La salute della lingua italiana. Una chiacchierata con Donata Schiannini

La lingua, quel miracoloso sistema portatore di parole, di comunicazione, che accomuna gli esseri umani, cambia e si evolve, ancor prima di nascere. Sull’evoluzione di questa, sul patrimonio linguistico dei giovani, sull’“incursione” del linguaggio digitale e di quello anglosassone, ho posto qualche domanda a Donata Schiannini, docente del corso di Dizionari monolingui e di lingua italiana presso il Master Professione editoria cartacea e digitale, redattrice e linguista specializzata in dizionari.

La “questione della lingua” s’impone con la nascita della stessa e ha una storia antica come quella dell’uomo: dal De vulgari eloquentia di Dante, alle Prose della volgar lingua del Bembo, passando attraverso il risciacquo dei panni nell’Arno, fino a giungere al burocratese di Calvino e al neo-italiano industriale e capitalistico di Pasolini. Da sempre puristi ed evoluzionisti della lingua lottano per una battaglia che solo il dinamismo linguistico può vincere.

Quando un cambiamento linguistico è in atto, i parlanti di quella lingua, riescono a percepirlo? Donata Schiannini sostiene che non sempre è possibile accorgersene perché nelle lingue il cambiamento è normale, a meno che non sia qualcuno a farcelo notare (solitamente un conservatore); altre volte lo percepiamo anche se il cambiamento in realtà non c’è.

Un altro aspetto relativamente recente nella storia della nostra lingua, e che tocca ancora da vicino gli italofoni, è quello dei dialetti e della loro influenza nell’italiano standard. Che l’italiano sia una lingua molto regionalizzata è un prodotto della nostra storia, spiega Donata Schiannini, ma il fatto che i dialetti siano abbastanza influenti, anche se indirettamente, attraverso le molte variazioni regionali dell’italiano, non è un male, anzi rende più personale, più propria, la lingua che ognuno di noi parla. Le nuove generazioni stanno perdendo questo patrimonio linguistico, causa la crescita del grado di scolarizzazione? La professoressa considera, in realtà, il patrimonio dialettale come non del tutto perso: molti giovani sono ancora felicemente bilingui, ma naturalmente dipende dal luogo (grande città, paese). Anche i dialetti, però, cambiano, come ogni lingua viva, e spesso il cambiamento consiste nell’avvicinarsi alla lingua.

Negli ultimi vb_facebookdecenni l’italiano ha subito una nuova “aggressione” esterna: la compenetrazione dell’inglese nel tessuto scritto e parlato della nostra lingua. Recentemente ciò ha portato alla nascita di una petizione rinominata #dilloinitaliano, movimento nato con l’intento di mantenere un reale bilinguismo, piuttosto che un uso sproporzionato di anglicismi. Il movimento ha ricevuto il consenso dell’Accademia della Crusca di farsi portavoce di quest’istanza, come autorevole testimonianza della richiesta rivolta agli italofoni di utilizzare, ove possibile, l’impiego di termini italiani nelle leggi, negli articoli dei giornali, nella comunicazione delle Pubbliche Amministrazioni e delle imprese. A tal proposito Donata Schiannini si è trovata d’accordo a firmare la petizione perché quest’ultima non parlava, appunto, di pericolo, ma di semplificazione e di diritto di tutti a capire, anche di quelli che non parlano inglese. Questa scelta è stata fatta per amore della lingua inglese, confessa la docente, perché è lei, non l’italiano, la lingua maltrattata e stiracchiata da tutte le parti. Per il resto, le lingue non hanno bisogno di difensori più o meno interessati, si difendono benissimo da sé, con i propri tempi e modi.

Dopo l’inglese, la riflessione più immediata riguarda l’utilizzo spasmodico del digitale e della telefonia, e quanto quest’uso possa apportare un valore aggiuntivo alla lingua piuttosto che degradarla. Donata sostiene che le lingue non si degradano, al massimo cambiano (finché sono lingue vive). Nel Novecento si è parlato a lungo di “civiltà dell’immagine” lamentando che avrebbe tolto spazio alla parola, poi sono arrivate le mail, gli sms, i post e i tweet e si è detto che maltrattano la lingua: in realtà abituano a scrivere e, specialmente i tweet, a scrivere in breve, dopo secoli nei quali la scuola ci ha insegnato ad allungare il brodo. Cmq per comunque è lo stesso tipo di abbreviazione che usavano un tempo le stenografe e secoli prima i copisti su pergamena e prima ancora gli incisori di lapidi: è un modo linguisticamente ragionevole di abbreviare.

Concludendo, come definirebbe lo scenario attuale dell’italiano, Donata Schiannini? La professoressa cita De Mauro: “l’italiano sta bene, gli italiani un po’ meno”. La lingua italiana, da privilegio di pochi, è finalmente diventata una lingua vera, cioè lo strumento di comunicazione di un popolo, e questo è un bene; se ci sono dei problemi, sono nella “scarsa densità della cultura” (Graziadio Isaia Ascoli). A proposito: piazza Ascoli, a Milano, è dedicata a lui, non alla bella città delle Marche, come quasi tutti i milanesi credono.

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