La saggistica oggi, fra i libri di idee e di personaggi. Intervista a Ottavio Di Brizzi

“Il libro è una sorta di nicchia ecologica. È un’esperienza di separazione dal caos, dal rumore, dalla connessione. Ecco perché ci si rifugia in un libro, ci si arma di un libro, lo si usa come costruzione di uno spazio, di isolamento rispetto alla testualità interconnessa”. Ottavio Di Brizzi, direttore della Saggistica Marsilio dal 2016, racconta il mondo della non-fiction e dell’oggetto libro, in tutte le loro declinazioni, fatte di angoli e cornici, all’insegna di una dimensione comunitaria e volta alla scoperta di sé.

C’è differenza nella progettazione di un libro di saggistica rispetto a quella di un testo di narrativa?

Trovo molto interessante l’idea che l’editore co-crei con l’autore e predisponga il terreno in cui nasce un nuovo libro. Di solito per la narrativa ci si confronta con autori che presentano già un progetto finito, che sia un racconto o un romanzo. In saggistica, invece, spesso si parte da una forma di progettazione condivisa dall’editore e dall’autore. Non c’è già un libro da vagliare e selezionare: si vara un progetto editoriale interpretando gli interessi, le competenze e la volontà espressiva dell’autore. In questo caso il lavoro di definizione e predisposizione del progetto da parte dell’editore è abbastanza importante.

Il lettore, e quello di saggistica in particolare, è davvero alla ricerca dell’ignoto o semplicemente di una conferma alle proprie idee?

Quando si progetta una linea editoriale si mira a intercettare degli interessi e a interpretare esigenze affinché essa rispecchi il mercato degli ultimi anni. Per esempio ci sono settori della saggistica che sono in forte crisi perché il lettore, o la lettrice, ideale ha ritarato i propri bisogni informativi, ricorre alla rete o ad altre piattaforme. Riguardo alla ricerca dell’ignoto, si può parlare di serendipity, come spesso viene definita quella forma di curiosità che in parte implica interesse o seduzione in un’area, una disciplina, e che induce a chiedere al libro, più che alla testualità diffusa sulla rete, di essere non solo informato, ma anche sorpreso. Quindi si trova in un libro qualcosa che neanche si sapeva di voler sapere.

Fra i testi del catalogo Marsilio, io sceglierei “Sulle ali degli amici” di Pietro Del Soldà.

Di questo libro probabilmente la seduce non solo il tema, ma anche la presentazione esterna. E, in parte, è proprio questo ciò che fa un editor; non si limita a lavorare sul testo. Si occupa anche della costruzione del desiderio mediante tutti gli elementi che precedono l’esperienza del libro. Nella marea di proposte si hanno pochi secondi di attenzione, per cui bisogna puntare sul nome dell’autore, sul titolo, sul sottotitolo, sulla copertina per tentare di avvicinare il potenziale lettore e sperare che lui o lei acquisti il libro. Quindi un meccanismo di induzione di una serie di segni, ma non di bisogni. Inoltre, un libro per poterti sedurre deve sorprenderti, ma senza dire da fuori tutto quello che contiene.

Questi elementi esterni possono costituire un inganno?

Si tende a dare per scontato che sia solo una questione di marketing, ma non è così. In editoria questa divisione è molto sopravvalutata nella sua funzione. Si occupa delle campagne, della pubblicità, dell’allestimento dei punti vendita, delle presentazioni, in parte anche del controllo di gestione dei conti economici dei libri, ma nessuna di queste attività può realmente indurre dei bisogni. A un libro che non ha elementi di interesse si può fare tutta la pubblicità che si vuole ma non si ottiene assolutamente nulla.

A proposito di pubblicità, la notorietà di un autore può incentivare l’acquisto di un libro?

In questo caso è effettivamente utile perché permette di raggiungere un pubblico potenziale composto anche da lettori non abituali. Il libro di un autore famoso non deve per forza avere un valore d’uso molto alto – com’è invece per un manuale sul giardinaggio –, ma ha un valore più simbolico: viene acquistato perché è un segno di adesione a qualcosa. E i libri svolgono una funzione importantissima: è quella componente che lei nella sua domanda definiva “conferma alle proprie idee”.

I bisogni dei lettori e dell’editore riescono a trovare un punto d’incontro?

