Quando lo storytelling va in onda: essere autori per la radio

s200_tiziano.boniniParliamo con Tiziano Bonini autore e regista radiofonico freelance nonché ricercatore della Facoltà di Comunicazione dell’Università IULM di Milano. Creatore di numerosi documentari per emittenti universitarie e di informazione (Radio Popolare); e per la radiofonia privata (Radio24) attualmente autore per Radio 2. È stato ospite all’evento di Editoria in Progress del 19 aprile.

 

 

Da studente è stato tra i fondatori della prima radio universitaria italiana, come è entrato nel mondo del lavoro?

Quando mi sono laureato, ho cominciato un dottorato a Milano e nel frattempo ho cercato di mettere a frutto queste competenze, cercando collaborazioni con le radio milanesi. Non avevo contatti, quindi ho fatto proposte alle radio che mi piacevano, con le idee di programmi che avevo. Ho iniziato con Radio Popolare e con Radio24 dove sono andato a proporre un’idea per una serie di documentari che poi mi hanno prodotto.

Secondo la sua esperienza qual è il ruolo del pubblico nell’autorialità contemporanea?

Nel 2002 riuscii a intervistare David Isay, uno dei pochi documentaristi radiofonici statunitensi. Mi raccontò di un suo progetto StoryCorps. Mise uno studio di registrazione nella Central station, dove chiunque poteva andare a registrare la propria storia di vita su supporto esclusivamente sonoro. I racconti erano riadattati alla radio pubblica in parte; quasi tutti finivano online creando una biblioteca collettiva aperta al pubblico. In seguito si mise in viaggio, inaugurando il National history project che raccoglie storie di vita in tutti il paese. Un altro National history Project, all’interno di un programma che si chiamava All things considered, era condotto da uno scrittore, Paul Auster, che chiedeva agli ascoltatori di inviare racconti della propria vita come se fosse una fiction, che lui selezionava e leggeva alla radio, senza alcun adattamento.

Io mi occupavo di classici documentari per la radio dove scrivevo la sceneggiatura, interpolando il testo con frammenti audio raccolti dalla realtà. Con il mio socio Matteo Caccia, siamo andati oltre questo formato, facendo un programma a Radio24, Voi siete qui, simile a quello di Paul Auster. Non si vinceva nulla, non c’èra nessun meccanismo di selezione. Non volevamo scrittori in erba, ma persone che, sentendo la vita degli altri raccontata alla radio, volessero condividere ciò che gli era accaduto, perché una puntata aveva raccontato o insegnato qualcosa oppure aveva fatto emozionare. Immagnavamo che le persone potessero ritrovarsi attraverso un’esperienza comune e dire: “non siamo soli”. In quattro stagioni arrivarono circa 4000 storie che abbiamo trasformato a in un ebook gratuito è un dono per rafforzare il legame di comunità. Adesso a Radio 2 facciamo un programma simile Pascal, dove cerchiamo di trovare in ogni racconto un tema universale che può essere connesso con un’altra storia che cerchiamo noi su altri media.

Di coautorialità si parla molto, ma è difficile che la gente partecipi davvero. Ci sono modi diversi per organizzare questa partecipazione, bisogna avere un buon progetto delle regole molto precise. C’è un sistema gerarchico, chi cura questo progetto ha l’ultima parola su cosa viene selezionato e cosa no. Chi crea la storia non ha alcun potere decisionale su di essa, perciò bisogna avere molto rispetto per chi partecipa.

Anche i social network possono fare storytelling?

