L’arte del tradurre: il fragile equilibrio fra la distanza e la presenza

7_MelaouahYasmina Melaouah, traduttrice di Pennac e  Alain-Fournier ed ex allieva della Scuola di Editoria Piamarta, racconta il ruolo invisibile ma fondamentale giocato dal traduttore nell’intervista realizzata da Oriana Mascali, allieva del Master in Professione editoria 2014

Una piccola sintesi. Nel corso dell’incontro di Editoria in progress ha raccontato che alla base della sua carriera da traduttrice ci sono stati innanzitutto l’amore per i libri e la volontà di lavorare a contatto con essi. Qual è stato dunque il suo percorso?
Ho fatto studi di letterature straniere non pensando di occuparmi di lingue e quindi senza neppure la più vaga idea di cosa fosse la traduzione. Una volta laureata, volevo lavorare nell’editoria o continuare a studiare e fare ricerca in università. Poiché la seconda opzione era impraticabile senza appoggi e soprattutto senza rapporti di sudditanza che all’epoca mi parevano umilianti, ho pensato di orientarmi verso il mondo editoriale e ho avuto l’opportunità di collaborare con alcune case editrici con piccole traduzioni, revisioni di bozze e soprattutto, con Feltrinelli, letture di narrativa straniera. Proprio da una lettura, apprezzata dall’allora direttore editoriale, è venuta la proposta di tradurre il romanzo in questione. Era un bel testo di Hector Bianciotti, molto in sintonia con le mie predilezioni stilistiche dell’epoca, elegante, vagamente decadente, con un’ombra quasi proustiana e un’attenzione fortissima al ritmo. Proprio la musica interna della prosa era ciò che avevo colto nella traduzione, che fu apprezzata e che inaugurò un lungo rapporto di collaborazione con Feltrinelli, casa editrice che considero la mia “casa madre”.

È passata da uno scrittore come Pennac a Zona di Mathias Énard, per arrivare recentemente a Le Grand Meaulnes di Alain-Fournier. Come vive un traduttore il passaggio dalla Belleville cosmopolita alla Parigi della maturità di Meaulnes? C’è un differente approccio alle opere di scrittori del passato rispetto a quelle di contemporanei?
Davanti a ogni traduzione si ricomincia daccapo, si torna alla casella di partenza, si azzera quasi tutto e torna il brivido della prima volta. Ogni testo è un universo a sé in cui occorre forgiarsi strumenti ogni volta nuovi e tutti gli anni di esperienza servono soltanto a essere più inquieti, più cauti, più umili, più pieni di interrogativi. È una montagna nuova da scalare, con lucidità e prudenza, stando in ascolto ogni volta della voce nuova che il testo ci lascia udire se ci mettiamo in una posizione di accoglienza, se per un po’, nella fase di lettura, nelle prime stesure, siamo capaci di farci da parte, di zittire il rumore che abbiamo dentro e dare spazio al ritmo del testo. Che siano scrittori del passato o autori viventi, l’approccio da questo punto di vista è lo stesso: l’ascolto profondo.

Parlando di approccio alle opere siamo già nell’ambito della pratica della traduzione. I ritmi del traduttore cambiano sulla base del libro che si sta traducendo o tendono a seguire una prassi fissa? Lei, Yasmina, come traduce?
Ciascun traduttore ha il proprio metodo, cui resta relativamente fedele. E per quel che mi riguarda i ritmi cambiano solo in funzione della maggiore o minore difficoltà di un testo. Ci sono romanzi con cui si può passare una mattina intera su una pagina e romanzi di cui si può arrivare anche a tradurre una decina di cartelle al giorno. Quanto a me, faccio una prima stesura ancora molto impregnata dell’originale, che mi serve per prendere possesso della pagina, per sentire il ritmo e cercarlo in italiano, ma questo ritmo lo trovo davvero solo alla seconda o terza stesura, quando sento che siamo in pieno territorio italiano, che sono riuscita a dare una voce italiana a un ritmo francese. Tutto si gioca su un equilibrio per me delicatissimo fra l’altro e il proprio, fra la distanza e la presenza. In linea di massima, tornando ai ritmi di lavoro, non traduco più di cinque o sei pagine al giorno.

