L’esperienza della lettura di Giuliano Vigini

Certe esperienze di lettura sono come solchi che lasciano sul terreno un’orma che non si cancella. Ricordo da ragazzo l’emozione di quando mio padre mi leggeva De Amicis o Gorkij, o quando io stesso mi commuovevo nel seguire le vicende del povero Nemecsek dei Ragazzi della via Paal, o quando, da adolescente, mi appassionavo alle riflessioni così folgoranti di don Primo Mazzolari o mi perdevo, ammirato, dietro alcune paradossali quanto raffinate elucubrazioni di Chesterton.

La storia della lettura è anche questo infinito campionario di esperienze personali che si conservano come patrimonio della memoria e dell’anima, e conoscere alcune di queste esperienze aiuta a capire quanto vario e segreto possa essere il rapporto con la lettura. In un passo illuminante di Il libro della mia vita (IV, 9), Teresa d’Avila scriveva: “Io non osavo mai cominciare l’orazione senza un libro, perché la mia anima aveva paura di farlo senza un tale aiuto, come se dovesse combattere contro molti nemici esterni. Con quel rimedio, che era come una compagnia o uno scudo con cui avrei parato i colpi di molti pensieri importuni, mi sentivo rincuorata, perché l’aridità non era il mio stato abituale, ma sopravveniva sempre quando mi mancava un libro. L’anima restava subito sconvolta e i pensieri si disperdevano: con la lettura, invece, li raccoglievo di nuovo e mi sentivo l’anima come blandita da una carezza”.

Queste erano le sensazioni che Teresa provava leggendo, non più, come da ragazza, con i libri di cavalleria che piacevano tanto a sua madre, ma con libri di meditazione e raccoglimento: quelli che lei considerava i “buoni libri” che la isolavano e la proiettavano in un’altra sfera di pensieri. In ogni caso, l’esperienza della lettura – quella dei santi, dei grandi letterati o dei comuni lettori – è fatta di sensazioni, stati d’animo, desideri, interpretazioni che variano da individuo a individuo, perché ciascuno vive in modo diverso ciò che un libro personalmente gli comunica in un determinato momento e che magari, anni dopo, sarà giudicato secondo una visione nuova o recepito con un gusto nuovo.  Anche i grandi classici che tutti apprezzano – quelli che, come direbbe Ennio Flaiano. non tanto si leggono quanto si abitano, ce li si sente addosso[1]sono “rifatti” dai singoli, innumerevoli lettori con cui lo scrittore ha stabilito un dialogo speciale. Ecco perché alla fine ogni lettore potrebbe raccontare quando e perché gli è nata la passione per determinati libri, quelli che gli sono rimasti più durevolmente impressi e che in un certo senso gli hanno attraversato per intero la vita. Non necessariamente i libri più belli da un punto di vista letterario, ma dei libri che – in una determinata fase della sua esistenza – hanno saputo interpretare uno stato d’animo e suscitare un’emozione così intensa da esser conservata nel tempo: come ricordo ma anche come sostanza viva della propria storia interiore. Ecco perché poi, ogni volta che prendiamo in mano certi libri amati, magari in vecchie sgualcite edizioni, riaffiora un gusto antico che si riassapora come nuovo: a testimonianza che quei libri hanno lasciato un segno e sono come amici rimasti con noi.

Questa è la bellezza e la molteplicità delle esperienze di lettura. Hermann Hesse arrivava addirittura ad affermare che la partecipazione e la gioia di “vivere” i suoi libri non era solo per il loro contenuto o la veste grafica o la loro rarità, ma anche per la necessità di conoscere la loro storia: “E non mi riferisco, aggiungeva, alla storia della loro nascita e della loro diffusione, ma alla storia privata dei singoli esemplari che al momento mi appartengono.”[2]  Anche senza arrivare a tanto, non c’è dubbio però che ogni lettore può scoprire in un libro qualcosa che gli rivela molto di sé o del mondo.

Nel romanzo di Dacia Maraini, La lunga vita di Marianna Ucrìa, ad un certo punto la protagonista esprime l’effetto travolgente che provoca su di lei la lettura di un libro d’amore. “Le parole […] vengono raccolte dagli occhi come grappoli di una vigna sospesa, vengono spremuti dal pensiero che gira come una ruota di mulino e poi, in forma liquida, si spargono e scorrono felici per le vene”. E prosegue: “Trepidare con i personaggi che corrono fra le pagine, bere il succo del pensiero altrui, provare l’ebbrezza rimandata di un piacere che appartiene ad altri. Esaltare i propri sensi attraverso lo spettacolo sempre ripetuto dell’amore in rappresentazione, non è amore anche questo? Che importanza ha che questo amore non sia mai stato vissuto faccia a faccia direttamente? assistere agli abbracci di corpi estranei, ma quanto vicini e noti per via di lettura, non è come viverlo quell’abbraccio, con un privilegio in più, di rimanere padroni di sé”?[3]

Un altro esempio ci porta molto indietro nel tempo, ma ci fa ugualmente capire quale può essere il potere di un libro. Nel caso di Paolo e Francesca – siamo nel Canto V dell’Inferno –, era stato un libro d’amore letto insieme ad accendere la loro travolgente passione. Nel caso del giovane Agostino era stato un libro di filosofia a cambiargli la vita, anche se noi non sappiamo per quali meccanismi intellettuali e psicologici l’esortazione alla filosofia contenuta nell’Ortensio di Cicerone lo avesse tanto colpito: sappiamo però che quel libro gli aveva dato una nuova dimensione delle cose e aveva perciò generato nella sua vita anche propositi e desideri nuovi: “Ille vero liber – scrive nelle Confessioni – mutavit affectum meum” (Conf. III, 4.7).

Nell’indicarci fino a che punto un libro può cambiare il modo di pensare e di sentire, questa frase riassume anche l’idea che tutti noi ci siamo fatti del libro, e di alcuni libri in particolare: gli stessi che ogni tanto andiamo a cercare, sfogliandoli con impaziente avidità per trovarvi quelle frasi che ci avevano colpiti e che avevamo segnato – ahimè, avrebbe detto Gianfranco Contini, che leggeva spesso i libri intonsi[4] –  sottolineandole con tratti indelebili, forse anche con qualche nota di commento a margine, facendo quasi violenza al testo. In questi gesti c’è tutto il piacere, la dolcezza, l’intimità segreta di un ricordo lontano, che torna però a riaffiorare con la stessa vivezza di un tempo. E questa è appunto la storia infinita dell’esperienza della lettura: infinita quanto lo sono i gusti, le sensibilità e le passioni; infinita quanto gli itinerari dell’anima, fatti di ciò che si cerca ma anche di quello che, senza volerlo, si trova, e che a volte può essere l’avventura più grande della vita.         

Giuliano Vigini è docente del Master Professione editoria cartacea e digitale. Vedi l’elenco completo dei docenti del Master Professione Editoria e del Master BookTelling Comunicare e vendere contenuti editoriali.

[1] Frasario essenziale per passare inosservati in società, Milano, Bompiani, 1993, p. 81.

[2] Racconti brevi, Torriana, Orsa Maggiore, 1991, p. 13.

[3] La lunga vita di Marianna Ucrìa. Prefazione di Isabella Bossi Fedrigotti, Milano, RCS Editori (Edizione speciale per il “Corriere della sera”), s.d. [2005], p. 137.

[4] Diligenza e voluttà. Ludovica Ripa di Meana interroga Gianfranco Contini, Milano, Mondadori, 1989, pp. 134-137.

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