I Medici. Dietro le quinte della serialità con Luisa Cotta Ramosino

Ogni volta che si sente dire “che cosa noiosa raccontare il Rinascimento”, lei pacata risponde “ma perché? Sono persone a cui sono successe cose interessantissime, devo solo trovare il modo giusto perché tutti vedano ciò che per me è evidente”. Ed è proprio questo l’obiettivo che persegue Luisa Cotta Ramosino, attraverso i ruoli di sceneggiatrice, story editor, consulente artistico e produttore creativo di diversi progetti nazionali e internazionali (tra cui I Medici, di cui sta per partire la terza serie, Don Matteo, Un passo dal cielo, Che Dio ci aiuti, Tutto può succedere, Cinderella ecc.). Di lei leggo però che ha studiato Filosofia, quindi appena la incontro al Salone del Libro di Torino, dove è intervenuta nell’incontro “Narrare la Storia. Carta stampata-schermo andata e ritorno” organizzato dai nostri Master, le chiedo…

…com’è arrivata dalla Filosofia alla fiction?

Attraverso la Storia. La mia laurea era in Filosofia, ma con specializzazione in Storia, la mia più grande passione. In origine volevo fare il critico cinematografico. Poi mi sono resa conto che non mi sarei mantenuta, quindi ho fatto un Master di Scrittura e Produzione per la fiction. Nel tempo ho cominciato a scrivere a mia volta e ho maturato la competenza di chi dirige il lavoro dei gruppi di scrittura. Mi incuriosiva capire come si può far funzionare nel modo più efficiente i gruppi creativi, senza mortificare la creatività individuale, ma mettendola al servizio di un progetto comune.

Per I Medici è produttore creativo, un ruolo che prevede gli incarichi più disparati. Nella pratica, ogni mattina un produttore creativo si sveglia e cosa fa?

Non in tutte le società di produzione corrisponde allo stesso lavoro. Nel mio caso, è una persona che segue lo sviluppo di un progetto dall’inizio alla fine. All’inizio seguo la ricerca storica, la selezione degli sceneggiatori e lavoro con loro tenendo conto delle esigenze di natura produttiva: non si può mai dimenticare il budget. Poi collaboro alla scelta del regista e del cast, alla logica degli ambienti da ricostruire, cercando di preservare l’identità del progetto.

E durante le riprese?

Sto sul set. Interagisco col regista per confrontarci su come impostare le scene, sulle indicazioni da dare agli attori, gestendo le variabili che emergono: oltre a essere un lavoro di gruppo, ha anche una serie di imprevisti. Il mio compito è trovare soluzioni creative agli imprevisti.

Girate tutte le scene quindi finalmente il lavoro è finito.

In realtà no. I miei compiti proseguono. Fornisco indicazioni per migliorare il montaggio, le musiche, le integrazioni di dialogo, gli apparati collegati ai singoli episodi, come riassunti e lanci di episodi successivi. Mi occupo anche della campagna di promozione, con il backstage e l’ufficio stampa, per avere una giusta strategia comunicativa sui social.

Invece l’editor e lo sceneggiatore che legame hanno? Quanto potere decisionale ha il primo sul secondo?

Dipende da come è organizzata la casa di produzione. A differenza di un libro, la sceneggiatura è un testo funzionale che non esiste in quanto tale, esiste in quanto verrà realizzato da altre persone. Lo story editor fornisce indicazioni di natura drammaturgica ma anche produttiva: per esempio valuta se una sceneggiatura di 60 pagine si può realizzare in un’ora. In questo senso la sua parola è definitiva, però non riscrive delle cose. Lo sceneggiatore, tra quei paletti, ha la libertà di far muovere i personaggi.

C’è molta differenza tra uno story editor cinematografico e un editor della carta stampata?

Non ho mai lavorato per la carta stampata, ma credo sia un tipo di intervento meno invasivo. Il testo di un libro appartiene in primis all’autore, quindi ha una specificità nella scrittura e nella narrazione: quelli che per l’editor sembrano errori, per l’autore sono il suo stile. Il testo non deve essere interpretato da uno, girato da un altro, e così via. In entrambi i campi, il ruolo dell’editor è migliorare quello che c’è, senza imporsi.

Pirandello diceva che la realtà supera la fantasia, perché non deve preoccuparsi di essere verosimile. In alcuni episodi di Distretto di polizia, ho notato il richiamo a fatti realmente accaduti. Mi chiedo quindi: qual è la miglior fonte di materiale per uno sceneggiatore?

È vero quanto dice Pirandello. Per la formazione di uno sceneggiatore è fondamentale andare al cinema e leggere molto, ma l’urgenza di raccontare una storia dovrebbe venire da qualcosa che vedi nella realtà, non dal fatto che hai visto una serie che ti è piaciuta e la copi, altrimenti non c’è niente di originale in quello che fai. È importante anche sapere come la storia viene raccontata, perché il linguaggio matura e non si può prescindere da questo.

Di sicuro c’è più libertà di linguaggio nei dialoghi di don Matteo, che in quelli di Cosimo nella Firenze del 1400. È stato difficile, in questo senso, passare dalla fiction alla storia?

No anzi, è stato interessante, un tornare alle origini, data la mia laurea. È stato il sogno che si realizzava: potevo finalmente mettere una competenza tecnica al servizio della storia. Ho letto di storia sin da ragazzina. Per me i personaggi storici erano già personaggi di un racconto, non è stato difficile immaginare che fossero interessanti anche per il pubblico.

