Parole che influenzano: comunicazione al tempo della distanza iperconnessa. Intervista a Giuseppe Antonelli

Parole che vanno, parole che restano, parole che si trasformano: “infodemia”, “lockdown”, “droplet”, “quarantenare”, o sigle come “Sars-Cov-2”, “DAD” o “Mes” mettono alla prova anche i vocabolari più aggiornati. Adesso “tamponare” in auto si fa nei drive-in degli ospedali, il “diffusore” ha smesso di essere solo quello ambientale, mentre “mascherina” e “confinamento” sono diventati sinonimi di protezione. “Difficile stabilire quante resteranno stabilmente nel nostro lessico”, spiega il linguista docente di Storia della lingua italiana (Università di Pavia) Giuseppe Antonelli, noto per i suoi studi e per le sue attività di divulgazione, ma accanto all’aggiunta di nuove voci sarà necessario “integrare i nuovi usi o significati di parole preesistenti”.

Negli scorsi mesi abbiamo assistito talvolta a scivoloni e a pasticci linguistici da parte di chi doveva invece rendere la comunicazione chiara e diretta.  In che modo crede si sarebbe potuto trasformare una comunicazione elegante in una  comunicazione efficace? 

Credo che la pandemia da Covid-19 abbia reso chiaro a tutti quanto le parole possano essere decisive per la nostra salute, ecco perché sarebbe stato importante coinvolgere qualche esperto di lingua e di comunicazione. Oggi sappiamo che spesso sono le cose a essere conseguenza dei nomi: sono le parole a influenzare i nostri comportamenti. Se sentiamo o leggiamo che qualcosa è un veleno, ad esempio, attiviamo immediatamente meccanismi di difesa, attenzione, prudenza. Non così – fino a poco tempo fa – per parole come virus o virale, associate più che altro all’informatica e al mondo virtuale di Internet. Non così per influenza, che richiamava l’immagine di qualche giorno passato in pigiama con il naso rosso e un po’ di tosse. Ecco perché è stato un errore chiamare “influenza” la malattia che stava arrivando a sconvolgere le nostre vite.

Confusione e ambiguità comunicativa quindi?

Quanti contagi si sarebbero evitati nei mesi scorsi, se all’inizio non si fosse parlato di influenza? Quanto sarebbe diverso, oggi, il comportamento delle persone se fin dall’inizio avessimo parlato di mascherine salvavita o di distanza di sicurezza? Una corretta comunicazione, in frangenti come questi, è assolutamente fondamentale: in certe situazioni le parole giuste possono salvarci la vita.

La confusione nelle parole crea confusione psicologica. Istituzionalmente la  metafora bellica si è sostituita con rapidità disorientante all’atteggiamento iniziale che tendeva  a minimizzare. Quanto può essere fuorviante l’utilizzo di questo genere di metafore e quali le alternative maggiormente efficaci?

Di trincea e fronte, di nemico ed eroi non si è parlato solo in Italia, ma dovunque il virus ha preso a mietere vittime. Gli italiani e le italiane hanno preso a esporre il tricolore, ma quello che la gente ha sentito di vivere, più che una guerra, è stata una forma condivisa di resistenza: non a caso, tra le canzoni che risuonavano dai balconi c’era anche Bella ciao.

Ma anche la resistenza, alla lunga, è stancante.

La difficoltà è stata mantenere quella compattezza e quella coesione ideale dopo la fine della fase più dura dell’emergenza. Non si è più riusciti, nei mesi successivi, a trovare parole d’ordine all’altezza di quelle che avevano scandito le fasi precedenti, come quell’#iorestoacasa lanciata dal presidente del Consiglio il 9 marzo. Quella che è mancata è stata una terza frase per la terza fase. Una frase che riuscisse a rendere il senso della ripartenza: una frase in grado di sprigionare una nuova energia collettiva, usando stavolta come soggetto il noi.

Se Social network e balconi diventati più “vita” rispetto  ad altre manifestazioni sociali, le piattaforme digitali si sono trasformate in  surrogato di luoghi di lavoro, studio, svago e di dimostrazione d’affetto. In che modo crede che questo surplus di offerta di strumenti di comunicazione abbia influito  sulla necessità di esprimersi?

“Complimenti per la trasmissione”, si diceva in quella che ci sembra già un’altra èra. Oggi sentiamo dire più spesso: “Attenti alla trasmissione”. Proprio come virale o positivo, anche la parola trasmissione sta cambiando di segno. Eppure, in quei mesi in cui dovevamo stare chiusi in casa, tutti comunicavamo grazie a quello che i linguisti chiamano italiano trasmesso: quello parlato, che passa attraverso l’audio e il video di telefoni e computer; quello scritto dei nostri messaggi telematici.

