“New media, old values”: Serena Danna e il giornalismo culturale

Serena Danna, giornalista, si occupa di culture digitali all’interno del supplemento “La Lettura” del “Corriere della Sera”. Ha cominciato la professione a “Il Manifesto” e lavorato per “Il Sole 24ore”, “The Guardian” e Monocle radio. In questa intervista si racconta, tra premi internazionali, riflessioni su data journalism, giornalismo culturale… e nuovi progetti.

Foto Danna

Parliamo del tuo percorso professionale. Com’è nata la tua passione per il giornalismo e come sei approdata a lavorare per diverse testate, sia italiane che straniere, e infine alla “Lettura”?

Mi ritengo molto fortunata, perché ho sempre avuto le idee chiare: fin da piccola, sapevo che volevo fare il lavoro di giornalista. Ho iniziato questa carriera nel 2003, con uno stage nella sezione Società al “Manifesto”, giornale con cui ho collaborato diversi anni. Poi ho frequentato la scuola di giornalismo a Roma, alla LUISS. Il mio primo stage all’interno della scuola è stato al “Sole 24ore”, che rappresentava qualcosa di lontanissimo da me – e che proprio per questo ho scelto. In seguito, durante il secondo anno, ho elaborato con una compagna di corso, Chiara Beghelli, un progetto proprio all’interno del sito del “Sole 24ore”. Con Luxury 24, ancora oggi presente in rete, intendevamo proporre un nuovo concetto di lusso e di benessere, non legato tanto allo status symbol, quanto a specifici bisogni sociali, di cultura, di solidarietà. Ho lavorato due anni a questo progetto, poi, dopo una breve pausa nella sezione delle opinioni, sono entrata a far parte della redazione del domenicale, ovvero del supplemento culturale. Nell’estate del 2012 sono stata visiting editor al quotidiano inglese “The Guardian”, un’esperienza estremamente formativa: lì è anche iniziata un’interessantissima collaborazione con Monocle radio. Nello stesso periodo ho cominciato ad andare spesso negli Stati Uniti per lavoro: nel 2013 ho affrontato la mia prima corrispondenza da New York, fino ad arrivare alle ultime elezioni statunitensi che ho seguito in diretta. Il mio percorso finora è stato coerente: mi sono sempre occupata di giornalismo culturale, ma con un taglio sociale e internazionale. Anche nel 2011, anno in cui è nata “La Lettura”, quando mi hanno chiamata al “Corriere della Sera” per unirmi alla squadra e, nello specifico, per occuparmi della sezione dei nuovi linguaggi e di tutto ciò che riguardava la cultura digitale.

A proposito dei tuoi ultimi progetti, da pochi mesi al Corriere c’è una nuova arrivata…

Sì, si tratta di Futura, una newsletter gratuita che rappresenta un esperimento straordinario, a cui sono molto legata. Il nuovo progetto, che seguo insieme al mio collega Davide Casati, è nato a dicembre dell’anno scorso. Si tratta di una raccolte di storie, confessioni e interviste inviata settimanalmente insieme a illustrazioni originali – e mai fotografie – che rappresentano una parte integrante della newsletter. Non definirei Futura solo un prodotto editoriale, bensì un vero e proprio laboratorio, dove sperimentare qualcosa di nuovo, qualcosa che in Italia ancora non c’era, a differenza degli Stati Uniti – pensiamo alla newsletter neo-femminista “Lenny” di Lena Dunham, per esempio.

Sia in questo tuo ultimo progetto che all’interno della sezione dei nuovi linguaggi che curi per “La Lettura”, l’elemento grafico ricopre quindi un ruolo fondamentale, come illustrazione e come visualizzazioni dati.

Esatto. Futura si potrebbe descrivere come una vera e propria galleria d’arte, dove dare spazio non solo a nuove voci, a giovani scrittori e scrittrici, ma anche a illustratori e illustratrici. Per quanto riguarda “La Lettura”, l’importanza delle visualizzazioni dati – e più specificatamente delle infografiche – è indubbia. Non a caso sono molti i premi e i riconoscimenti internazionali che abbiamo ricevuto, tra cui il più recente premio Malofiej di Pamplona, il “Pulitzer dell’infografica”. È stata l’infografica pubblicata il 31 dicembre 2016 sul flusso dei foreign fighter per l’Isis ad aggiudicarsi l’oro per la carta stampata, mentre per l’online è andato al New York Times. Fin dalla nascita del supplemento, l’allora direttore Ferruccio de Bortoli aveva voluto puntare molto sulle infografiche: questo perché “La Lettura” si voleva configurare come un prodotto aperto a diversi linguaggi, con l’ambizione di raggiungere ogni tipologia di lettore. Ed è proprio in questa visione che si spiega l’importanza delle infografiche, che mirano a semplificare e mischiare i codici, aprendosi così a tutte le forme di comunicazione.

La visualizzazione dati è da considerarsi uno strumento funzionale di supporto al testo o ha una sua indipendenza artistica?

La visualizzazione dati, nello specifico, a differenza dell’infografica che nasce come linguaggio a sostegno del testo, si configura come un nuovo modo di fare informazione e ambisce, in questo senso, a essere una storia con un valore a sé stante. Non sempre ci riesce: a volte la presenza del testo è imprescindibile. Lo scopo rimane comunque arrivare al lettore, essere compreso: se così non fosse, l’infografica rimarrebbe esclusivamente una prova artistica. Per esempio, l’infografica sui militanti per l’Isis, vincitrice del premio spagnolo, rappresenta una storia che si presta a questa modalità di racconto e di visualizzazione. Se si fosse utilizzato esclusivamente il testo, sviluppando un elenco di tutti i dati, nomi, luoghi e nazionalità, il lettore sarebbe rimasto confuso. Tanto più al giorno d’oggi, dove è sempre più sentita la convinzione che un servizio di informazione non si esaurisca esclusivamente nel testo, ma vada integrato e affiancato da materiale multimediale. È anche per questo che si parla sempre più di “data journalism”.

In conclusione, quali consigli offriresti a chi vuole cimentarsi oggi nel mondo del giornalismo culturale?

Quella che si sta attraversando è una fase di trasformazione sociale, dove servono professionalità nuove e dove c’è bisogno di persone con svariate competenze e uno sguardo diverso. Non si devono però dimenticare i valori della professione, perché, come si dice: “new media, old values”. Il mio consiglio è, alla luce di ciò, quello di esplorare le innumerevoli potenzialità che questo periodo storico è in grado di offrire, senza trascurare il rigore e le regole del “vecchio” mondo giornalistico. Il vero obiettivo di un giornalista è di avere qualcosa di unico da proporre. La competizione oggigiorno è incredibilmente vasta, per cui il tentativo di inserirsi in un mercato tanto saturo è ancora più arduo. Nonostante questo, però, credo che sia un momento straordinario per chi fa questo mestiere. La crisi, d’altronde, è dell’industria giornalistica, non dei giornalisti. È il modello di business che è in difficoltà, perché non è più possibile sostenersi come faceva in passato: sono venute meno le copie vendute, i lettori stessi, la pubblicità… Ma non le notizie! Alla fine di tutto, infatti, il valore che porta una storia che si ha trovato sarà sempre maggiore di quello di un prodotto confezionato bene e che, però, non comunica nulla.

Questa intervista è stata realizzata in seguito al secondo incontro del ciclo Editoria in progress 2017, dedicato al colorato mondo dell’illustrazione editoriale.

Vai al sito di “La Lettura” e a quello di “Futura”.

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