Potere alle parole di Vera Gheno

“[Gli uomini] sono onomaturghi, cioè ’creatori di nomi’. È sempre stato compito dell’essere umano ‘dare i nomi alle cose’, creando quelle accoppiate tra significante e significato che ci permettono, di fatto, di intenderci.” 

Non tutti nasciamo comunicatori di professione, eppure tutti noi – diversamente dagli animali – possediamo il privilegio del linguaggio. Un privilegio, quello di parlare, leggere e scrivere, che apprendiamo molto presto, quando siamo piccoli, e che per questo motivo diamo fin troppo spesso per scontato.

I lettori forti in Italia, quelli che leggono almeno un libro al mese, sono solo il 13,4% dei lettori totali (dati ISTAT 2018); raramente curiamo il modo in cui diciamo qualcosa, non riflettiamo sull’ortografia delle parole e quando leggiamo un testo poco più lungo di qualche riga, molto spesso non capiamo subito l’informazione che l’autore vuole comunicarci. Di questi e molti altri problemi legati al linguaggio ne parla la social-linguista Vera Gheno all’interno di Potere alle parole.

Gli esempi che l’autrice porta avanti fin dall’introduzione sono molto efficaci per comprendere il tema di fondo del saggio. Un uomo che legge per la prima volta i risultati di un esame medico, le istruzioni per montare un mobile o il modulo per sottoscrivere un contratto: si tratta di casi in cui, volendo procedere per stereotipi, anche un laureato in lettere deve rileggere il testo che ha davanti più e più volte per non commettere errori. Rispetto ad altri tipi di competenze, per esempio matematiche o informatiche, quelle linguistiche sembrano a tutti meno utili o rilevanti. Eppure, in un mondo in cui comunicare (e farlo bene) è una prerogativa necessaria in qualunque scambio all’interno “della nostra società della comunicazione” (dal prenotare una pizza a un colloquio di lavoro), i fraintendimenti linguistici capitano ancora molto di frequente, nella vita così come (e forse ancora di più) sui social network.

Scegliere una parola rispetto a un’altra dice molto di noi: “nero”, “n*gro” e “di colore” non sono la stessa cosa, per esempio. Perché “qual è” non vuole l’apostrofo? Il femminile di avvocato è avvocatessa o avvocata? Parlare dialetto è sempre scorretto? Attraverso informazioni di carattere tecnico, aneddoti personali e piccole curiosità, con straordinaria chiarezza Vera Gheno abbatte tutti i falsi miti che girano intorno alla lingua, tanto quella elettronica quanto quella insegnata a scuola.

L’italiano, tutt’altro che morto, quindi, è un codice in continua evoluzione; l’unico strumento che usiamo tutti i giorni e che, proprio per questo motivo, cambia grazie ai parlanti che lo aggiornano costantemente. La lingua ha un potere enorme – spiega Gheno – poiché attraverso essa descriviamo noi stessi, il mondo e comunichiamo con gli altri. Perciò sarebbe impensabile non introdurre oggi prestiti da altre lingue o neologismi. In fondo sono proprio questi gli elementi che dimostrano l’ottimo stato di salute del nostro italiano.

Da linguista, Vera Gheno descrive quegli eventi che naturalmente avvengono all’interno di un codice. Mutamenti che non sono decisi a tavolino dai grammatici, dalla Crusca o da chi scrive i dizionari (come erroneamente pensano quelli scandalizzati da “ministra” o “sindaca”): chi non è uno specialista del settore non può accorgersi di determinati cambiamenti e c’è bisogno che qualcuno ce li spieghi. Per questo Potere alle parole è uno strumento prezioso, completo e moderno, per chi, scevro da pregiudizi, è interessato dall’oscillante realtà della nostra lingua.

Vera Gheno – Potere alle parole
160 pagg., 13 euro – Einaudi 2019 (Super ET Opera Viva)
978-88-06-24023-3

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