In un’intervista video ha dichiarato che l’autore più difficile che ha tradotto è proprio Alain-Fournier. Perché? Quali sono le maggiori difficoltà in cui un traduttore può imbattersi?
In realtà tutti gli autori mi sembrano difficili, perché sono molto esigente e perché non scelgo la via facile che consisterebbe a far di loro quello che più mi aggrada in nome di una presunta leggibilità, in nome di quella fantomatica scorrevolezza che spesso in traduzione appiattisce tutte le ricchezze stilistiche, tutte le specificità di un autore. No, io vorrei tenere sempre insieme la specificità della lingua di un autore, le sue idiosincrasie, la trama anche segreta del suo testo, con una assoluta compiutezza italiana della traduzione, vorrei che il risultato del mio lavoro fosse davvero un testo il più possibile vicino all’originale e anche compiutamente risolto come testo autonomamente italiano. Questo è tanto più difficile con i cosiddetti classici, fra cui annovero Meaulnes, perché alla distanza spaziale si aggiunge la distanza temporale, quindi la mediazione è ancora più complessa.

Secondo lei, quanto una traduzione può essere libera? Quanto è netto, cioè, il limite che separa una traduzione da una reinterpretazione o da una riscrittura?
Tutti ci prendiamo delle libertà, ma sono molto diffidente verso i traduttori che lo proclamano di principio. Per me il vincolo dell’aderenza al dettato dell’originale è cruciale, e tutte le libertà che mi prendo sono solo libertà necessarie, mai gratuite, mai fini a se stesse né tantomeno finalizzate a proporre al lettore la terribile scorrevolezza, l’umiliante – per lui, lettore – facilità.

La dimensione lavorativa della traduzione è una dimensione prettamente domestica. Come vive “la solitudine del traduttore” e come si coniuga questa condizione alla necessità di un continuo aggiornamento delle conoscenze linguistiche?
Oggi si vive molto meno di un tempo la solitudine del traduttore. È vero che c’è una terribile dimensione domestica – che talora a me sta strettissima – ma dal tinello di casa siamo perennemente in contatto con colleghi, editori ecc. e soprattutto spesso infiliamo le scarpe e siamo in giro a incontrarci, a visitare saloni del libro, siamo in viaggio all’estero per studiare i nostri autori, per aggiornarci, per mangiare i piatti che troviamo nei libri e passeggiare nelle strade che percorriamo virtualmente nei nostri romanzi. Io e i miei amici traduttori siamo sempre in giro, molto più di tanti altri professionisti. A luglio saremo in tanti riuniti nel castello di Fosdinovo a lavorare insieme e a settembre i tinelli dei traduttori saranno spopolati dal Festival della letteratura di Mantova, dal Festival Babel di Bellinzona e poi davvero deserti per le Giornate delle traduzione di Urbino. Ecco, di solitudine, da questo punto di vista, non si soffre molto… Anche se, effettivamente, la quotidianità del lavoro del traduttore è obiettivamente all’insegna della solitudine. Ed è forse proprio il motivo per cui prendiamo così volentieri la valigia…

Il mestiere del traduttore richiede una dose di attenzione che talvolta sfocia in una forma di “maniacalità”: quanto la deformazione professionale della cura della resa può guastare il piacere di una lettura o della visione di un film?
La cura non guasta mai il piacere della lettura, è la sciatteria a guastarla. Sì, siamo spesso maniacali e ossessivi ma va tutto a vantaggio del lettore.

Esiste invece un personaggio particolare al quale è legata al punto da desiderare (o da aver desiderato) di prestargli voce?
Meursault, il protagonista dello Straniero di Camus.

Già nel 1963 Calvino sosteneva che non fosse un buon momento in Italia per l’arte del tradurre, per il venir meno delle doti morali dello scrupolo e della “metodica follia” che questo mestiere richiede. Com’è cambiata la situazione in questi ultimi anni? E, alla luce della sua esperienza da docente, come si accostano i giovani studenti al mondo della traduzione?
Ho iniziato a tradurre senza Internet, basta questo a raccontare com’è cambiato radicalmente il nostro modo di lavorare. Ogni giorno quando accendo il computer mi domando come facessimo. Da questo punto di vista i traduttori di oggi sono più bravi, fanno meno errori diciamo “enciclopedici” perché hanno una quantità smisurata di informazioni a portata di clic. Poi si viaggia molto ma molto di più (grazie ai voli low cost), si conoscono molto meglio le lingue su cui si lavora. Invece sul piano professionale negli ultimissimi anni c’è stato un gravissimo peggioramento economico della condizione del traduttore, con pericolose ricadute sulla qualità dei testi. Se gli editori continuano ad abbassare le tariffe fino a cifre indecorose, nessun traduttore di talento sarà più disposto a lavorare e avremo romanzi tradotti con i piedi e accomodati frettolosamente in redazione. Ma una cattiva traduzione vuol dire cattiva letteratura, e cattiva letteratura vuol dire impoverimento della capacità di guardare al mondo, di scrutare la realtà, di aprire prospettive e sguardi inediti sulle cose.

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