Piero Crida: “l’illustrazione è artigianato, la copertina è essenzialità”

DSC_0736Piero Crida è un artista, un designer, un grafico. Ha disegnato tessuti, gioielli, ceramiche e, ovviamente, bellissime illustrazioni, tra cui le famose copertine del Signore degli Anelli per Rusconi. Lo abbiamo intervistato al secondo incontro di Editoria in Progress 2017, al Laboratorio Formentini di Milano. Si capisce che ha viaggiato e ha insegnato molto: Piero Crida ha il dono di evocare immagini a ogni sua parola. E di ammaliare per lo spirito arguto con cui si destreggia tra editori, autori (e loro familiari), la sorprendente vitalità con cui ci racconta nuovi progetti

Prima di tutto, quali sono le caratteristiche fondamentali della copertina di un libro?

Deve essere essenziale. Il primo requisito è che sia sintetica e immediatamente comprensibile. A volte sono necessari dei dettagli. Questi vanno in secondo piano e non devono disturbare l’essenza del messaggio dell’immagine di copertina. L’importante è un elemento primario che catturi immediatamente l’attenzione. Quello che suggerisco agli amici giovani grafici è di fare un bozzetto di copertina, metterlo in mezzo ad altre cinquanta copertine di libri e, chiamando delle persone estranee al progetto, chiedere loro qual è quella che li colpisce di più.

L’illustrazione è disegno, dipinto, arte. È schema ragionato e opera grafica, come per la copertina di un libro. L’illustrazione significa tante cose. Cos’è l’illustrazione?

rusconiL’illustrazione è artigianato. È stato per secoli uno strumento di trasmissioni di elementi e di conoscenze, apparentemente estranee al soggetto dell’insegnamento. L’illustrazione per libri è artigianato, anzi peggio: è artigianato che deve far guadagnare l’editore. Quindi l’equilibrio sta nel non screditarsi dal punto di vista creativo con l’obiettivo di vendere tanto e non screditarsi dal punto di vista del committente, producendo qualcosa di ben fatto che venda zero. Il mio periodo di illustratore è stato relativamente breve: proprio come artigiano, una volta che imparo la manualità, per me è finita l’esperienza. So che posso andare avanti tutta la vita con minimi miglioramenti, approfondimenti, ma quello che mi interessa non è tanto quello, quanto il piacere di apprendere qualcosa di nuovo. Quindi che siano copertine di libri, collezioni di piastrelle, tessuti, oggetti, canzoni, sono tutte cose che io imparo. Evviva.

Ha accennato alla figura dell’editore, che attraverso la copertina, deve vendere libri. Com’è il rapporto tra illustratore e editore?

Dipende dall’editore. C’erano gli editori sublimi, uomini di grande cultura e di una sottile abilità nel dirigere l’azienda senza che uno se ne rendesse conto. E poi c’erano i buzzurri, e tutte le gradazioni intermedie. Attenzione, nessun editore ha in mente cosa rappresentare in copertina. Mi è capitato una volta invece che un editore avesse le idee chiare. Convocandomi mi disse: «Qui si deve vendere, vendere! Serve più f..a in copertina! Più f..a!». Gli ho detto: «Arrivederci» e me ne sono andato. Questo è il fondo. Capita quando l’editore proviene da altri campi ed è messo in quella posizione non per suoi meriti culturali, ma per meriti politici. Persone che un libro non l’hanno mai aperto.

Qual è il processo progettuale che porta alla realizzazione di una copertina di un libro?

Una copertina deve prima di tutto passare attraverso i desiderata dell’autore. Quello è uno scoglio atroce. Ogni volta che mi capitava di dover fare delle copertine per autori italiani viventi, bisognava preparare una strategia. I disegni proposti dall’autore per la copertina, sempre “bellissimi”, erano in genere fatti dalla figlia, dalla moglie o dall’amante. Se era dell’amante, «Mi raccomando non metta il nome dell’autore» mi dicevano. Erano disegni orrendi ovviamente, e mi ero preparato due risposte per aggirare l’ostacolo. La prima era: «L’immagine è assolutamente splendida, però riprodotta tipograficamente perderebbe colore, perderebbe sostanza, non sarebbe una gentilezza nei confronti dell’artista». Se non funzionava questa prima strategia, passavo alla seconda, che era letale: «È una splendida illustrazione, forte, potente, però non vorrei mai che offuscasse il nome dell’autore, il suo nome, che è più importante dell’illustrazione». A quel punto dicevano: «Ma lei dice? Ah beh allora scelga lei». Questo era il destreggiarsi. Quindi la copertina doveva passare prima dall’autore, poi rimbalzava all’addetto alle vendite, che in genere non aveva niente da dire, e finiva dall’editore. E lì dipendeva da come si era svegliato quel mattino.

fmricciTra le sue copertine storiche, quali sono le sue preferite?

