“Siate controcorrente”. I consigli di un pioniere della fantascienza italiana

Copertine Traduttore ed editor, Giuseppe Lippi guida dal 1990 la più importante collana di fantascienza italiana venduta in edicola, “Urania” (Mondadori), che quest’anno compie 65 anni. A partire dalla sua esperienza di lunga data lo abbiamo intervistato sul rapporto tra editoria italiana e fantascienza e sui mestieri del libro. E ci ha lasciato qualche consiglio ai giovani: “Educatevi e siate un po’ controcorrente”.

Lei ha rivestito un ruolo importante nella diffusione della genere fantascientifico nel nostro paese, contribuendo alla conoscenza delle opere di autori del calibro di Isaac Asimov, Philip Dick e Howard Phillips Lovecraft. Qual è il lavoro editoriale di cui va più fiero?

Non è questione di fierezza, non si fa il lavoro per questo. È questione di portare avanti, nei limiti del possibile, un’idea di editoria ragionata, non velleitaria. Un progetto, insomma, che nel mio caso è coinciso con la coltivazione di un campo delicato come quello del fantastico. Delicato soprattutto perché oggi inflazionato, e inflazionato perché presentato troppo spesso in modo sbagliato, in una luce puerile. In questo clima, poter riproporre in nuove edizioni autori come Lovecraft, Asimov o Jacques Spitz è certo una soddisfazione.

“Urania”, la collana edita da Mondadori e distribuita in edicola che lei dirige dal 1990, spegne quest’anno 65 candeline. Qual è il segreto del suo successo e della sua lunga età?

Credo che il segreto stia nella perseveranza dell’editore. Che in 65 anni ci ha sempre creduto al punto da investire le sue importanti risorse tecniche e culturali in modo continuativo. Questo ha fatto sì che la collana potesse giovarsi di collaboratori spesso eccezionali, dal fondatore Giorgio Monicelli – fratello del regista Mario e nipote di Arnoldo Mondadori – ai curatori e illustratori del suo periodo d’oro, che sono stati Carlo Fruttero, Franco Lucentini e il pittore olandese Karel Thole.

Il racconto fantastico e fantascientifico sono da sempre muse ispiratrici del cinema. Oggi, come in passato, continuano a uscire spesso film di questo genere, anche di un certo livello – pensiamo solo a Interstellar  e al recentissimo Arrival -. Come vede il panorama attuale della fantascienza, sia su carta sia sul grande schermo?

Lo vedo come un genere ormai entrato nel mainstream, nella coscienza di ogni tipo di pubblico. La fantascienza non è più il bizzarro, il fantastico libero da schemi, e non è nemmeno il genere puramente speculativo che è stato in passato, una sorta di “modo laterale del pensiero” secondo la definizione di un grande umanista come Sergio Solmi. È l’avventura, l’azione iperbolica, persino il romanzo d’amore. Ed è, naturalmente, il genere preferito dai creatori di effetti speciali. In letteratura le idee sono a volte più complesse, ma non sempre più originali. Dopo la grande ondata del cyberpunk, che ormai risale agli anni Ottanta, la novità maggiore risiede oggi negli autori iper-tech, aggiornatissimi sulla fisica quantistica e i wormhole, ma non facili da tradurre e da seguire.

E la fantascienza italiana in che “stato di salute” versa?

Il solito: ci sono autori bravi e meno bravi, ma tutti soffrono per via degli scarsi sbocchi sul mercato: il contrario di quello che è successo al giallo nazionale, ormai diffusissimo. La nostra fantascienza vive invece in un ghetto e nella più assoluta incertezza di poter pubblicare professionalmente. Le collane sono poche e gli editori generalisti non si fidano. Ma è proprio nell’editoria senza etichette che a volte un buon romanzo di fantascienza fa breccia, anche italiano; solo che nessuno lo chiama così. Credo che il futuro stia in questa direzione, proprio come è avvenuto con il thriller e il noir.

Traduttore e curatore, lei svolge il lavoro di editor come consulente esterno di Mondadori. Altri editor operano invece internamente alle case editrici. Quali i vantaggi e gli svantaggi di operare “da esterno”? Quali consigli offrirebbe a quanti vogliono intraprendere questa strada?

Da esterni si fa soltanto il lavoro “puro” o sui libri, da interni bisogna innanzi tutto mandare avanti una macchina e gestirla. Che si sia redattori o editor, il nostro compito sarà farsi venire idee e in più seguire la produzione. Se si è traduttori, consulenti o scrittori, la parte produttiva entra minimamente nel lavoro, se non per le scadenze. Nel caso di “Urania”, che è un periodico dalle esigenze precise, il curatore non può prescindere dalla conoscenza di una serie di paletti “macchinosi” come i limiti del budget, nella foliazione, eccetera. Ma il suo lavoro è perlopiù redazionale ed editoriale. Quali consigli dare ai giovani? Educarsi, innanzitutto. Dotarsi di un bagaglio di conoscenze precise ma ad ampio raggio, sfruttare al massimo la propria cultura. Per fare il lavoro all’interno di una casa editrice, motivarsi fin dall’inizio e proporsi in maniera qualificata, con idee e progetti ben messi a fuoco. Per lavorare all’esterno, come ho già detto, attingere al proprio “pozzo di San Patrizio”: quello che si è e quello che si sa. Ai giovani d’oggi raccomanderei soprattutto di non limitarsi alla cultura contemporanea o “visuale”, ma di scavare nel passato, conoscere quello che è stato prima e i vari modi di fare editoria. Ormai viviamo nel mondo dell’effimero, ma gli aspiranti editor devono essere donne e uomini di gusto, persino un po’ controcorrente.

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