Marisandra Lizzi. Le pubbliche relazioni al tempo del web

Marisandra LizziLe passioni possono portarti lontano anche in ambito professionale. Lo sa bene Marisandra Lizzi, che grazie alla passione per la scrittura, la comunicazione e internet è stata in grado di superare indenne la bolla speculativa del web. PR e giornalista pubblicista, nel 2002 ha fondato Mirandola Comunicazioni, un’agenzia che conta un cliente del calibro di Amazon e tre sedi (una tra le colline di Salsomaggiore Terme, una a Milano, una a Lugano), e nel 2010 iPress, un’innovativa piattaforma professionale per giornalisti, blogger e uffici stampa, sviluppatasi anche nella Silicon Valley. Il 15 maggio è stata ospite dell’ultimo appuntamento di Editoria in Progress 2015, Start up editoriali e strategie social, organizzato dal Master in collaborazione con Book to the Future, area del Salone dedicata alle start up editoriali. Un’occasione imperdibile per conoscerla meglio e capire le potenzialità del web nelle pubbliche relazioni.

Cominciamo dall’inizio. Dove nasce il tuo interesse per la rete?

La prima volta che ho sentito parlare di internet è stato in un’aula universitaria. Non avevo ancora capito qual era la mia strada e stavo seguendo quella materna: studiavo e facevo la commercialista. In quell’aula ho sentito parlare del web e di questo strano personaggio, Jeff Bezos [fondatore e ceo di Amazon, ndr], che nel 1995 aveva pensato di vendere libri in tutto il mondo restando seduto a Seattle. Ho iniziato a leggere tutto quello che si diceva su di lui e sull’e-commerce e ho trovato il coraggio di lasciare la carriera da commercialista, che non era nelle mie corde. Le mie passioni erano la scrittura e la lettura. E poi c’era internet. La scoperta del web è stata fondamentale. La rete ti dà i mattoncini, come con i lego. Prendi i mattoncini, li applichi alle tue passioni e vedi cosa viene fuori.

Quindi di cosa hai cominciato a occupati? 

Negli anni ’90 il web doveva essere comunicato come una novità. Era un oggetto della comunicazione, non uno strumento o un ambiente. Volevo occuparmi di questa cosa e ho fatto un master in relazioni pubbliche. Le PR non sono quelle delle discoteche (ride), sono coloro che mettono in relazione pubblici. Mettono  in comunicazione pubblici rispetto a un tema e il mio tema era la rete. Sono entrata in una grande agenzia di Milano, fondata da Adriana Mavellia. Ho avuto così l’enorme fortuna di entrare in un gruppo che mi ha insegnato il mestiere.

E cosa facevi esattamente?

Internet non era compreso fino in fondo. Hanno iniziato ad affidare a me tutto quello che aveva a che fare con la rete. Ho potuto imparare, fare esperienze, come con il lancio di Ciao Web, il portale del gruppo Fiat.

E poi?     

Poi ho fatto arrabbiare tutti quando li ho mollati per seguire il sogno di internet. C’era un libro, Diventare multimediali di Roberto Liscia [Milano, Il sole 24 ore libri, 1996, ndr]. Liscia in un capitolo parlava dell’e-learning, in un altro dello smart working.

In quegli anni era frontiera.

Sì, nel ’96 era frontiera. Anche se è stata una falsa partenza perché nel 2000 c’è stato lo scoppio della bolla speculativa.

A proposito: com’è stato lavorare prima e dopo lo scoppio della bolla?

Per me è stata una fortuna. Prima ho avuto l’occasione di imparare bene le potenzialità che anche il business consentiva. C’erano grandi budget. Se ci veniva in mente di catapultare dei giornalisti su un’isola per fargli provare a stampare foto digitali si poteva fare, anche portandoli in elicottero. Lo scoppio della bolla è stato un problema, ma anche una grande opportunità. Negli anni 2000 le aziende Internet si sono contratte. Io però ho continuato.

Ma torniamo a Roberto Liscia.

Quando ho scoperto che Liscia cercava una PR mi sono buttata a pesce e anche oggi continuo a lavorare per lui. Questo signore non solo scriveva, ma attuava le sue idee. Aveva fondato l’ANEE, Associazione Nazionale dell’Editoria Elettronica [ora fusa in Assinform, ndr]. Nel 2005 abbiamo fondato assieme Netcomm, il consorzio del commercio elettronico italiano, contribuendo a evangelizzare internet in Italia.

Quando arriva Mirandola Comunicazione, la tua società?

