La cultura è pop, e deve stare in mezzo alla gente. Il caso Libreriamo

Libreriamo è una delle più importanti piazze digitali italiane per chi ama leggere e scrivere, la prima digital media community italiana dedicata a coloro che credono nella forza della cultura, ma non solo: è anche la dimostrazione di come i nuovi mezzi di comunicazione possano essere sfruttati in modo virtuoso per avvicinare la cultura alle persone, e viceversa. Per dirlo con le parole di Saro Trovato, che di Libreriamo è fondatore e direttore: “I libri non devono essere un bene elitario, ma devono diventare popolari, stare in mezzo alla gente”.

Per chi ancora non vi conosce: come è nata l’idea del progetto Libreriamo?

Ero in macchina e stavo ascoltando la radio, quando qualcosa ha attirato la mia attenzione: lo speaker dava notizia che, secondo i dati dell’ISTAT, solo quattro italiani su dieci leggono almeno un libro all’anno. Era il 2012 e da qui è nata l’idea di Libreriamo, un tentativo di rendere la lettura più pop, vicina alla gente, accattivante, il tutto attraverso un linguaggio innovativo, moderno e attuale che, sfruttando le potenzialità dei social e del Web, potesse raggiungere sempre più persone per dimostrare loro che il libro non è qualcosa di superato e avulso dalla realtà, ma un piacere alla portata di tutti.

Farsi conoscere come realtà indipendente non deve essere stato facile.

No, infatti. All’inizio in molti ci guardavano con scetticismo, tra questi anche alcuni editori. A sorpresa, invece, i nostri primi sostenitori sono stati i critici letterari. Abbiamo trovato grande supporto da parte di molti, un nome su tutti Bruno Luverà, responsabile della rubrica del TG1 Billy il vizio di leggere. Grazie all’uso che abbiamo fatto fin dall’inizio dei canali social, siamo a poco a poco cresciuti, è aumentato il numero dei lettori sul sito e dei followers sulle diverse pagine, in particolare su Facebook. Da quel momento in poi è stato tutto un susseguirsi di iniziative editoriali, nel tentativo di mantenere alta l’attenzione sia sui social che a livello di contenuti sul sito, per continuare ad attirare nuovi utenti e fidelizzare chi già ci seguiva.

Poi l’avventura di Libreriamo Publishing, la prima casa editrice in Italia a realizzare libri in crowdsourcing. Può parlarci di questa iniziativa?

Abbiamo chiesto alla nostra community di inviarci i propri racconti per poi farne delle antologie monotematiche su argomenti che ci sembravano stimolanti e di interesse sociale. Il primo volume pubblicato è stato il Pendolibro, nel 2013, una raccolta di racconti, veri o di fantasia, sulle esperienze dei pendolari italiani, con la prefazione di Paolo di Paolo, scrittore e collaboratore di “Repubblica”, per la prima edizione e di Gian Antonio Stella del “Corriere della Sera” per la seconda. L’iniziativa ha avuto molto successo, tanto che le sono stati dedicati articoli su vari quotidiani nazionali, e ha inoltre contribuito a stimolare il dibattito sul fenomeno del pendolarismo in Italia, sul quale hanno scritto in molti, traendo spunto anche dai racconti usati per la realizzazione del libro.

L’ultimo ebook nel 2014, riprenderete questo tipo di pubblicazioni?

Sì, nel 2014 abbiamo pubblicato un terzo ebook: L’intimo delle donne. Il tema del libro è la violenza di genere, e anche in questo caso abbiamo chiesto alle donne italiane di inviarci i propri racconti, allo scopo di sensibilizzare su una tematica così importante e, purtroppo, ancora attuale. Per la prefazione abbiamo coinvolto la giornalista e scrittrice Francesca Barra, la direttrice di “Donna Moderna” Annalisa Monfreda e la giornalista del “Corriere della Sera” Luisa Pronzato. Abbiamo intenzione di riprendere questo tipo di pubblicazioni realizzate attraverso il contributo degli utenti, ma vorremmo insistere ancor più sul concetto di condivisione, realizzando una piattaforma specifica accessibile a scrittori professionisti o a chiunque abbia una storia da raccontare e sogni di veder pubblicato il proprio racconto o il proprio libro. Al momento questo spazio non è ancora pronto, ma ci stiamo lavorando.

Nascendo come “piazza digitale”, per voi i social network sono un mezzo di comunicazione fondamentale. Cosa rispondete a chi sostiene che siano invece una delle cause della disaffezione, soprattutto tra i più giovani, alla lettura e, in generale, alla cultura?

