La lingua italiana è diventata grande. Intervista a Donata Schiannini

“Proprio oggi mi chiama una mia amica e mi dice che ha trovato in un libro una forma sbagliata: chiunque concordato al plurale. Sbagliato? E chi l’ha detto? Qui ho un paio di vocabolari, anche parecchio autorevoli: li guardo entrambi. E, come spesso capita, uno dice una cosa e l’altro dice l’opposto. Chi ha ragione? Tutti e due, dico io”.

L’amica di Donata Schiannini quando è alle prese con un dubbio su come si dica o si scriva qualcosa, ha la fortuna di poter chiamare lei, esperta lessicografa e storica della lingua italiana. O mandarle “un segnalino whatsapp”, come dice Donata, otto decadi di vita alle spalle e l’energia di chi di anni e di momenti difficili ne ha la metà dei suoi. Arriva in bici, risponde a tutte le domande e vuole che le si dia del tu, a dispetto del capello color perla, scherza lei. Chi, però, non ha il contatto whatsapp di Donata potrebbe chiedersi, a questo puntο:

come ci regoliamo quando ci vengono dubbi e le grammatiche e i dizionari finiscono per confonderci le idee?

È molto semplice, in realtà. Basta vedere come la maggior parte dei parlanti di una lingua dice quella cosa: il criterio è sempre l’uso.

L’uso però è spesso in contrasto con le regole che studiamo a scuola. Come si fa? A chi diamo retta?

È la vecchia diatriba tra norma e uso. Irrisolta e irrisolvibile, perché in una lingua ci vogliono entrambi. La norma ci vuole perché ci dà delle dritte, ma se si ostina a non guardare l’uso, perde la battaglia. L’uso vince sempre: è inutile metterglisi contro.

Mi fai un esempio?

Pensa a “lui”. Le grammatiche ancora ai miei tempi dicevano che era errore usarlo come pronome soggetto, al posto di “egli.

Veramente anche a me hanno insegnato così!

Ecco, appunto! Eppure già Manzoni, captando quello che la gente ai suoi tempi diceva, aveva sostituito “egli” con “lui”, per giunta parlando di Dio – e l’aveva pure scritto in minuscolo! – . Si tratta di una scelta espressiva: “lui” era usato per dare enfasi al soggetto (“non volete che riesca a trovar ‘lui’ – Iddio – la soluzione?”). Ora, l’espressività è un’esigenza fortissima della lingua parlata: ecco perché diciamo che l’uso plasma la lingua. La norma deve farsene una ragione.

Ma l’uso come lo misuriamo?

Non esiste un criterio oggettivo, anche se oggi Google aiuta. Certo, la diffusione deve essere ampia perché di un uso si possa decretare la “correttezza”. Se viene innanzitutto “capito” e poi “adoperato” dalla maggioranza dei parlanti italiani, come può non essere italiano?

La spazzatura… posso “scenderla” in cortile o devo per forza “portarla giù”?

Questo è uno dei casi che marcano maggiormente le differenze macroregionali tra nord e sud: un punto di non poco conto, perché riguarda la struttura interna della lingua. Il centro sud usa transitivamente verbi “di norma” intransitivi perché non conosce le “unità linguistiche superiori” come le chiamava De Mauro, cioè quelle formate da due unità minime – verbo e preposizione, per lo più – il cui significato non solo si somma ma si altera: come portar giù, tirar fuori ecc..

Non c’è uniformità, per ora. Questo rende impossibile determinare, a oggi, quale uso linguistico prevarrà. Se ne prevarrà uno solo.

Me ne farò una ragione, allora: la spazzatura la “scendiamo” solo al centro e al sud.

No, aspetta. La spazzatura la puoi “scendere” tranquillamente in tutta Italia, a Bolzano come a Palermo, a Milano come a Genova o a Roma: “scendere” usato transitivamente è italiano a tutti gli effetti.

E perché vale solo per “scendere”?

Grazie ai “bagagli”. Vedi, nelle strutture alberghiere della nazione (e anche estere, in realtà) hanno lavorato soprattutto meridionali per moltissimi anni e proprio da lì, da alberghi di tutta Italia, l’uso di “scendere” qualcosa (all’inizio i “bagagli” dai piani di sopra, appunto) si è esteso a livello nazionale.

Il congiuntivo sta per morire?