Mirandola Comunicazione logoNel 2002. Ho trovato il coraggio per aprirla quando sono rimasta incinta. Nel momento in cui hai un cambio di vita importante devi usare i tuoi asset per prendere una decisione. Mi sono detta: vediamo se è vero che internet può comunicarsi da ovunque. Ho applicato i concetti di e-learning e smart working e nel 2002 ho aperto una partita Iva. Nascere nel 2002 significava nascere dopo lo scoppio della bolla speculativa. I giornali dicevano che avevano chiuso più di duemila siti di e-commerce in un anno. Mi trovavo quasi da sola a occuparmi delle aziende sopravvissute. Ero un po’ come Sancho Panza contro i mulini a vento. Ma non era morto il web, era morto un modo di considerarlo.

Sei andata controcorrente.

Non posso dire di aver visto quello che sta succedendo oggi. Non sono Jeff Bezos. Ho capito che per fare bene il mio lavoro dovevo metterci qualità, dovevo farlo rappresentandolo nelle scelte. Se vendo Internet in termini di valore devo dimostrare che Internet è valore per me. Se riesci a dimostrare con i fatti quello che comunichi sei più credibile.

Mirandola sede

La sede storica di Mirandola è tra le incantevoli colline di Salsomaggiore Terme (Pr). Quando il virtuale incontra la natura.

 

Be’, tutto questo sembra dare i suoi frutti. Il vostro portfolio clienti è di tutto rispetto.

È vero. Da una parte ci sono gli scenaristi, gli Osservatori digital del Politecnico di Milano, Netcomm, Italia Start up [l’associazione degli startupper italiani, ndr]. Questi mi danno la benzina in termini di dati. E poi abbiamo i campioni. Il più famoso è Amazon. Amazon ci ha scelto come agenzia di relazioni pubbliche. Nel 2009 ha testato la vendita a clienti europei dai vari siti europei e noi ci siamo occupati di comunicare questa fase.

E come siete organizzati a livello lavorativo?

Cerchiamo il PR ideale per lanciare sul mercato il prodotto del cliente. Amazon deve lanciare il Kindle Fire? Noi cerchiamo il PR più giusto. Nel caso di Kindle Fire sono stati Marco Ferrario, che lavorava in Acer e Alessandro Saccon, che aveva lanciato prodotti leader come iPhone e iPad e adesso è PR interno di Amazon.

Veniamo a iPress. Ho l’impressione di non essere ancora riuscito a capire cos’è.

ipress logoRisolviamo la sovrabbondanza, lo spam, l’overload informativo. Ordiniamo il casino (ride). Nella rete c’è tantissima informazione e troppe informazioni significa nessuna informazione. Se sono un giornalista, oggi può interessarmi la moda, domani una cosa diversa. Il rischio è venire inseriti in una mailing list tematica che non mi interessa più. L’idea era: giornalisti, se non volete essere spammati entrate in una piattaforma e aprite e chiudete finestre di dialogo. Se oggi mi occupo di moda vedo moda, se domani mi occupo di e-commerce vedo e-commerce.

Ah, quindi non è un social network per professionisti!

All’inizio doveva esserlo, ma è stata l’esperienza fatta in Silicon Valley dal 2011 a farmi cambiare idea. Secondo il progetto originale dovevo convincere i giornalisti a taggarsi manualmente ai temi che gli interessavano. Stavo facendo una cosa che si sarebbe schiantata contro il muro della social fatigue [stress provocato dalla creazione e dal mantenimento di un eccessivo numero di account social, ndr]. I giornalisti americani già non ne possono più di taggare loro stessi per l’ennesima volta. Lo hanno già fatto, perché rifarlo? Ecco che mi è venuta l’idea: se lo hanno già fatto, basta sincronizzare i social network. A iPress abbiamo enormi abbonamenti a rassegne stampa, prendiamo i flussi di rassegne, prendiamo le firme e le testate e sincronizziamo tutto con i social network e con Amazon.

Anche Amazon?

Sì, se di un giornalista sai che articoli e libri ha scritto, che post e tweet ha pubblicato sugli argomenti che ti interessano, puoi ricavarne un indice di notiziabilità. Sai che scrive per il 30% su un tema, per il 50% su un altro, per un 20% su un altro ancora.

Ho capito: in questo modo la comunicazione può essere molto più mirata. E il giornalista riceve la notizia in modo automatico?

Se è un utente attivo sì. Tra i giornalisti mappati ce n’è una parte che usano la piattaforma in modo attivo. Il PR può mettere la notizia sulla piattaforma, taggarla per argomento e raggiungere automaticamente chi è interessato al tema. Il mio obiettivo è che tutti i giornalisti mappati diventino utenti attivi.

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