Stefano Izzo (Rizzoli): “Diventare editor? Tanta passione e un pizzico di fortuna”

Stefano Izzo editor Rizzoli

In occasione del primo incontro di Editoria in progress, “Il mestiere dell’editor. L’arte di saper scegliere”, abbiamo incontrato Stefano Izzo, editor della narrativa italiana Rizzoli.
Poco prima dell’inizio dell’evento ho avuto la possibilità di intervistare Stefano che, dimostrando di essere non solo un grande professionista, ma anche una persona disponibile e alla mano, ha risposto alle mie domande su un lavoro tanto affascinante e ambito, quanto complesso e articolato.

Quale percorso formativo e professionale ti ha portato a diventare editor di una realtà editoriale importante come Rizzoli?

Ho studiato Lettere all’Università di Firenze e lì, almeno all’epoca, non esistevano né Master né corsi specifici di editoria. Avevo un sogno molto vago e una passione folle, anche un po’ feticistica: volevo lavorare intorno ai libri, sui libri e coi libri. Non sapevo, però, cosa questo significasse o come fosse organizzata al suo interno una casa editrice. Nel frattempo leggevo come un matto e soprattutto affrontavo alcuni esami di letteratura “contemporaneissima”, che mi hanno dato una certa consapevolezza di quali fossero state le ultime tendenze editoriali. Poi posso dire di aver avuto la fortuna dalla mia parte, in almeno due occasioni. Mi è capitato infatti di incontrare una persona, che risponde al nome di Stefano Magagnoli e che all’epoca ricopriva un ruolo di responsabilità in Mondadori. L’ho conosciuto per caso e credo di essergli piaciuto a pelle, perché non avevo nessun tipo di esperienza né alcun curriculum da vantare. Lui mi ha dato la possibilità di fare una prova di traduzione, e questo è stato il mio primo contatto con il mondo editoriale e il mio primo colpo di fortuna. Il secondo è arrivato quando, dopo avergli consegnato la mia traduzione (non particolarmente brillante, con le lingue non sono un genio…), lui mi ha detto “Lascia perdere la prova di traduzione”. La cosa sul momento mi ha spaventato tantissimo perché temevo significasse “Lascia perdere l’editoria”, e invece poi ha aggiunto: “Perché sto cambiando azienda, vado a lavorare in Rizzoli e mi occuperò anche di narrativa italiana”, che era esattamente l’ambito che mi interessava di più. Da quel momento ho iniziato una lunga e preziosa gavetta redazionale.

Com’è cambiato il ruolo dell’editor negli ultimi dieci anni, con l’avvento della lettura digitale e di fenomeni sempre più pervasivi come il self publishing?

Buona domanda. È cambiato, ma non tanto quanto si potrebbe pensare. Dal punto di vista delle competenze ancora oggi, persino all’interno di case editrici molto grandi e molto strutturate, chi si occupa del digitale non è il reparto editoriale. Per questo motivo io non mi occupo direttamente di progetti digitali, della conversione dei testi in e-book o di strategie legate alla produzione di contenuti extra. Ciononostante la nostra professione è cambiata perché, dovendoci interfacciare con nuove professionalità, cerchiamo di pensare il prodotto libro anche in funzione del modo in cui loro dovranno lavorare. L’aspetto interessante della figura dell’editor, secondo me, è il fatto che essa sembri statica, ma in realtà sia un po’ anfibia e assorba molto anche da altri settori, pur con le sue lentezze e rigidità. Per questo motivo, così come parecchi anni fa gli editor di allora hanno dovuto imparare il linguaggio del marketing, che entrava prepotentemente nel mondo dell’editoria e oggi viene dato quasi per scontato, gli editor di oggi e di domani impareranno a confrontarsi con il linguaggio del digitale.
La mia impressione è che in futuro a occuparsi di editoria libraria e di editoria digitale sarà la stessa figura, ma questo processo di fusione, che qualche anno fa immaginavo molto più rapido, per adesso mi sembra lentissimo. Non so quale sia esattamente il motivo, probabilmente è legato al fatto che i risultati del mercato digitale non sono poi così sbalorditivi come ci si aspettava.
Per quanto riguarda il lavoro editoriale nello specifico, la rete ha portato un grosso cambiamento soprattutto sul fronte dello scouting, nel senso che si ha a disposizione un canale nuovo attraverso il quale è possibile scovare qualcosa di interessante. Dal self publishing non è arrivato tantissimo a livello italiano, anche perché si tratta di un serbatoio di testi talmente enorme e talmente indistinto che trovare la perla nascosta, se c’è, è veramente come trovare l’ago in un pagliaio. Si continua comunque a cercare, soprattutto su piattaforme come Wattpad. L’editoria è molto conservatrice, quindi fa sempre un po’ fatica a inseguire il nuovo, ma lo fa, anche se alla sua velocità.

