Tra piccola e grande editoria. Lo sguardo di Gian Carlo Ferretti sul panorama attuale

Gian Carlo Ferretti, classe 1930, celebre storico dell’editoria e docente di letteratura contemporanea è uno dei più autorevoli studiosi dei meccanismi dell’editoria libraria e dei suoi rapporti con il mercato. Nel 2016 il master Professione editoria cartacea e digitale gli ha conferito il premio Ancora aldina, l’anno successivo ci ha concesso una breve intervista telefonica tuttora attuale. Eccola.

Il suo libro di Storia dell’editoria letteraria in Italia si è fermato al 2003, se potesse continuarlo fino a oggi quali aspetti toccherebbe?

Le rivoluzioni e i limiti segnalati per quel periodo sono tuttora presenti, ma si sono accentuate ulteriormente. Il panorama editoriale è in gran parte dominato da una logica di mercato cogente, dalla politica del best seller, dalle grandi coalizioni, come per esempio la fusione tra Mondadori e Rizzoli.  Ci sono certamente dei bravi editori, e tuttavia manca nelle case editrici un vero lavoro collettivo. Si prendono per lo più decisioni finalizzate al singolo titolo, spesso l’editor fa un buon lavoro ma non ha un ruolo nelle decisioni strategiche. Il panorama contemporaneo dà poco spazio ai consulenti, ai letterati editori. Vi sono degli ottimi editori, tuttavia manca la visione d’insieme, ovviamente ci sono eccezioni, ma non cambiano la regola.

L’editore protagonista è realmente morto al principio degli anni ’80 o in qualche modo alcuni piccoli editori possono essere considerati una resurrezione della storica figura?

L’editore protagonista è una figura datata che ormai non esiste più. I piccoli editori hanno un’identità che i grandi ormai hanno perso, salvo i casi di Einaudi, Feltrinelli o Adelphi, almeno in parte. Gli autori ormai passano indifferentemente da un editore a un altro, mentre in passato esistevano rapporti privilegiati che si delineavano in veri e propri sodalizi. Si pensi a Calvino con Einaudi o a Moravia con Bompiani. La forza della piccola editoria sta nel coprire gli spazi che la grande trascura, nell’offrire un prodotto di nicchia e nel lanciare autori nuovi che poi, una volta raggiunto il successo, saranno pubblicati dai grandi.

A tal proposito, vi sono stati anche editori che consapevolmente hanno accettato e sfruttato a loro vantaggio il fatto che i loro autori venissero pubblicati da editori più grandi, per esempio Scheiwiller. Cosa ne pensa?

Scheiwiller puntava su autori che costituzionalmente non avevano successo o sulle cose minori di autori affermatissimi; di Montale pubblicò, per esempio, disegni e pastelli, per ovvi motivi, essendo Montale un autore di Mondadori e di altri editori, non avrebbe mai potuto pubblicare una raccolta del poeta. Pubblicò tantissima poesia che, come si sa, è la cenerentola del mercato. Nonostante queste scelte non si deve pensare che fu editore per diletto, pubblicava per vendere. È stato un piccolo imprenditore pur mantenendo, specie nella prima fase editoriale, la dimensione dell’editore artigiano. Faceva tutto da sé, con scarsissimo personale alle sue dipendenze, ma ciò nonostante fu un imprenditore e per dimostrarlo basta solo ricordare le pubblicazioni fatte per sponsorizzazione.

Da storico dell’editoria e profondo conoscitore del settore, come valuta la frequenza di un master per inserirsi nel settore?

Credo che sia necessario e indispensabile. La situazione lavorativa attualmente non è sicuramente facile e probabilmente non si troverà posto subito, ma investire sulla formazione professionale risulterà la scelta vincente per poter svolgere un lavoro qualificato come è quello richiesto in editoria.

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