Un editore valido si interroga su come possa far convergere la capacità di un autore di produrre un libro e le necessità di una potenziale comunità di lettori. Per studiare la massa dei mercati sono fondamentali l’apertura al mondo e la curiosità. Compito dell’editore industriale non è quello di stabilire cosa sia giusto e cosa sbagliato. Se ci si occupa di politica è interessante proporre voci, visioni e identità totalmente diverse. Marsilio fa convivere il pensiero convenzionalmente di destra e di sinistra. Non condivido necessariamente nessuna di quelle opinioni, ma la mia prospettiva ideologica non è rilevante. Faccio del mio meglio affinché il maggior numero di persone possa trovare in un libro o autore quello che sta cercando in quel tipo di esperienza.

Attualità, politica, filosofia, religione, gli ambiti della saggistica sono innumerevoli. Nella progettazione di un nuovo libro si prende spunto dai temi più discussi del momento?

Un libro dovrebbe interpretare l’agenda giornalistica o i temi di attualità, ma in realtà è più complicato. La difficoltà non risiede nell’interpretare – e neanche nel prevedere, perché sarebbe troppo presuntuoso – ma nel tradurre gli interessi potenziali in un calendario molto lungo. Il tema degli ultimi mesi è la pandemia, quindi tutti devono scrivere su questo? Dipende. Se si inizia a parlare di un libro oggi, non verrà pubblicato prima di aprile 2021. Che sarà della pandemia? L’unica cosa di cui sono sicuro è che sarà una specie di passato, non dimenticato ma prescindibile: per il lettore italiano sarà archeologia. È un “cialtrone” chi si dice sicuro del successo di un libro. A volte si tratta di mera fortuna. Non è detto che ci sia logica, lungimiranza, non esiste la ricetta perfetta.

A proposito di successi editoriali, che ruolo ha il meccanismo delle classifiche?

La visione agonistica è un po’ insensata. Tuttavia, un aspetto positivo delle classifiche c’è: costituiscono un’esperienza comunitaria; si legge il libro per partecipare a una sorta di conversazione allargata, non per poterne parlare ma per essere parte di una comunità di lettori. E questo è un valore simbolico, è qualcosa che non ha quasi a che fare con il merito specifico, la lungimiranza, la brillantezza o l’originalità. È sorprendente che il libro svolga ancora questa funzione.

Viviamo in un’epoca in cui tutti sanno tutto, o pensano di saperlo. Cosa ha da offrire il libro?

Il lavoro degli editori talvolta consiste nella definizione di una cornice discorsiva, nel dotare i testi di un effetto di chiusura e selezione: perché il libro ha gli angoli, i testi in rete non li hanno. In un certo senso, lei paga per questi angoli e per il peso, anche fisico, che ha l’oggetto; paga per il tempo, non che impiegherà per leggerlo, ma che inconsciamente sta comprando allungandosi la vita; il libro modifica la sua identità di lettrice, persino se lo mette da parte e non lo leggerà mai. Quell’oggetto è stato selezionato, lavorato, ripulito, definito per lei. Non intendo solo la presentazione esterna, l’editore definisce la promessa di contenuto; è qualcuno che non solo e non necessariamente sa più del lettore, ma lo sa prima, e decide di informarlo o sedurlo su alcuni elementi che pensa possano innescare un interesse. Che questa promessa venga mantenuta o meno è un altro discorso.

Lo stesso libro, se pubblicato da un diverso editore assume un’altra identità, quindi. La casa editrice è quella che lei definisce cornice?

Sì, ma non necessariamente. Poiché molte case editrici fanno tante cose diverse, la singola collana o il singolo editor possono avere una propria linea, un gusto identificabile. Una casa editrice può avere molte cornici discorsive al suo interno, e rivolgersi anche a più tipologie di lettori.

Nel 2015, in un articolo su IlLibraio.it ha parlato di “varizzazione” della saggistica e di un possibile futuro per questo settore all’insegna di forme mutevoli, dell’ibridazione dei registri e di scritture di frontiera. Qual è il ritratto della saggistica di oggi?