È difficile, gli spazi sono pochissimi, però esiste un filone, la così detta twitter fiction, che sfrutta il linguaggio e la piattaforma per produrre dei contenuti di finzione che sono nativi al medium. Per esempio il Goethe Institut, nel bicentenario della nascita dei fratelli Grimm, ha chiesto a me e al mio socio di inventare un format che potesse attirare l’attenzione del pubblico su questo evento e noi abbiamo fatto rinascere questi personaggi su twitter. Abbiamo studiato le loro fiabe, la loro vita. Il profilo si chiamava fratelli Grimm e raccontava lo stupore di questi personaggi che tornavano a vivere nel mondo di oggi, provando a leggerlo dal loro punto di vista. I tweet erano sempre un dialogo tra i due con una caratterizzazione dei personaggi. Raccontavano anche gli avvenimenti della loro vita e commentavano le notizie di attualità assimilandole a uno dei loro racconti. L’obiettivo era, una volta costruita un’audience, usare quel profilo per fare un gioco con i follower, cambiando cinque fiabe dei fratelli Grimm. I fratelli twittavano l’inizio, le persone rispondevano immaginando in 140 caratteri cosa sarebbe successo, noi selezionavamo un tweet e replicavamo aggiungendo il nuovo pezzo. Alla fine avevamo una stringa di tweet che raccontavano una nuova versione della storia. Poi prendevamo questo racconto, lo editavamo, ripulendolo dagli hashtag, creando un testo che abbiamo trasformato in fiaba sonora pubblicata sul sito del Goethe Institut.

Lei è autore di opere su media molto eterogenei, qual è la differenza nella creazione del prodotto e nel metodo di lavoro?

Il punto di partenza del mio lavoro è il testo che arriva dagli ascoltatori che viene declinato su quattro media differenti: la radio, il sito del programma, in un ebook e nei social network. Quello che va bene per un media non va bene per un altro. Il materiale di partenza è inserito dentro la sceneggiatura della puntata. Questa prevede dei momenti dove non c’è testo scritto ed è il conduttore che parla in diretta, e dei momenti in cui c’è e si compone di quello dell’ascoltatore e dei brani che scriviamo come introduzioni alla storia. In una scaletta tecnica sono segnate anche le note di regia, i brani musicali, i frammenti sonori. Per quanto riguarda il sito web ogni puntata ha un titolo, un’immagine che lo rappresenta e c’è il testo dell’ascoltatore. Il sito è una vetrina in cui puoi leggere ed approfondire i contenuti del programma, se hai perso la diretta vai lì, puoi leggere la storia e ascoltare il podcast. La quarta declinazione sono i social media che si usano come gancio per attirare l’attenzione, anticipare il contenuto, ricercare dell’iterazione e come spazio per i commenti, inoltre riusciamo a chiedere storie simili agli ascoltatori specialmente su facebook. Si usa il meccanismo della convocazione verso l’ascoltatore: tutto il testo finisce con una domanda per stimolare l’iterazione. L’ultima declinazione quella dell’ebook è un lavoro puramente editoriale. Editiamo un testo, creiamo il contesto con le nostre prefazioni, ogni capitolo è l’esperienza di un ascoltatore. Si tratta di una raccolta di racconti niente più. C’è un lavoro grafico che non è il nostro ma di un professionista.

Qual è stata per lei l’esperienza autoriale più significativa?

Un programma di cui mi occupavo a Radio 2 si chiamava Una vita sottotitolato viaggio nelle età di ognuno, era un ciclo di 52 puntate bisettimanale, ogni sabato e domenica si raccontava l’esistenza di una persona presa in un’età particolare. L’idea era di sostituire con tutte queste tappe la vita di tutti, da zero a cento anni. Qui lo stratagemma narrativo erano le diverse età perché ognuna ha una storia diversa e sicuramente qualcosa di diverso da dire sul mondo. Per sei mesi siamo andati in giro per l’Italia a intervistare e raccogliere le storie di vita delle persone con un obiettivo che va oltre il documentario, quello di trarre un universale. L’obiettivo non era raccontare la storia del centenario ma una storie di saggezza per esempio, si ragionava per episodi non per riflessioni sulla vita. In questo caso passavamo molto più tempo a cercare una storia. Stavamo due giorni con una persona registravamo ore e ore di materiale, tornavo a casa e passavo altri tre giorni ad ascoltare il materiale, a decidere quali erano le parti più salienti per poi passare altre ore a scrivere, a dare un senso a quei frammenti sonori e legarli insieme attraverso un testo. Il lavoro per ogni persona, di una settimana almeno, era molto soddisfacente e molto completo anche dal punto di vista autoriale.

Che rapporto c’è tra l’autore e la sua “creatura”? Qual è il giusto distacco?