Comunicazione sì, ma a debita distanza.

Televisione, telefono, telematica, telelavoro: tutto in quel periodo avveniva a distanza, al punto che per un po’ siamo diventati esseri televiventi. E la questione più delicata è diventata la trasmissione degli affetti. In questo contesto è nato un neologismo scherzoso come apericall. La nostra vita si è svolta per mesi da remoto (come abbiamo imparato a dire, con un altro calco sull’inglese) o appunto a distanza, come per la DAD. Così ci siamo accorti così che il nostro rapporto con le nuove tecnologie era rimasto indietro rispetto ai paesi più avanzati.

Una bella differenza fra quelli che nella teoria erano gli strumenti a disposizione, e la quotidianità pratica.

I dati ISTAT ci dicono che un terzo delle famiglie italiane in quel momento non aveva in casa un pc o un tablet; due terzi dei ragazzi tra 14 e 17 anni mostrava competenze digitali basse o di base. È il digital divide: quel ritardo nella tecnologia e nella competenza digitale che da noi si è accumulato fin dall’inizio, ma è stato mascherato almeno in parte dalla diffusione del telefonino e dei suoi succedanei smart. Finalmente abbiamo capito che il nostro rapporto con la telematica era troppo superficiale e ci siamo resi conto che ben altre sono le potenzialità di quegli strumenti.

#Unavitatraleparole è l’hashtag che lei usa sui social, ma anche il titolo del primo volume  della collana da lei curata Le parole dell’italiano. Parafrasando un po’, si potrebbe parlare di una vita delle parole, il che porta a una metafora interessante: la lingua è un organismo vivente?

La metafora delle parole come organismi viventi è antica e molto radicata: parliamo abitualmente, d’altronde, di parole che nascono e muoiono. «Mirabile invero è la vita che anima questi minuscoli organismi, cioè le parole», scriveva Alfredo Panzini introducendo la prima edizione del suo Dizionario moderno (1905). Ma nella mia idea, #Unavitatraleparole vuol dire un’altra cosa. È un modo per sottolineare che tutti – tutti, non solo chi delle parole ha fatto un mestiere – ci troviamo a vivere in un mondo fatto di parole. Ci sono parole che per ognuno di noi hanno un valore speciale. Da cui la memoria sprigiona in forma di pura di emozione, si fa sentimento attraverso i sensi. La forza delle parole è anche questa: la loro straordinaria capacità di evocazione. Ma ci sono anche parole meno familiari che, però, è bene imparare a conoscere, perché direttamente o indirettamente finiscono sempre con l’influenzare (appunto) la nostra vita.

Conoscere per capire, insomma.

Quante volte abbiamo letto o sentito una parola di cui non conoscevamo il significato, ma abbiamo tirato avanti facendo finta di niente? Nel continuo flusso di informazioni da cui siamo raggiunti ogni giorno non ce ne preoccupiamo troppo. La forma di difesa a cui ricorriamo istintivamente è una sorta di autoinganno: orecchiamo le parole e pensiamo di conoscerle. Così il nostro vocabolario non si amplia, e tende anzi a sclerotizzarsi intorno alle nostre attività quotidiane. E noi diventiamo più deboli, passivi, vulnerabili.

 

Sul tema della lingua italiana abbiamo parlato anche con Vera Gheno, sociolinguista specializzata in comunicazione digitale, Gianluca Orazi, responsabile comunicazione e marketing Zanichelli, e Donata Schiannini, autrice di grammatiche e lessicografa editoriale durante l’incontro La lingua italiana: buone notizie oltre i catastrofismi per Editoria in progress 2020. Vedi la registrazione

 

Appassionata di arte, manoscritti e lingue straniere, tiene sempre la curiosità e una valigia pronte e a portata di mano. Attualmente è co-curatrice editoriale per uno dei volumi della collana Jacob Burckhardt Werke, Kritische Gesamtausgabe e con il master in Editoria si allena al cambiamento che verrà, convinta che bellezza e conoscenza, prima o poi, salveranno il mondo.

About Costanza Giannaccini (Master Professione Editoria)

Appassionata di arte, manoscritti e lingue straniere, tiene sempre la curiosità e una valigia pronte e a portata di mano. Attualmente è co-curatrice editoriale per uno dei volumi della collana Jacob Burckhardt Werke, Kritische Gesamtausgabe e con il master in Editoria si allena al cambiamento che verrà, convinta che bellezza e conoscenza, prima o poi, salveranno il mondo.

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