Come per tutti i mezzi, anche per i social non c’è buono o cattivo assoluto, ciò che li identifica e fa la differenza è il modo in cui vengono usati. Se prendiamo come esempio Facebook, all’inizio era visto con molta diffidenza; si pensava fosse un mezzo attraverso cui condividere solo contenuti futili o superficiali, potenzialmente virali perché appartenenti alla sfera del ridicolo, del demenziale o del gossip. Noi invece, insieme ad altre pagine, siamo la dimostrazione che attraverso contenuti di qualità, legati alla cultura e all’attualità, e tenendo sempre bene in mente il legame con il vissuto delle persone, si può avere successo e avere un certo seguito. Abbiamo una community che conta quasi un milione di utenti, di cui circa l’80% sono donne, abbiamo quindi puntato molto sull’emozionalità e sul romanticismo. Abbiamo scelto i social per diffondere contenuti culturali di qualità, legati a citazioni di libri o di personaggi importanti, stimolando la curiosità e la ricerca e creando engagement, portando i nostri lettori a fidarsi di noi e dei nostri contenuti. Questo sforzo è stato ripagato: in occasione dell’anniversario dei dieci anni di Facebook in Italia, Forbes ci ha inserito tra le 50 pagine Facebook più influenti. In particolare, siamo stati inseriti all’interno del gruppo dei dieci Gamechanger, cioè tra coloro che, attraverso la propria attività, si sono impegnati a “cambiare le regole del gioco”, traducendo letteralmente.

I social sono però anche il veicolo principale per la diffusione delle fake news, un problema serio soprattutto in periodi di crisi e di emergenza, come quello appena passato…

In periodi delicati e difficili, lo abbiamo visto durante l’emergenza Coronavirus, si verifica in effetti un proliferare sempre maggiore di contenuti creati da soggetti che, sfruttando l’emotività delle persone e il momento di panico e incertezza, puntano sull’allarmismo più che sul fornire un servizio. Noi, nel nostro piccolo, cerchiamo di contrastare questo fenomeno. Mi torna in mente ciò che è successo con Sepúlveda, quando all’inizio si rincorrevano le voci sull’aggravarsi delle sue condizioni, e poi si è scoperto che non era vero e la fonte è stata smentita. Noi, in quell’occasione, abbiamo aspettato fonti spagnole vicine alla zona dove era ricoverato, abbiamo atteso che ci fossero notizie certe per dare poi eventualmente comunicazione di come si stesse evolvendo la sua situazione. Penso che questo, da parte nostra, sia un dovere civico. Fare informazione non significa solo collezionare clic per generare traffico sul proprio sito, ma consiste in primis nel fornire un servizio al pubblico e instaurare un rapporto di fiducia con esso.

Come si combatte questo fenomeno?

Ci si deve muovere su un binario parallelo: da una parte ci sono la sensibilità e il senso critico che il lettore deve sviluppare, partendo dal presupposto che la vastità di informazioni che il Web mette a disposizione non è sempre autorevole e verificata e, dall’altra, la sensibilità sia delle piattaforme che diffondono i contenuti sia degli editori stessi, che devono comunque muoversi entro certe regole per poter portare avanti questo tipo di attività. Dovrebbe poi esserci l’impegno degli stessi organi che gestiscono e permettono la pubblicazione di questi contenuti sul Web e sui social nel monitorare e bloccare all’origine quelle “realtà editoriali” che puntano sull’allarmismo e sul sensazionalismo per attirare visitatori. Noi possiamo consigliare, sia ai colleghi sia alle persone in generale che si trovano a gestire o ricercare informazioni sul Web, di affidarsi a fonti autorevoli e verificare sempre ciò che viene letto, confrontandolo con quanto viene pubblicato da altre testate, sia italiane che internazionali, non fermandosi al primo link o alla prima notizia ma sforzandosi di approfondire attraverso la lettura e la ricerca, in modo da imparare a interpretare la realtà e a distinguere ciò che è vero da ciò che è falso.

 Rimanendo in tema di digitale, questo ha senz’altro giocato un ruolo fondamentale durante il lockdown, in quanto unico mezzo per lavorare, seguire le lezioni, comunicare con il mondo esterno, accedere a notizie, libri, film… cosa ci rimarrà di questa “riscoperta”?