Nel tuo lavoro ti capiterà di confrontarti con opere di autori già affermati, ma anche con manoscritti inviati da esordienti. In che modo cambia il tuo approccio all’editing del testo?

Cambia tantissimo, soprattutto da un punto di vista psicologico. Il grande autore ha una consapevolezza maggiore della sua scrittura e quindi ha anche meno necessità di interventi massicci. D’altro canto, però, è un po’ più restio ai cambiamenti, bisogna lavorare per guadagnarsi la sua fiducia e far capire che c’è una comunità d’intenti, trovare una strada molto condivisa e avere una certa sensibilità nel proporre alcuni interventi e nel capire quali, invece, bisogna cercare di evitare. Ci viene incontro il fatto che molto spesso c’è una conoscenza pregressa e anche una lettura dei testi precedenti, per cui l’editor conosce già la poetica e le preferenze dell’autore e chiaramente non va ad alterare il suo stile.
Con l’autore esordiente si fa un percorso più affascinante perché si parte praticamente da zero, quindi serve più caring fin da subito e c’è anche una partecipazione emotiva da entrambe le parti più intensa, che ti arricchisce molto come persona. È chiaro che, in questo caso, è un po’ più facile, se necessario, alzare la voce e cercare di guidare di più gli autori, che spesso comunque si affidano all’editor perché sono in una fase della maturazione della loro scrittura in cui viene più naturale cercare un appoggio.
Per quanto riguarda il lavoro sui testi  non ho una vera risposta, perché sono tutti talmente diversi che non c’è una casistica.

Tu ti occupi dei corsi di Editing presso la scuola Belleville di Milano. Quale consiglio ti sentiresti di dare agli aspiranti editor?

Durante l’ultimo corso sono arrivato alla prima lezione pensando di affrontare un certo argomento e poi, senza essermene reso conto, ne ho affrontato un altro e mi pare di aver parlato per due ore di “fame” e passione. Penso che chi vuole fare questo mestiere la passione ce l’abbia di sicuro, la “fame” non sempre, però spesso sì. Bisogna nutrirle tanto e andare incontro alle occasioni.
Uno dei consigli che do spesso a chi vuole fare questo mestiere è quello di avvicinare gli editor o i vari funzionari delle case editrici, perché noi abbiamo un nome e un cognome, siamo tutti reperibili su Facebook, andiamo alle presentazioni dei nostri libri, andiamo alle fiere o partecipiamo a incontri come questo. Siamo avvicinabili, siamo umani, non mordiamo e, dato che spesso la selezione non avviene attraverso i curricula o altri meccanismi un po’ automatici che funzionano per altri settori, abbiamo bisogno di valutare il fattore umano, conoscere la persona che abbiamo di fronte, capirla, capire quali letture affronta. Come raccontavo prima, la persona che mi ha scelto non sapeva niente di me, ma ha capito che avevo letto tutti i libri usciti negli ultimi quindici anni e avevo imparato a costruire un minimo di ragionamento intorno a quello che leggevo. Il mestiere si impara, ma l’attaccamento al libro dev’esserci, anche perché è un lavoro che regala tante gioie, ma anche tante insoddisfazioni, tante frustrazioni, tanta fatica e non fa arricchire nessuno. Senza la “fame” e la passione non si potrebbe resistere neanche per un mese, non è un lavoro che puoi fare se non ti piace da morire.
Quello dell’editor è un lavoro che richiede di lavorare parecchio anche su se stessi, di continuare ad acquisire competenze, di imparare ad affrontare la fatica, di raffinare la psicologia per riuscire a rapportarsi con autori e colleghi.
Naturalmente è un mestiere che ha anche tanti lati positivi, come l’appagamento che si prova nel sapere di aver contribuito a plasmare un testo, nel salire su una metropolitana e vedere che qualcuno ha scelto di leggere un libro su cui tu hai lavorato fin da quando ancora non esisteva, nel sapere che uno dei tuoi libri ha vinto un premio letterario.  Non a caso dico “tuoi libri”: anche se in realtà nessuno è veramente mio nel senso stretto del termine, lo sono tutti in qualche misura.

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