Non è vero, sono tutte balle! Si nota oggi più che in passato solo perché il divario tra scritto e parlato si è assottigliato e perciò anche nello scritto il congiuntivo tende a ridursi… Ma si tratta in realtà di un uso linguistico normale: mica devo stare a ripetere che già Manzoni usava l’indicativo per il congiuntivo?!

La lingua sta cambiando più velocemente oggi rispetto al passato?

Certo. La lingua cambia, da sempre e per sempre, finché è viva: è l’uso che la plasma. L’italiano, perciò, anche se è sempre cambiato, da quando è diventato davvero la lingua di un popolo, dopo essere stato per secoli una lingua solo letteraria, ha subito un’accelerazione nei mutamenti linguistici.

In meglio o in peggio?

Rispondo con le parole di Francesco Sabatini – mica l’ultimo arrivato: che il cambiamento sia in meglio o in peggio, lo sceglie ciascuno in base alla propria idea della lingua. Se si ha un’idea conservativa e retorica della lingua, lo si interpreterà in senso peggiorativo.

Io non ho quest’idea, ovviamente.

A proposito di illustri studiosi della lingua; De Mauro dice che “l’Italiano sta bene. Gli italiani un po’ meno”…

Vuol dire che la cultura avrebbe bisogno di migliorare. La densità culturale è ancora bassa. L’italiano ha fatto un salto incredibile, di cui non si hanno altri esempi nella storia: da lingua del 2% della popolazione, in un secolo e mezzo è diventato lo strumento di comunicazione del 98%. Più in forma di così?! Il livello culturale degli italiani, invece, non gode per niente della stessa buona salute, anzi: il nostro livello culturale non è affatto un adeguato sostegno alla lingua.

Quanto si sta inglesizzando la nostra lingua?

E anche qui, non esageriamo! Va bene che il termine straniero più presente in italiano è “okay” (come succede in tantissime altre lingue, del resto), ma non è che per questo la nostra lingua si stia “inglesizzando”! L’italiano ha sempre accolto termini stranieri: francesismi, ispanismi… Il 90 % non sono stati che meteore: entrati e, dopo un po’, spariti.

Ciò a dire che tante parole entrano in una lingua ma poi decadono?

Esatto. La maggior parte. Restano solo se “funzionano”: “ferrovia” è un calco dal tedesco, per esempio, e siccome è più efficace di “strada ferrata” oggi diciamo così. “Reparto uomo” e “reparto donna”, senza il “per”, sono (forse) dei calchi dall’inglese: funzionano e restano.

Possiamo stare tranquilli, perciò, l’italiano non sta diventando “più inglese”.

Una prova? C’è stato un periodo, ai tempi in cui ero giovane, quando il tuo ragazzo sarebbe stato il tuo “boyfriend”… Ecco. Appunto. Ora tu ci ridi.

Posso dire che la tua è stata una vita “dietro ai vocabolari”? Redattrice e poi caporedattrice da Garzanti nel settore dizionari, direttrice per Bruno Mondadori nel settore Opere di consultazione, e ancora, con il tuo studio privato “Lemmàri”, hai realizzato opere lessicografiche ed enciclopediche per DeAgostini, Elemond-Signorelli, RCS-Sansoni, Giunti, Il Sole 24 Ore, Baldini & Castoldi, Touring. Negli ultimi anni hai lavorato all’aggiornamento del Dizionario Garzanti Italiano. Ma come si scelgono le parole da mettere dentro a un vocabolario?

È la cosa più difficile. L’unico vocabolario con una prefazione chiara in proposito è il GRADIT di De Mauro, che elenca tutte le fonti da cui ha preso i termini, e da quelle li ha presi veramente tutti. Ma tranne De Mauro abbiamo lavorato tutti “un po’ così”, scopiazzando a volte dagli altri; di scientifico c’è poco.

Il punto è che ogni parola che corrisponda alle normali strutture di derivazione e funzionamento della lingua ha teoricamente il diritto di entrare nel dizionario.

E quindi “petaloso” ?

È italiano, certo. Risponde al criterio derivativo degli aggettivi in –oso, però non lo scrivo nel dizionario. È un “derivato banale” che, per ragioni di spazio, evito di mettere nel dizionario, tanto lo capisce chiunque. “Camminabile”, per esempio, l’avrà mai detto qualcuno?! Non so, ma è italiano. “Camminibile” no. Voglio dire, non è che le parole, se non sono sul dizionario, vuol dire che non esistano! Anzi, le cosiddette “parole che non esistono”, esistono, nel momento stesso in cui le si pensa e le si usa, magari proporio per dire che non esistono.

