Quel che conta è lo sguardo. Intervista a Claudia Beretta

©Laila Pozzo

Claudia Beretta, photoeditor ed ex allieva del Master Professione editoria cartacea e digitale, lavora da quattro anni presso Mondadori Portfolio -l’agenzia fotografica nata nel 2012 con lo scopo di recuperare il patrimonio fotografico del gruppo e l’archivio Electa-  occupandosi non solo di ricerca iconografica, ma anche di vendita di fotografie.

Lavori come photoeditor e ricercatrice iconografica. In cosa consiste il tuo lavoro?

Siamo una sorta di gruppo di ricercatori di immagini. Lavoriamo per i colleghi di Mondadori ma anche per altre case editrici. Non usiamo solamente il nostro archivio, ma cerchiamo anche in altri. Oltre a questo, facciamo da tramite per la distribuzione in Italia delle fotografie di alcune agenzie straniere.

Quanto è importante secondo te il photoediting nell’editoria?

Importantissimo. Le foto che non vengono scelte dal photoeditor sono brutte per definizione. Purtroppo oggi il photoeditor è come il panda, un po’ in via d’estinzione: non ci sono più commissioni di servizi, non si mandano più i fotografi in giro per il mondo e non si fanno più grandi inchieste.

Qual è l’elemento fondamentale di un buon photoeditor?

L’occhio di una persona abituata a vedere tante fotografie, con un bel pelo sullo stomaco sia per le foto che si vedono sia per trattare con chi le fa. Puoi parlare, puoi leggere, puoi scrivere, ma quando vedi l’immagine nuda e cruda fa veramente male.

Oltre a questo di cosa ha bisogno?

Che a scegliere un’immagine sia un grafico, un ricercatore iconografico, anche uno stagista, l’importante è saper usare la propria testa in modo autonomo, portare avanti le proprie idee nel caso se ne abbia, avere l’umiltà di riconoscere quando non se ne ha ed essere comunque in grado di accettare quella migliore nonostante tutto.

Cosa serve per fare bene questo mestiere?

C’è bisogno di elasticità mentale e della capacità di sapersi mettere nei panni degli altri. La ricerca iconografica è frutto di grande compromesso: bisogna mettersi sempre un pochino da parte, seguire le proprie idee senza imporsi come persona, bisogna far parlare la foto. L’intelligenza non si acquisisce, ma l’occhio sì.

Qual è il tuo parere della situazione fotogiornalismo in Italia?

In Italia ci sono poche riviste che danno rilievo alle fotografie, di cui molte sono imitazioni di pubblicazioni straniere, e i soldi per le foto sono sempre meno. Ma questa è solo la punta dell’iceberg, la mancanza di qualità a volte si vede già dalla carta. Inoltre, dall’interno, vedo molta precarietà. Se poi c’è anche chi accetta di lavorare gratis…

Cosa si potrebbe migliorare in questo settore?

Sarebbe bello se ci fossero tante pubblicazioni e tanto fermento culturale, ma è difficile trovare delle riviste con prezzi abbordabili che sembrino originali e interessanti da questo punto di vista.

Che consigli daresti a qualcuno che vorrebbe lavorare in editoria e/o nel photoediting?

Non siate troppo timidi, lo dice una che lo è. Nel lavoro bisogna essere un po’ sfacciati, ho capito che la prima cosa da avere sono le relazioni e i contatti. Linkedin aiuta, i rapporti personali aiutano, se conoscete qualcuno delle risorse umane prendete un caffè insieme. Insomma, buttatevi sempre.

Commenti chiusi