La redazione come il bar di Star Wars, intervista a Massimo Turchetta

Massimo Turchetta, direttore Rizzoli Trade, già Direttore Generale di Mondadori, ha sempre lavorato nel mondo dei libri, occupandosi di tutti i settori del prodotto editoriale: dalla scolastica al libro trade, dalla manualistica universitaria agli illustrati, fino alle testate per l’edicola. “Una grande casa editrice deve essere simile al bar di Guerre Stellari” dice mentre lo intervistiamo alla fiera internazionale dell’editoria Tempo di Libri 2018, “più varietà c’è, più ricchezza ne deriva”.

 

Lei ha iniziato la sua carriera facendo l’editor della scientifica per la Zanichelli. Un campo molto diverso rispetto a quello dove lavora adesso.

Non lo è. Qui faccio di tutto, anche la scientifica. Ma è stato anche il mio inizio, ho cominciato organizzando per Montedison quello che allora si chiamava “Progetto cultura”, e ho avuto l’onore di fare colazione con premi Nobel di ogni disciplina. Sono persino andato a casa di Popper per fargli un’intervista di due ore.

 

È stato importante anche dal punto di vista delle possibilità, immagino.

È stato fantastico. E ha fatto sì che mi conoscessero in Zanichelli: in cui ho potuto far parte della scientifica accademica e della varia scientifica. Da lì il passaggio a Mondadori, e poi a Feltrinelli: ho fatto più o meno tutto quello che si può fare nell’editoria.

 

Se dovesse dare un consiglio ai giovani che sognano di fare mestiere?

Il mio consiglio, onestamente, è quello di non puntare sul lavoro all’interno delle case editrici. Oggi per me è più interessante un giovane che abbia un’esperienza in Netflix, per esempio. Una grande casa editrice, con una squadra editoriale di qualità, deve essere simile al bar di Guerre Stellari: più varietà c’è, più ricchezza ne deriva e soprattutto più riesce a parlare a diversi tipi di pubblici.

 

Come funzionano dei marchi così incisivi quali quelli che lei dirige e coordina?

Se diventano marchi, muoiono. Se rimangono case editrici sopravvivono. L’editoria internazionale è piena di grandi gruppi che hanno trattato come semplici insegne alcune loro case editrici; sul breve periodo hanno avuto un vantaggio a livello dei costi, ma non hanno tenuto sul lungo.

 

Non si tratta piuttosto del concetto di riconoscibilità del marchio?

Le rispondo con un secco sì e no. I marchi di editoria generalista, qui in Italia la Mondadori e la Rizzoli più di ogni altro ma anche la Longanesi e il gruppo Gems, sono in realtà dei marchi talmente larghi che valgono per ogni libro.

 

Qual è il ruolo, secondo lei, di una fiera di libri a Milano?

Deve ancora darselo, è al suo inizio.

 

“Tempo di libri” ha fatto molto discutere l’anno scorso, soprattutto per la decisione di fare concorrenza al Salone del libro di Torino, facendo quasi coincidere queste due manifestazioni

Sono temi politici, anche interni all’Aie, in cui non voglio entrare.

 

Quindi non le chiedo se per lei è stato un passo falso

Che Milano sia la città dell’editoria è fuori ogni dubbio. Probabilmente non è stata una grande idea fare, l’anno scorso, questo scontro di civiltà. Queste fiere sono costose e tutti gli editori non recuperano neanche gli investimenti: bisognerebbe quindi dargli una caratterizzazione più importante ma non mi permetto di consigliare il taglio da dargli.

 

In una sua intervista rilasciata al “Corriere della sera”, lei definiva come “un terreno solido” la base su cui voleva puntare con la Rizzoli. Può spiegarmi il senso di questo termine?

C’è una identità delle case editrici che spesso sfugge: è un’identità profonda che è fatta dal suo catalogo, dalla sua storia, dalle scelte fatte negli anni. Quella della Rizzoli è legata alla non fiction o a personaggi quali la Fallaci e Montanelli. Questa casa editrice ha passato tre anni complicati, tra un’azienda che la voleva vendere e un’azienda che la voleva comprare. Adesso però si riparte da quello che è il suo DNA storico.

 

Che cosa è cambiato con il passaggio della proprietà a Mondadori?

È cambiato tutto e niente. C’è un processo che, tra aziende editoriali, è faticoso perché è come se il Milan comprasse l’Inter: c’è una storica concorrenza.

 

E come fanno a convivere due case editrici che sono sempre state in concorrenza?

Stanno imparando a convivere, ci vuole tempo. I processi sono lunghi per le aziende che fanno altro ma lo sono ancora di più per le aziende editoriali con 70 anni di storia di catalogo alle spalle. Ci si può riuscire, e lo si sta facendo, a patto che si abbiano chiare quali siano le priorità delle diverse case editrici.

 

L’intervista è stata realizzata in occasione dell’incontro “Sfide per un’editoria in movimento” nell’ambito del ciclo “Editoria in progress 2018”.

Leggi le interviste agli altri ospiti:

“Amate i libri”. Intervista a Gianluca Foglia, direttore editoriale di Feltrinelli, di Chiara Alessandra Piscitelli

Carta o e-book? Non importa, contano le storie. Intervista a Riccardo Cavallero di Beatrice D’Anna.

 

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