Nel “bunker” Mondadori, traducendo Dan Brown

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Il 10 marzo 2015 prenderà il via il nuovo ciclo di incontri di Editoria in Progress, con un incontro sui libri italiani letti e tradotti all’estero.
Per l’occasione, riproponiamo un’intervista realizzata nella primavera 2014 da Francesca Barbalace, un’allieva del master, a Nicoletta Lamberti, la traduttrice italiana, specializzata nel thriller americano che ha dato la possibilità agli italiani di leggere autori come Dan Brown, Ed McBain, John Grisham e Ken Follett.

Com’è iniziata la sua carriera di traduttrice editoriale e qual è stata la sua formazione?
Le lingue mi hanno sempre interessato molto, tant’è che ho scelto di frequentare prima il Liceo Internazionale a Bologna, quindi cinque anni di lingue e poi la Scuola superiore per interpreti e traduttori. Appena diplomata, mi arrivò da un’azienda una proposta di lavoro di quelle che non era possibile rifiutare e allora, di fronte alle incertezze del mestiere di traduttore, ho scelto la certezza di un posto di lavoro in ambito aziendale. Ho fatto l’area manager prima in Europa, poi negli Stati Uniti, ma una volta rientrata in Italia non avevo più voglia di continuare con quel tipo di lavoro. È stato mio marito in realtà a darmi l’idea di tentare la strada della traduzione letteraria. Ho scritto a tutti gli editori d’Italia e stranamente mi ha risposto Mondadori. Ho fatto una prova che non è andata clamorosamente bene, ma non è stata neppure un disastro evidentemente, e da lì ho iniziato a lavorare con mia grande gioia. Ricordo ancora l’emozione del mio primo Giallo Mondadori da edicola in cui compariva “traduzione di”, ero veramente contentissima. Ero anche contenta di iniziare un percorso professionale diverso rispetto a quello che avevo fatto fino a quel momento.

La traduzione di un testo richiede un livello molto alto di preparazione culturale, ma anche di conoscenza della realtà e della vita. Che riflesso hanno le sue esperienze sul suo lavoro di traduttrice?
Parlando a livello strettamente personale, per quanto mi riguarda ritengo che il background professionale e umano che avevo maturato prima di iniziare questo lavoro è stato importantissimo. Aver vissuto negli Stati Uniti è stata un’esperienza formativa estremamente importante proprio ai fini del lavoro di traduzione, in particolare per la conoscenza di quel paese. Aver potuto assimilare lo slang, aver familiarizzato con i vari tipi di accenti mi consente di capire alcune sfumature di linguaggio nei testi originali. Ma anche molte cose vissute nella pratica e nel quotidiano sono poi risultate di una certa rilevanza proprio nel lavoro di traduzione. Credo che sia importante, prima di iniziare a lavorare come traduttore, spesso da solo, isolato, costruirsi un minimo di vita alle spalle che ti arricchisca da un punto di vista umano.

Lei è la traduttrice di scrittori molto famosi, autori di bestseller internazionali. Le capita di contattarli? C’è stata la possibilità di un confronto diretto, una conoscenza personale?
Con alcuni sì. Il ricordo più bello è quello di Ed McBain, con il quale si era creato un rapporto di amicizia e simpatia reciproca. C’è da dire che lui veniva tutti gli anni in Italia, quindi c’era anche l’occasione di vedersi, frequentarsi. In realtà spesso era lui a contattarmi, per chiedermi informazioni sull’Italia, per farmi controllare battute di dialogo in italiano dei suoi personaggi. Una persona meravigliosa, oltre a essere un grande scrittore, e mi dispiace che non sia sufficientemente riconosciuto in Italia. Con lui mi sentivo veramente molto in sintonia, anche da un punto di vista letterario. Lo leggevo ancora prima di cominciare a pensare di fare la traduttrice e quando ho iniziato, la prima volta che mi hanno detto: “Abbiamo un McBain, lo diamo a te”, per me è stata una gioia immensa. I suoi libri li avrei tradotti anche gratis. John Grisham è una persona gentilissima, cortesissima, ma con lui non si è creato un rapporto molto stretto come quello con McBain. È sempre molto disponibile, ma in generale non ho moltissime ragioni per contattarlo, perché con lui non mi capita quasi mai di avere dei dubbi o di dover chiarire dei passaggi. Ho incontrato Dan Brown in occasione di un evento che era stato organizzato a Palazzo Vecchio a Firenze, ma, al di là di questo incontro, altri contatti diretti non ne ho avuti. In effetti non so fino a che punto sia necessario il contatto con l’autore: quando si comincia a tradurre è un po’ come calarsi nella sua persona e, se non ho proprio un bisogno disperato di chiarire un determinato punto, tendo sostanzialmente a lasciare in pace gli scrittori che traduco.