Il lockdown ha portato a una rivalutazione del mezzo digitale e ci ha fatto all’improvviso rendere conto di qualcosa di molto importante, che fino a ora era stato forse ignorato: in Italia la rete digitale e i supporti tecnologici non sono a disposizione di tutti i cittadini in egual misura. Bisogna prendere provvedimenti per supplire a questa mancanza. È incredibile che oggi esistano ancora zone non coperte dal segnale internet, per cui molti non hanno la possibilità di accedere a tutto ciò che riguarda le opportunità messe a disposizione dal digitale, e questo acquista un peso evidente se si pensa alla DAD, la didattica a distanza, di cui molti bambini non hanno potuto usufruire durante i mesi di chiusura delle scuole. Questo è senz’altro qualcosa da tenere in considerazione e da risolvere. Ma è emerso anche qualcosa di molto positivo: la grande potenzialità del mezzo digitale che, se sfruttato nel modo giusto, può davvero permettere l’accesso alla cultura a chiunque lo desideri. Abbiamo visto come sia possibile visitare mostre, musei, assistere a eventi culturali di ogni tipo attraverso uno schermo, seduti nel nostro salotto. Questo significa che chiunque, anche coloro che non possono fisicamente accedere a certi tipi di servizi, o che non hanno le possibilità economiche o il tempo a disposizione per recarsi nelle grandi città a visitare una mostra o ad assistere a un concerto, può avere la possibilità di accedere in ogni momento a contenuti culturali. Penso che questo sia un passo importante verso una democratizzazione della cultura, che come sosteniamo da sempre, deve essere portata tra le persone e non rimanere appannaggio di determinate “élite”.

In conclusione, quale pensa che sarà il ruolo della cultura nella ricostruzione dell’Italia post-coronavirus? Cosa si sente di dire a un ragazzo interessato a lavorare in questo settore?

Mi viene in mente un’intervista che abbiamo fatto a Elisabetta Sgarbi qualche settimana fa in cui sottolineava come dai periodi di crisi emergano sempre le menti più creative e le idee più originali. Il nostro messaggio è quello di non lasciarsi scoraggiare dal periodo di crisi e dal discorso economico intorno al mondo dell’editoria, che comunque già non navigava in splendide acque. È vero che con l’epidemia e il lockdown la crisi si è ulteriormente aggravata, e oggi sono molte le associazioni come l’AIE o altre realtà istituzionali che stanno cercando di chiedere al governo centrale fondi e iniziative volte a riguadagnare il prima possibile il terreno perduto. Comunque, ciò che ci sentiamo di dire come Libreriamo riprende quello che è sempre stato un po’ il nostro motto, e cioè che con la cultura si può mangiare.

Questa è una frase che ritorna spesso, ma si può davvero?

Si può, ma dobbiamo lavorare per favorire lo sviluppo di tutta la filiera culturale, stimolando la sinergia e la collaborazione sia tra espressioni artistiche differenti sia tra settori diversi dell’economia. Abbiamo la fortuna di vivere in uno dei Paesi, forse il Paese, con il più grande patrimonio artistico e culturale a livello mondiale: sfruttiamolo per ripartire. Quello che ci sentiamo di dire ai giovani, che sicuramente possono sentirsi oggi più che mai demotivati, spaventati dal fatto che il settore sia in crisi e le prospettive economiche non siano tra le più rosee, è che sì, ci saranno i sacrifici, ci saranno le rinunce, ma se si ha passione per qualcosa, che siano i libri, la fotografia, l’arte in genere, e se si fa qualcosa che si ama, allora si è già a metà strada verso la gratificazione e la realizzazione personale e, andando avanti, quella passione contagerà altri e gli sforzi fatti daranno i propri frutti, anche da un punto di vista economico.

Cecilia Mastrogiovanni nasce il 23 maggio del 1992 a Imperia. Terminato il liceo linguistico, si iscrive alla facoltà di Mediazione interlinguistica e poi alla magistrale in Traduzione e interpretariato. Ha vissuto in Russia, Spagna, Messico e Australia. Le sue grandi passioni sono le lingue e i libri e sogna, un giorno, di trasformarle nel suo lavoro.

About Cecilia Mastrogiovanni (Master Professione Editoria)

Cecilia Mastrogiovanni nasce il 23 maggio del 1992 a Imperia. Terminato il liceo linguistico, si iscrive alla facoltà di Mediazione interlinguistica e poi alla magistrale in Traduzione e interpretariato. Ha vissuto in Russia, Spagna, Messico e Australia. Le sue grandi passioni sono le lingue e i libri e sogna, un giorno, di trasformarle nel suo lavoro.

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