A proposito di storia, I Medici hanno avuto grande successo, ma anche critiche per alcuni anacronismi e inesattezze. Secondo lei quanto ha senso impuntarsi sull’aderenza alla realtà di una serie che sì, ha un’ambientazione spaziale e temporale storica ben precisa, ma che non può essere – per sua natura – mai reale, semmai verosimile?

È impossibile fare una cosa perfettamente coerente. La temporalità di una serie è sempre diversa dalla temporalità che si ha a disposizione per raccontarla. Con la prima stagione, avevamo otto ore per narrare vent’anni di storia: non ci può essere tutto. In più, nella percezione del pubblico, è lo sviluppo psicologico dei personaggi quello che conta, che si basa comunque su quelle otto ore. Se un evento avviene a tre anni di distanza, per quanto ci sia la scritta “tre anni dopo”, per il pubblico sarà sempre “tre minuti dopo”.

Quindi critiche inutili?

Bisogna sempre tener conto delle critiche. Per me è stato difficile mettere insieme l’ansia di essere il più possibile fedele allo spirito di ciò che raccontavamo, e quella di essere efficace dal punto di vista drammaturgico, che a volte significa tradire le cose. Però alcuni errori stupidi a volte sono scelte consapevoli e hanno una loro ragione.

Mi può fare qualche esempio?

Per esempio, alcuni hanno criticato il fatto che la cattedrale di Santa Maria dei Fiori non era così all’epoca dei Medici, non c’era il marmo, era spoglia. Ma è stata una scelta consapevole: la gente ha bisogno di un minimo di riconoscibilità. Lo stesso vale per le scene in cui ci sono affreschi del Cinquecento invece che del Quattrocento: avreste preferito che rifacessi una cosa finta, o ha un valore che io sia andata in quell’edificio in cui le persone sono veramente passate, anche se nel tempo l’edificio si è modificato? Bisogna trovare dei compromessi.

In questa tensione tra fedeltà alla storia e fedeltà alla drammaturgia, da cosa dipende la propensione verso l’una o verso l’altra?

Alcune scelte sono frutto della modalità italiana di affrontare il racconto, che è ancora figlia di un modo di intendere la televisione con un impianto pedagogico, più rispettosa del dato storico. Invece l’approccio anglosassone è più disinvolto: ragiona sul passato sovrapponendogli in maniera molto netta le categorie del presente.

E lei da che parte sta?

Il mio approccio è quello che abbiamo cercato di dare a I Medici: tentiamo di capire noi qual era il modo di ragionare e di renderlo comprensibile all’oggi, senza sovrapporci. La percezione del matrimonio, del potere, della religione, dell’amore era diversa. Se pretendiamo di rileggere tutto con le nostre categorie, perdiamo qualcosa. Poi è chiaro che dobbiamo trovare una chiave per cui il pubblico non lo senta staccato da sé e trovi quel coinvolgimento profondo che la serialità richiede. Ma proprio chiedere allo spettatore lo sforzo di immedesimarsi in qualcosa di diverso da sé è il valore di questo tipo di narrazione. Questo è il compromesso da cercare. A volte lo si trova, atre no. Quando non succede è mortificante: per me i miei lavori sono come dei bambini.

E com’è guardare i suoi “bambini” a lavoro finito?

Dipende, trovi sempre qualcosa che non ti piace. È più bello a distanza di un paio d’anni, quando non ricordi più quanto è stato difficile realizzarli e cominci a goderti la bellezza che c’è dietro. Mentre lavori devi cercare tutto quello che non va per cercare di correggerlo. Poi lo lasci andare per la sua strada.

Poi è davvero diventata un critico cinematografico. Dal 2004 al 2013, con Armando Fumagalli, è stata autrice dei volumi annuali di recensioni cinematografiche Scegliere un film. Di sicuro decide cosa guardare in un battito di ciglia, mentre noialtri impieghiamo ore per poi ricadere su un titolo che, puntualmente, non ci piace. Di solito quali sceglie?

Vado a vedere un po’ di tutto. Ci sono alcune cose che so già in partenza che non mi piaceranno, ma c’è anche il piacere di fare recensioni cattivissime. Cerco di spaziare. Mi appassionano i film storici, specialmente il periodo della Seconda Guerra Mondiale, e lo stesso vale per i libri.

Ne ha qualcuno con sé?

Adesso ho in valigia un libro incentrato su un ventaglio di personaggi che vivono gli anni tra il 1933 e il 1934, quando Hitler prende il potere. Mi piacciono i periodi storici in cui anche una persona normale è costretta a compiere scelte fondamentali. Mia sorella mi prende in giro per questo, mi ripete sempre “a te piacciono storie tristi, di gente triste che vive in posti terribili”. Sarà il meccanismo della catarsi.

Uno spoiler sul prossimo progetto?

Beh, in autunno ci sarà la terza stagione dei Medici, che penso sia la migliore. È un po’ inaspettata, perché è un po’ cupa – arriviamo dalla congiura dei Pazzi – ma è come dire la maturità di una serie che ha fatto i suoi passi. Poi sto lavorando a una serie su Leonardo da Vinci e, forse all’inizio dell’anno prossimo, uscirà per Sky una serie sulla finanza internazionale: sono condannata a parlare di banche, nel Rinascimento e nell’era contemporanea. Per essere una che non ci capisce niente di soldi, è una cosa abbastanza particolare!

Luisa Cotta Ramosino è intervenuta al Salone del Libro di Torino nel terzo incontro di Editoria in progress 2019 “Narrare la Storia. Carta stampata-schermo andata e ritorno”, con Guido Casali di Sky Italia, Anita Rubini, giornalista di “Focus Storia”, lo scrittore Marcello Simoni.

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