Carta e digitale nei dizionari. Come integriamo le due forme?

I dizionari sono nati sulla carta e hanno sempre sofferto per problemi di spazio. Mettiamoci che in Italia oltre ad avere già 100000 lemmi su un vocabolario “tipo” (il doppio rispetto a Francia e Inghilterra), alcuni editori hanno pure la “mania” di aggiungere lemmi su lemmi a ogni edizione: DeAgostini chiede 500 neologismi all’anno! A parte che non ci sono tutte queste parole nuove all’anno, ma poi comunque, mica posso mandare via le parole vecchie per fare posto a quelle nuove. E allora si è cominciata a usare per i dizionari una carta via via più sottile, sennò venivano mattoni di mezzo metro.

Il digitale, allora, risolve parecchi problemi di spazio e di rapidità di aggiornamento.

Certo. E poi permette di fare ricerche più immediate, per filtri specifici (per etimologia, per esempio), si possono ascoltare le pronunce: noi del mio studio abbiamo dovuto controllare quelle del Garzanti (110000 pronunce da ascoltare per vedere se fossero giuste o meno)… E ovviamente si possono agevolmente inserire parole nuove, senza spaginare tutto, parole che si sono dimenticate nella precedente versione, o in quella cartacea. Ma per lo più gli attuali dizionari digitali non sono che versioni digitalizzate dei cartacei, e viceversa: gli aggiornamenti in digitale, magari più frequenti, vanno sempre poi a finire nei dizionari cartacei.

Qual è l’attività che ti è piaciuta di più nella tua lunga esperienza lavorativa – e non parlo solo dei dizionari, ma anche delle enciclopedie o della scolastica, delle Grammatiche di cui sei stata autrice o coautrice?

I tagli. Quanto è bello tagliare?! Molte volte autori anche importantissimi mandavano testi che erano il doppio di quello che avevamo chiesto: e allora si interveniva con i tagli. Poi richiamavamo i grandi esperti per domandare se la nuova versione gli andava bene, perché altrimenti avremmo subito provveduto… a cancellare la loro firma! Ma non ce n’è mai stato bisogno, anzi. Ci ringraziavano per il “nuovo testo”. E poi sì, cassare quella riga in più dà anche un certo senso di potere che… Per carità, io non ho mai avuto, però…

Parliamo allora della Scuola di Editoria di Milano. Quando hai partecipato alla sua fondazione, nel 1988, ti aspettavi che avrebbe avuto tanto successo?

Sapevamo che avrebbe risposto all’esigenza della “fretta” che stava travolgendo il settore editoriale: gli editori non avevano più tempo di insegnare ai giovani, come invece succedeva ai miei tempi. Io ho avuto una caporedattrice in Garzanti che mi ha insegnato il lavoro sul campo; dopo pochi anni non si poteva più perdere tempo così: ma qualcuno doveva pur formarli, i giovani. L’abbiamo fatto noi, con la nostra scuola. Però no, non mi aspettavo che avrebbe poi avuto tanto successo e si sarebbe trasformata in un master di II livello dell’Università Cattolica e tutto quello che ne è seguito.

Ogni anno metti in palio una borsa di studio di 1500 euro per uno degli studenti più meritevoli del Master in Professione editoria. Perché continuare a scommettere sui giovani che vogliono buttarsi in questo mondo?

In realtà si tratta di due cose diverse. Scommettere sui giovani l’ho fatto tanto tempo fa, quando ho fondato questa scuola, e poi insegnandoci per tanti anni.

 

E allora perché la borsa di studio?

Per ricordare mio figlio, Marco Berrini, morto a 44 anni. Non faceva il mio mestiere, però scriveva: era uno sceneggiatore – di fumetti, di documentari, di film. Era uno di quelli che mi facevano le domande sulla scrittura, domande che mi facevano pensare. Ecco il perché della borsa di studio: avevo bisogno di continuare a ricordarlo.

L’ho fatto anche con il mio libro Come lo scrivo?. Se guardi, nella seconda parte c’è una dedica a lui.

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