Il piacere di fare (e leggere) un libro. Intervista a Daniele Olschki

Troppo prussiano per l’Italia impegnata nella Prima guerra mondiale, troppo ebreo per l’Italia fascista. Prima ancora che nella qualità dei suoi libri, la più grande forza della casa editrice Leo S. Olschki – dal 1886 è una delle principali espressioni italiane dell’editoria di alta cultura – può essere trovata nell’ostinazione che le ha permesso di sopravvivere al doppio esilio in Svizzera del fondatore Leo Samuele. Così come alla distruzione della sede sotto le mine tedesche nel ’44 e a quella del magazzino di via Ghibellina durante l’alluvione di Firenze del ’66.

Qualità preziosa anche oggi, nel momento in cui l’editoria di alta cultura in Italia è in grande sofferenza. “Io faccio spesso una metafora tra gli editori e le api, perché quando le api scompaiono da un territorio vuol dire che ci sono problemi nell’ambiente”, mi spiega Daniele Olschki, la quarta generazione della famiglia alla guida della casa editrice, quando gli domando quale sia lo stato dell’editoria in Italia e a Firenze. “Le api sono delle sentinelle della salute del territorio in cui vivono, quando gli editori scompaiono da una città, una città che ha avuto un’editoria molto importante e radicata, vuol dire che ci sono dei problemi”.

Quali possono essere questi problemi?

È difficile identificarli in modo preciso. Quello principale può essere una disattenzione che c’è a Firenze nel far cultura, un po’ perché avere tante ricchezze fa sì che si dorma sugli allori e si consideri far cultura soltanto la massimizzazione del lavoro espositivo all’interno dei nostri musei. Ma far cultura è qualche cosa di più vivace. Stiamo vivendo su quelle realtà che sono state create dai nostri predecessori e ci domandiamo cosa lasceremo ai posteri.

L’editoria ha tempi di lavorazione e di fruizione più lunghi, e dunque rischia di essere messa in secondo piano rispetto ad altre forme di cultura.

Se si considerano le api esclusivamente per il miele che producono, si perde quello che è l’elemento principale del loro lavoro, che è l’impollinazione. Gli editori vengono spesso considerati dalle amministrazioni pubbliche esclusivamente per il fatturato che fanno e per gli addetti che hanno, che sono ovviamente perdenti rispetto ad altri settori. C’è un’attenzione solo quantitativa verso il lavoro degli editori, in cui si perdono gli apporti culturali.

Anche l’editoria stessa alle volte preferisce la quantità alla qualità.

Gli editori ci hanno messo del loro, perché molto spesso hanno perso quella che era la caratteristica specifica di un’editoria e sono diventati dei produttori di tematiche confuse, senza una linea editoriale precisa. Ed è stato un elemento molto forte nella dispersione editoriale che c’è stata a Firenze.

Soprattutto in contesti anglosassoni e statunitensi, l’alta cultura è sempre più demandata alle university press.

Molto spesso sento dire “abbiamo una nostra casa editrice, ciò che pubblichiamo non ci costa niente”. In realtà non è così, perché il personale delle university press viene pagato dai contribuenti o da chi partecipa alla vita dell’università stessa. Se lo vogliamo vedere dal punto di vista di un editorie esterno, è quasi una concorrenza sleale. L’editore indipendente, che lavora sui mercati internazionali, ha un’elasticità maggiore nella scelta di cosa pubblicare e nella diffusione della produzione culturale rispetto a una struttura legata a un’università.

Qual è l’impostazione di lavoro della vostra casa editrice?

La casa editrice non è solo redazione e cura dei testi, ma anche amministrazione, marketing, promozione e tanto altro. Soprattutto abbiamo Il piacere di lavorare insieme all’autore al fine di riuscire a individuare la strada migliore per tradurre in pagine il suo pensiero, per ottimizzare gli apparati iconografici in funzione del testo, per stabilire un rapporto di collaborazione che non di rado si traduce in amicizia. Questa filosofia è fatta propria da tutti i nostri collaboratori ed è un servizio a cui teniamo in modo particolare.

Di fronte alla diffusione del digitale, questo lavoro di affinamento cosa può portare in più?

Una raccomandazione che io faccio sempre ai giovani è quella di usare il digitale come un potentissimo indice, ma di non utilizzarlo per una lettura fatta per strappi, per singole cose che si possono estrarre facilmente. Troviamo qualche tema, qualche volume, qualche studio che scopriamo che ci interessano veramente, e allora fermiamoci. Prendiamo il libro e leggiamolo. Perché è importante la lettura piana, fatta su un intero percorso. È così che si ricreano i collegamenti. Se si legge estrapolando, alla fine si hanno soltanto dei flash che dimenticheremo presto, perché la vera memoria funziona sui collegamenti, su uno studio attento e continuo che ci permette di ritornare indietro, di riprendere e di ripartire. Il libro ci dà questa possibilità.

Daniele Olschki è intervenuto l’11 aprile 2019 a “Olschki, un editore a cavallo di tre secoli”, secondo evento di Editoria in progress 2019.

Vedi la gallery dell’evento.

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