Si fa sempre più fatica – soprattutto nella saggistica straniera – a pubblicare dei testi molto costosi per l’editore. Si parla di “varizzazione” perché si producono saggi che tendono verso la varia. La differenza fra le due non è netta. In Italia, si potrebbe dire che nella saggistica prevalgono le idee e nella varia i personaggi. All’estero risolvono parlando di non-fiction. Per noi un libro di Alberto Angela si colloca nella varia: la gente lo acquista, pur non conoscendo l’argomento, perché lo ha visto in televisione. Un libro simile in saggistica ha per autore un docente, uno storico, qualcuno sconosciuto ai più. Negli ultimi anni fra i saggi si hanno sempre più apporti che una volta sarebbero stati definiti varia popolare, cioè che lavora su personaggi, temi, bisogni più popolari. La progettazione editoriale deve essere calata nella realtà economica, culturale e sociale, non è slegata dall’economia e dalla cultura di un paese.

Negli ultimi mesi sembra ci sia stata una corsa per accaparrarsi manoscritti di virologi ed epidemiologi. In che modo la pandemia ha influenzato la saggistica? Marsilio come ha interpretato il tempo presente?

Sì, è così, ma stanno vendendo meno di quanto si pensava. Qualcosa in proposito bisognava farlo, e l’abbiamo fatto anche noi, ma non credo che sia uno scenario interessante. Marsilio ha realizzato un instant book di Kucharski sulla matematica della pandemia. Poi è stato necessario ripensare una serie di libri che non possono non tener conto di questa situazione, pur non riguardandola direttamente. Non ci siamo mai fermati, abbiamo pubblicato le cose che andavano pubblicate prima dell’estate perché, nel caso in cui il mercato fosse ripartito, lo avrebbe fatto solo attraverso le novità. La pandemia sarà oggetto di trattamento esclusivo, ci saranno tantissimi libri sul tema, ma probabilmente la gente sarà presto satura.

Ultime domande di rito. Ha dei consigli per i giovani che vorrebbero intraprendere la sua strada?

L’editoria non è più un mondo chiuso come venti o trent’anni fa in cui si entrava per cooptazione. Ora la buona notizia è che non esiste più questa cittadella da difendere, è potenzialmente più semplice accedere. Dopodiché ci sono tantissime case editrici e moltissimi aspiranti; le aziende tendono ad avere meno dipendenti e a creare network di competenze esterne. I master sono utili perché non solo trasferiscono delle competenze ma scremano le vocazioni: permettono di capire di che strada si sta parlando, di che tipo di ruolo si vuole, o si può, occupare in una compagine editoriale. Facilitano la scoperta di questo mondo, che spesso è molto diverso da quel che si immagina.

Cosa non può mancare a un editor?

Curiosità, perseveranza e passione. Deve sapere un po’ di tutto ed essere esperto forse di nulla. Deve avere i piedi ben piantati a terra, essere pragmatico e realista. L’editoria non è un’arte ma un’industria – al limite è un mestiere d’arte –, ed è regolata da logiche socioeconomiche che riguardano il mercato, i consumatori, non delle entità metafisiche, come il lettore con la L maiuscola; un editor deve essere pronto a sporcarsi le mani di grasso come un meccanico, immergendosi nella psicologia degli autori, acquisendo rapidamente competenze sui temi più disparati; infine deve avere la testa per aria per immaginare, pensare, creare.

Ottavio Di Brizzi insegna il processo editoriale nel Master BookTelling. Vedi l’elenco completo dei docenti del Master Professione Editoria e del Master BookTelling Comunicare e vendere contenuti editoriali.

 
 

Elena Gallo, 26 anni, cresce in provincia di Benevento. Dopo la laurea in Filologia Moderna, approda ad Artetetra Edizioni, dove si cimenta nella correzione di bozze. A Milano frequenta un master in editoria affinché alla domanda “Che cosa vuoi fare da grande?” possa rispondere “Vivere di parole”.
Le piacciono i cani, le lunghe giornate primaverili e le serie tv.

About Elena Gallo (Master Professione Editoria)

Elena Gallo, 26 anni, cresce in provincia di Benevento. Dopo la laurea in Filologia Moderna, approda ad Artetetra Edizioni, dove si cimenta nella correzione di bozze. A Milano frequenta un master in editoria affinché alla domanda “Che cosa vuoi fare da grande?” possa rispondere “Vivere di parole”. Le piacciono i cani, le lunghe giornate primaverili e le serie tv.

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