabile moderno, raccontò che l’idea gli venne quando, per caso, vide un soldato che metteva un libro nella tasca della sua giacca. Pensò di creare dei libri comodi, da poter portare in giro perché potevano stare nelle tasche di chiunque. A mio parere il tascabile non è contraddistinto tanto dal formato quanto dal prezzo che è ovviamente inferiore a quello dell’edizione hardcover, tant’è vero che spesso edizione tascabile ed economica vengono usate come sinonimi. Il prezzo più basso può essere dato dai materiali, dai costi fissi e da quelli variabili, dai diritti d’autore ma soprattutto dalla tiratura. Proprio perché i diritti d’autore pesano molto, per molto tempo nei tascabili venivano pubblicati solo i libri fuori diritti, si iniziò poi a ridurre la percentuale data agli autori che calò dall’8-10% al 4-5%. Per rispondere all’ultima parte della sua domanda, penso che in futuro il tascabile in Italia potrà svolgere la sua funzione di allargamento della lettura a un pubblico più vasto, ma prima di tutto deve esserci una rete distributiva che glielo permetta. Le librerie sono poche e concentrate nelle città. Tre quarti della popolazione italiana vive in luoghi dove non c’è una libreria, ma ovunque c’è un supermercato e lì dovrebbe essere venduto il tascabile, proprio come negli U.S.A.

E quali altre differenze ci sono con gli Stati Uniti in questo ambito?
In America in media il tascabile vende molto di più dell’edizione maggiore, e per questo ci sono contratti diversi per le diverse tipologie di edizione e quello per il tascabile è il più oneroso visto che l’anticipo è proporzionale alle aspettative di vendita. Le farò un esempio concreto: un grande bestseller americano pubblicato da Rizzoli: Radici di Alex Haley. Ebbe un enorme successo in America, 600.000 copie in hardcover e 12milioni in tascabile, e ne fu addirittura tratto uno sceneggiato televisivo. E in Italia? L’edizione maggiore era uscita nel 1978 e fece circa 600 mila copie in un anno, come in America, e in tascabile? Io avevo programmato di farlo in BUR contemporaneamente al passaggio in TV dello sceneggiato, ma l’ufficio contratti mi disse che non avevamo il contratto per il tascabile e per farlo ci chiesero una cifra esorbitante. Cercai di spiegare all’agente che in Italia il tascabile non vende le cifre americane ma fu tutto inutile. Dovetti rinunciare. Solamente quando il libro qui non vendeva più l’agente americano si convinse a fare un contratto per il tascabile con anticipi più modici. Potei fare Radici in BUR a trasmissioni televisive concluse, quindi senza poter utilizzare la grande spinta della TV, e vendette in qualche anno poco più di 100 mila copie.

Lei ha accennato al problema della lettura in Italia. Quanto si legge in Italia?
L’Italia fa parte dei paesi più industrializzati del mondo, dove si comprano beni di consumo da paesi avanzati, ma questo non vale per quanto riguarda i libri. La lettura non è un’abitudine diffusa, non fa parte dei consumi normali. Basta salire su un mezzo di trasporto: si vedranno viaggiatori con un giornale o una rivista in mano. Raramente è un libro, e se si fa attenzione spesso quel libro è un testo scolastico. In compenso in Italia c’è un folto gruppo di forti lettori, persone che leggono abitualmente 10, 20, 30 libri all’anno: su una popolazione di più di 60 milioni di persone solo 2-3 milioni leggono e comprano libri. Quindi io sono ottimista per il futuro del tascabile perché ci sono enormi margini di crescita.

E poi il tascabile va anche in edicola…
Abbiamo già accennato che gli Oscar portarono l’innovazione della distribuzione in edicola. Allora, come adesso c’erano meno di mille librerie in Italia, ma c’erano più di 20.000 edicole, distribuite in tutte le città e anche nei centri abitati più piccoli. Il tascabile arrivava a tutti. Bisogna però parlare anche di un fenomeno tipicamente italiano, il libro a basso prezzo venduto assieme a un quotidiano. L’idea è nata in Spagna alla fine del secolo scorso, grazie al quotidiano “El Mundo”, che lanciò una collana di grandi capolavori della letteratura mondiale in allegato col giornale a un prezzo molto contenuto. Subito anche i nostri giornali, prima “La Repubblica” e poi “Il Corriere della Sera”, ripresero l’idea dell’allegato. In questi giorni abbiamo una serie dei libri di Sciascia e un’altra di Agatha Christie. Continua così l’esperienza del libro tascabile venduto fuori dalla libreria ma non basta.

Secondo lei, l’ebook si è mai posto come un reale concorrente dei tascabili? E nel caso, ha trovato il suo spazio più nel mercato del tascabile o in quello delle prime edizioni?
Devo ammettere che quando comparve per la prima volta sul mercato l’ebook, penso fosse il 2009 quando Amazon lanciò il suo Kindle, ho temuto che l’era Gutenberg stesse terminando, ma ben presto mi sono ricreduto. L’ebook si vende, è uno strumento utile e comodo, ha un suo pubblico ma non ha certo eliminato o sostituito il libro cartaceo.
A mio avviso, un settore dove è veramente utile, anzi indispensabile, è la scuola e mi risulta che ci stanno lavorando. Gli studenti devono portare con sé una quantità enorme di pesanti libri mentre con la versione digitale basterebbe loro avere un ereader. Come saprà, su “La Lettura” oltre alla classifica dei libri più venduti c’è anche quella degli ebook e le due raramente coincidono. La mia impressione è che l’ebook sia più utilizzato dai giovanissimi, infatti, in queste settimane domina Julia Quinn, l’autrice della saga che ha ispirato la serie Netflix Bridgerton. Aveva ragione Eco, la lettura digitale non potrà mai sostituire il piacere di leggere un libro di carta, ma in alcuni settori professionali è certamente utile e praticata.

Un cenno all’attualità più stretta mi sembra d’obbligo. Come pensa cambierà il panorama editoriale in seguito all’emergenza socio-sanitaria che stiamo vivendo? Quale pensa dovrebbe essere il settore sul quale puntare per cercare di rilanciare il comparto?
Ho parlato con alcuni colleghi che operano ancora in editoria e mi hanno detto che le vendite vanno bene, che non hanno risentito della clausura, e questo conferma altre mie esperienze di gravi periodi di crisi. Durante le crisi la gente pensa di più e legge di più, durante il lockdown aveva anche più tempo per leggere. Quello che è cambiato e che segnerà prepotentemente il futuro è il canale d’acquisto. Quando non si può uscire di casa e le librerie sono chiuse si può comprare solo online, che è comodo e rapido. Temo che la gente si abituerà a questa comodità, non solo con i libri.

Nasco a Massa nell’estate 1994 e da sempre i libri sono la mia passione.
Mi diplomo al liceo classico e proseguo studiando lettere all’Università di Pisa. Mi trasferisco poi a Milano per frequentare un master ed entrare nel mondo dell’editoria.

About Marianna Danesi (Master Professione Editoria)

Nasco a Massa nell’estate 1994 e da sempre i libri sono la mia passione. Mi diplomo al liceo classico e proseguo studiando lettere all’Università di Pisa. Mi trasferisco poi a Milano per frequentare un master ed entrare nel mondo dell’editoria.

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