Nelle sue traduzioni editoriali ha affrontato generi molto diversi: dal thriller, al rosa, alla saggistica. Qual è quello che preferisce? Trova differente l’approccio a livello di traduzione?
Il thriller è forse il genere che preferisco. Lo trovo molto distensivo, molto coinvolgente, spesso, ma non sempre, anche divertente, quindi lo faccio molto volentieri. In realtà poi, nella traduzione, differenze, da un punto di vista professionale, non ce ne sono. Qualsiasi cosa traduca, il mio impegno è esattamente lo stesso, cioè il meccanismo è sempre quello di calarmi nell’autore, nella sua sensibilità, di adottarne i ritmi e i colori. Per quanto riguarda la saggistica, semplicemente ogni tanto mi piace staccare. Mi interessa molto la storia, in particolare la Seconda guerra mondiale, per cui quando da Mondadori hanno qualcosa sull’argomento provano a darmela. Ovviamente sono testi molto diversi: se traduci la biografia di Kennedy devi confrontarti con un linguaggio accademico, molto rigoroso e severo, che non è quello della narrativa e la sensibilità del traduttore si vede nella scelta dei vocaboli e nel cercare di rendere nel modo migliore possibile il testo originale.

Se ripensa ai tanti testi ai quali ha lavorato quale ritiene sia la sua migliore traduzione?
Ce ne sono diverse, però vado abbastanza orgogliosa di un testo di saggistica: Il lupo e il filosofo di Mark Rowland, una strana miscela di filosofia e di racconto autobiografico semi-umoristico perfettamente orchestrati. È stato molto impegnativo da tradurre e mi ha richiesto tantissima applicazione, tanto studio, tante ricerche, soprattutto per la parte filosofica. Il libro mi è servito moltissimo a livello di arricchimento personale e culturale e alla fine credo di aver fatto un buon lavoro, anche nel riprodurre il tono dell’autore, talvolta un po’ giocoso, molto ironico e auto-ironico, ma con delle note addirittura commoventi, come nel finale, quando è raccontata la morte di Brenin, il lupo. Mentre lo traducevo piangevo. D’altronde sono un’animalista convinta e praticante e mi sono trovata molto in sintonia con l’autore. Da quello che ho letto nelle critiche dei lettori su Amazon credo che il mio lavoro sia stato anche abbastanza apprezzato. Il fatto che non parlino male della traduzione e dicano che il testo si legge bene di solito io lo prendo come un complimento implicito al lavoro di traduzione. Come traduttore, infatti, puoi rovinare un ottimo libro o migliorare un cattivo libro. A me è capitato. In alcuni casi sono convinta che sia migliore la versione italiana dell’originale inglese.

Si discute molto, in effetti, su quanto sia lecito per un traduttore migliorare un testo che nella versione originale è un po’ scadente. Ne parla Eco in Dire quasi la stessa cosa. Lei cosa ne pensa?
Eco sostiene che se un testo è modesto e mal scritto nell’originale deve essere tale anche in traduzione. In linea teorica, parlando di un’esercitazione scolastica, non c’è dubbio che abbia ragione. Ma nel mondo dell’editoria, il cui scopo è di proporre un buon prodotto e provare a venderne il maggior numero di copie possibili, a mio parere l’idea non regge più. Io credo che fra i compiti del traduttore, se gli è possibile, ci sia anche quello di rendere migliore l’originale. È chiaro che esistono dei limiti precisi: non si può intervenire sulla trama o sulla costruzione del romanzo, ma anche intervenendo sulla formulazione di una frase è possibile migliorare molto un testo.

Qual è dunque, a suo parere, il margine di creatività consentito a un traduttore nel lavoro di mediazione tra testo originale e testo tradotto?
La scelta è individuale, ma a mio parere il margine di creatività deve essere il più limitato possibile. Innanzi tutto è fondamentale il rispetto per l’autore, e il margine può stare nel cercare nell’aggettivazione la sfumatura più vicina a quello che egli vuole esprimere. Per esempio l’aggettivo inglese lazy lo puoi tradurre con “pigro”, “svogliato”, “ozioso”, “menefreghista” ed è proprio qui che il traduttore può esprimersi, ma sempre in sintonia con il testo originale. Più di tanto ritengo non sia consentito, non sia lecito e nemmeno corretto professionalmente. C’è poi un altro aspetto, sottolineato anche da Eco, che è la questione del ritmo, della musicalità del testo. Lui portava un esempio tradotto dal francese, in cui la frase era più o meno: “ella si tolse l’abito di leggero cotone”, rilevando però che la traduzione letterale del termine francese era: “di leggero cotone a righine sottili”. Nella traduzione è davvero importante dire che il cotone è “a righine”? Ecco i dubbi che a volte vengono. Questo eccesso di informazioni, che sarebbe la fedeltà al testo originale, in realtà risulta troppo didascalico in italiano, rende la frase pesante e interrompe il ritmo narrativo. È anche in questo ambito che possiamo parlare di creatività del traduttore; sta alla sua sensibilità, infatti, decidere cosa è giusto togliere, spesso anche cosa è giusto aggiungere per rispettare l’intenzione dell’autore e del testo.