Bisogna avere molto distacco sempre perché bisogna essere continuamente pronti a tagliare ancora, ad asciugare a buttare via. Uno si affeziona facilmente al materiale che scrive, che raccoglie, invece bisogna sviluppare un cinismo interiore, essere i critici più severi di se stessi. Si deve dare in pasto quest’opera a qualcun altro, un occhio esterno che lo legga e capisce se per lui funziona o no. È un lavoro per cui non si può essere per nulla permalosi. A meno che tu non sia un romanziere che lavora da solo, anche se c’è un editor che modificherà al posto tuo il lavoro, tutto il resto delle posizioni autoriali all’interno dalle industrie culturali creative sono sempre compiti di squadra, dove c’è sempre qualcuno che taglia.

Quale crede sia il modo migliore di gestire l’attività di autore freelance?

Io ho la fortuna di lavorare in università e di fare l’autore radiofonico come seconda attività che non è quotidiana, specialmente nel ruolo che ho adesso che è molto marginale. Serve determinazione e coraggio, è facile deprimersi perché puoi passare molto tempo a non far nulla. Devi avere continuamente dei progetti personali autoriali da mandare in campo, anche se magari non vanno in porto. Nel caso della radio è un po’ diverso dallo scrivere per più giornali o riviste, abbiamo un rapporto continuo, facciamo un prodotto seriale per nove mesi l’anno. In radio tutti i conduttori e tutti gli autori sono freelance, tu sei scritturato sulla base di una stagione che durerà 20 puntate. Poi finisce perché vanno male gli ascolti o il direttore ti dirà di inventarti qualcos’altro. Una persona ha un contratto per scrivere un libro o un tot di articoli, esistono anche giornalisti indipendenti, ma per tutti gli altri tipi di lavoro autoriale, tv, radio o cinema, sei scritturato sempre per un progetto.

Per lei cosa vuol dire essere autore nell’epoca della multimedialità?

Uno dei più famosi conduttori di programmi di narrazione alla radio americana, Ira Glass dice che, come autori, bisogna avere la curiosità di sapere come va a finire e rendere questa cosa agli ascoltatori. Serve la preziosissima capacità di raccontare una storia in cui c’è un inizio, uno sviluppo, una fine e avere chi dall’altra parte vuol sapere come va a finire. Anche con le storie più piccole e banali della vita quotidiana se per un attimo le congeliamo rispetto al flusso quotidiano e proviamo a raccontarle, possono diventare un’epopea. L’autore è un curatore di contenuti prima ancora che un creatore originale che vive da solo, è una persone che ha idee, che assembla contenuti. Nell’epoca della multimedialità questa figura deve avere anche una serie di competenze tecniche, la scrittura è quella di base, ma deve saper maneggiare anche una serie di linguaggi, saper fare foto, editare, registrare, editare il suono, le immagini, i video. In tutti questi casi non serve un tecnico ma un intellettuale, che sa usare vari linguaggi e riesce a comporli insieme in una storia. C’è una dose di creatività che ha bisogno di una serie di competenze tecniche.

Si può vivere di autorialità in un epoca dove il problema dei diritti sembra minare il vecchio sistema di remunerazione del lavoro intellettuale?

Per la radio il problema esiste fino a un certo punto, io vengo pagato con il diritto d’autore dall’emittente, ho un contratto perché fornisco una prestazione; se il podcast viene scaricato da mille o due persone non cambia, non li stiamo vendendo. Fino a un certo punto la circolazione di prodotti gratuiti porta dei benefici, come essere conosciuto da più persone e far circolare contenuti. L’ebook di Pascal è gratis perché ci avremmo guadagnato pochissimo. A volte conviene scegliere i creative commons invece del copyright. Ogni figura autoriale è diversa dall’altra e ha diverse problematiche.

Che consiglio darebbe a un potenziale autore radiofonico che vuole vivere di questo lavoro?

Copiare, imitare le cose che piacciono di più andare a conoscere le persone che fanno il lavoro che interessa, cercando di imparare il più possibile. Non pensare alla radio ma produrre da soli un blog, una mini serie radiofonica e mettersi alla prova, pubblicando su internet i propri contenuti, senza sperare che qualcun li compri ma per dimostrare che hai già fatto qualcosa. È la una carta d’ingresso il biglietto da visita da mostrare quando ci si propone per un lavoro.

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