Allora, le copertine per Franco Maria Ricci erano molto eleganti, molto colte, dovevano rientrare in quel look della casa editrice. Franco è l’unico gentiluomo che abbia mai incontrato nell’editoria – lo scriva pure questo. Spero adesso di fare un volume con lui, anche se non sarà facile. Ho un progetto bellissimo: voglio illustrare le Metamorfosi di Ovidio, e se non lo faccio con lui, lo faccio per me stesso, perché credo che sia una buona cosa illustrare Ovidio e io sono abbastanza adatto a illustrare cose che appaiono e non sono, cose che si trasformano. Il punto intermedio del movimento è quello che mi affascina, non la stasi della partenza né quella dell’arrivo.

Quanto si può svelare in una copertina?

Se vi è una qualità nell’essere umano, quella è la fantasia. Non va plagiata. L’esempio che faccio sempre è questo: vada a vedersi Anna Karenina con Greta Garbo, da quel punto in poi ogni volta che rileggerà Anna Karenina avrà in mente la faccia di Greta Garbo. Ogni volta che rileggerà il Signore degli Anelli, Gandalf avrà la faccia di Ian McKellen. Questo è plagio. Questo è uccidere la fantasia. Per questa ragione nelle copertine del Signore degli Anelli, ho sempre preferito utilizzare l’“atmosfera”. Non un hobbit. Non Gandalf. Non un elfo, niente di tutto ciò.

La buona illustrazione, come una buona architettura, non invecchia mai?

Se uno è abile a non cadere nei trend sì. Bisogna evitare il più possibile i trend della moda, che in editoria ci sono, inevitabili. Vendono fino a un certo punto, poi incomincia a inflazionarsi il mercato. Le copertine tendono a copiarsi gli stilemi e il lettore si chiede se quel libro l’ha letto o non l’ha letto. Se voi foste miei allievi, per capire come i trend e la ripetizione di un’immagine uccidano completamente la risposta emozionale-emotiva dello spettatore, vi farei vedere una trentina di immagini o foto di torture e vi chiederei di valutare da uno a dieci la reazione a ognuna. Quando si giunge all’ultima immagine di un uomo torturato, la vostra reazione è zero. Perché quest’immagine voi l’avete vista da quando siete nati: il Cristo in croce. Nessuno lo percepisce più come un uomo sotto tortura. Ha perso completamente la forza dell’immagine. Ha perso il messaggio. Ha perso il suo significato.

Quali sono le differenze tra le illustrazioni per adulti e quelle per ragazzi?

Ai primi degli anni Settanta mi telefonarono le “suorine” della San Paolo, dicendomi che volevano ristampare le novelle di Oscar Wilde – Il principe felice e altri racconti – e mi chiesero se potevo illustrarle. Ho fatto una serie di illustrazioni pensando che le “suorine” non accettassero mai e poi mai di pubblicare. Ma io mi stavo divertendo troppo a farle. Una volta finito, gliele ho mandate e queste non hanno battuto ciglio. Esce il libro. Dopo sei mesi ricevo una telefonata di una “suorina” che mi comunica che ho vinto il primo premio della Fiera del libro per bambini di Bologna. Credevo fosse uno scherzo, ma lei mi dice: «No signor Crida, signor Crida. Erano tutti arrabbiati perché è la prima volta che fanno votare i bambini. Sa, la giuria aveva scartato il suo libro dicendo che era perverso, troppo complicato, ma ai bambini è piaciuto tanto e ha vinto il primo premio». Ero stato feroce. Erano illustrazioni cariche, zeppe di roba, ma con dei giochi dentro che ai bambini credo piacciano. A loro piace seguire, vedere tante cose. Oggi i libri per bambini tendono molto più a una grafia carina, dimenticandosi che i bambini hanno bisogno di ben altro del carino.

Le graphic novel sono invece rivolte a un pubblico diverso. Cosa ne pensa?

Sì, le graphic novel partono dai teenagers e puntano dritti agli adulti. Le trovo un po’ noiose, onestamente. Sono molto belle, molto intellettuali, molto raffinate di disegno, con quello humour un po’ alla Woody Allen, con battute quotidiane. Ma mai una vera graffiata. L’iraniana Marjana Satrapi, autrice di Persepolis, era l’unica che, essendo reduce da situazioni non facili, nei suoi fumetti faceva del male. Comunque il mio fumettista preferito rimane Will Eisner, ebreo di New York, di un’abilità incredibile nel disegno e nella complessità delle storie. Bravissimo. Era l’autore di un fumetto molto più conosciuto, The Spirit, che gli serviva invece per guadagnare.

Infine, da dove prende l’ispirazione?

Tutto mi ispira. Anche quel muro lì perché c’è un rapporto pessimo di misura tra l’altezza del muro di cemento e quello di tegole, che sarebbe improponibile dal punto di vista estetico. Guardavo quella parete, c’è una parte che è stata restaurata con dei mattoni nuovi e ho pensato: «Chi è il coglione?». Vedo l’erbetta e penso che quando crescerà sposterà le tegole e comincerà a piovere dentro. Io osservo tantissimo. Osservo tutti i dettagli. Sono stato educato a questo, a raccogliere i dettagli e a lasciare che l’elaborazione sia abbastanza automatica.

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