Museo della stampa di Lodi: alla scoperta dell’evoluzione tipografica

È un viaggio nella storia della stampa quello che si compie camminando tra le macchine del Museo della stampa e stampa d’arte a Lodi. In un ambiente che ancora rispecchia le caratteristiche architettoniche della tipografia Lodigraf, attiva fino agli inizi degli anni Ottanta, sono qui conservate moltissime macchine e attrezzature dell’Ottocento e del Novecento. Si tratta di una collezione ricca e pregiata cominciata dall’imprenditore Andrea Schiavi, il quale precedentemente aveva fondato la Lodigraf e la casa editrice Il Pomerio.

La maggior parte delle macchine in esposizione sono state restaurate e sono quindi ancora funzionanti. Ciò grazie alle mani esperte di operatori e tecnici che hanno trascorso la vita a contatto con questi strumenti, oggi testimoni dell’evoluzione di una vera e propria arte, quella tipografica, e dello straordinario genio dei suoi inventori. Dalle cassettiere ricolme dei caratteri mobili inventati da Gutenberg alle presse e ai torchi ottocenteschi, tra cui l’imponente Columbian in ghisa e acciaio (unico esemplare presente in Italia), passando per le macchine monotype e linotype, questa visita ci ha permesso di toccare con mano un pezzo di quella storia che noi oggi siamo abituati a vedere condensata all’interno di un computer. E senza nemmeno troppo stupore.

Accanto a spiegazioni teoriche sulla struttura e sul funzionamento di queste antiche macchine, abbiamo anche avuto l’opportunità di cimentarci in una parte laboratoriale componendo un fascicoletto con all’interno un aforisma scelto da noi: Una persona moralmente impeccabile non scrive libri. Le parole usate per servire a qualcosa si vendicano (Giorgio Manganelli). Abbiamo usato i caratteri mobili, pescando dalle cassettiere con le lettere nei diversi corpi (generalmente dal 6 al 48) e posizionandole con i giusti spazi, in modo da formare dei blocchi completamente immobili.

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Abbiamo poi visto in azione una linotype, la macchina per la composizione a caldo inventata nel 1884 da Ottmar Mergenthaler. Essa costituisce il primo passaggio epocale nella storia della tipografia, che era rimasta sostanzialmente immutata dall’introduzione della stampa a caratteri mobili fino a quel momento. Attraverso le parole di un esperto linotypista ci è stata illustrata la complessa struttura di questo macchinario, che portò all’unione di tre attività prima tra loro separate: la fusione, la composizione e la scomposizione. Questo complicato meccanismo prevede lo scorrimento delle matrici nel magazzino, la loro sistemazione nel compositoio per completare la riga, il loro spostamento tramite un elevatore alla forma, dove da un crogiolo viene immesso il metallo fuso per la fusione della riga, e il loro riposizionamento nel magazzino. All’utilizzo, però, esso si rivela molto semplice: tutto parte da una tastiera formata da 90 lettere, che mette in moto una serie di operazioni alla fine delle quali viene ottenuta la riga di metallo. Lo abbiamo potuto sperimentare componendo i nostri nomi, proprio come se fossimo semplicemente seduti dinanzi a una maestosa macchina da scrivere.

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Uno sguardo sul passato, quindi, ma un occhio puntato anche sul presente, come conferma l’inaugurazione, avvenuta il 28 marzo scorso, del museo cosiddetto digitale. Lungo il percorso temporale che vede sfilare macchine tipografiche via via più efficienti e progredite compaiono infatti alcuni touchscreen che mostrano il funzionamento dei torchi, i loro particolari e qualche stralcio di storia del museo. Tutto ciò, però, sempre all’interno di un ambiente dove ancora si respira l’aria di un laboratorio tipografico. Un’apertura al digitale, quindi, che crea continuità tra la storia di ieri e quella che stiamo scrivendo noi oggi, con gli occhi rivolti al futuro senza però ignorare quegli elementi imprescindibili per comprendere appieno un’evoluzione tuttora in corso.

Qui il sito del museo, ricco di informazioni, approfondimenti e immagini: http://www.museostampa.org/joomla3/index.php?lang=it

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