Lei ha lavorato spesso a delle traduzioni collettive, penso per esempio al team collaudato con Anna Raffo e Roberta Scarabelli. Come valuta queste esperienze di traduzione? E in questi casi come si organizza il lavoro sul testo?
La traduzione è molto piacevole e anche divertente. Ormai si è sviluppata una tale sintonia tra di noi che il processo lavorativo è molto fluido, molto spontaneo. Problemi praticamente nessuno. Siamo costantemente in contatto, evidentemente, perché deve esserci omogeneità nell’intero testo, quindi vanno concordate alcune definizioni, alcune caratteristiche. L’esperienza è molto stimolante perché porta spesso a un confronto, a mettere in dubbio determinate scelte che hai fatto alla luce delle osservazioni delle colleghe e quindi è un lavoro positivo per il testo stesso. Scarabelli, Raffo e io abbiamo sviluppato un’esperienza notevole in questo senso negli anni passati. Ci conosciamo, conosciamo il nostro stile, che è abbastanza simile, e per questo credo che il lettore non si accorga neppure della differenza di mano e del passaggio da un traduttore all’altro, che è molto importante. D’altra parte se si deve tradurre un testo come quelli di Follett, che vanno oltre le mille pagine, e si vuole uscire in tempi ragionevoli, bisogna per forza suddividerlo, perché un traduttore da solo ci metterebbe più di un anno.

Con Anna Raffo e Roberta Scarabelli ha partecipato alla traduzione di Inferno di Dan Brown, che fece molto scalpore per le “originali” condizioni di lavoro imposte ai traduttori di diversi paesi riuniti nella sede di Mondadori a Segrate. Cosa ricorda di quei giorni?
È stata un’esperienza molto insolita perché il lavoro del traduttore per sua natura è un lavoro molto solitario e lì ci siamo ritrovati tutti in quello che è stato definito “bunker”, ma in realtà era una sala riunioni Mondadori, con ampia finestra panoramica su un giardinetto giapponese. Avevo l’ansia di riuscire a finire nei tempi previsti la mia parte, per cui ho lavorato con dei ritmi spaventosi. Naturalmente ho finito prima di chiunque altro, nettamente in anticipo sui tempi previsti. C’è stata molta mitologia intorno a questa esperienza: è vero che non potevamo parlare di quel che stavamo facendo e che dovevamo consegnare i cellulari entrando, ma nessuno ti impediva poi di uscire e di chiamare da fuori. Quello che personalmente ho trovato più pesante è stato proprio il ritmo di lavoro: la sera ero talmente stanca e stravolta che a volte non cenavo neppure. Però ci sono stati anche aspetti molto divertenti come quello di lavorare con colleghi di altri paesi, con le mie amiche Roberta e Annamaria, con le quali per una volta eravamo allo stesso tavolo e non avevamo bisogno di mandarci le consuete mail di confronto. C’era un brainstorming continuo, particolarmente importante in questo libro, basato su un gioco a incastri ed enigmi, per cui bisogna stare attentissimi con le parole per non rivelare troppo o troppo poco. La cosa più divertente, però, è stata che all’inizio ci avevano detto: “Tutti a New York”, allora la prima cosa che ho fatto, amando la lirica, è stato andare a vedere il programma del Metropolitan: bellissimo! Dopo una settimana ci hanno detto che si andava a Londra, così ho preso il programma del Covent Garden: stupendo anche quello! E alla fine Segrate. È stato il crollo. In realtà meglio così: il weekend almeno potevo tornare a casa.

Sebbene si pubblichino moltissimi romanzi stranieri, in Italia il lavoro del traduttore non ha grandi riconoscimenti professionali e sociali. Il traduttore è invisibile nelle pagine dell’autore tradotto, ma è invisibile spesso anche nella contrattazione e nei diritti. Nonostante tutte queste difficoltà lei continua a fare la traduttrice editoriale, cosa le piace di più di questo lavoro?
Forse è un po’ come fare l’attore. Ogni volta ti cali in una realtà diversa. Devo dire che se il libro mi prende, lo vivo molto intensamente, mi affeziono ai personaggi e diventa una sfida riuscire a farli parlare in italiano così come l’autore li fa parlare in inglese. È un gioco intellettuale che trovo molto stimolante. In un certo senso è anche una fuga dalla realtà, quando lavori entri in un mondo parallelo che in quel momento diventa il tuo. E alla fine, quando vedi il libro pubblicato, c’è anche la soddisfazione di sapere che il lettore leggerà delle parole, che sono certamente quelle dell’autore, ma sono anche, per una parte molto consistente, le tue, sono le tue scelte letterarie, è il tuo gusto, è la tua sensibilità, chiaramente sempre nel pieno rispetto dello scrittore. E ogni volta che mi arrivano le mie quattro copie del libro è una piccola gioia, una piccola soddisfazione.

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