Intervista a Silver: alle origini di Lupo Alberto… e molto altro

Tra i massimi autori italiani del fumetto umoristico, attivo dal 1975, Silver ci svela com’è nato il suo personaggio più famoso e come vede il panorama attuale del fumetto italiano, tra autori finalisti al Premio Strega, successi nati sul web, vecchi e nuovi canali di vendita…

images (1)Può raccontarci qualcosa sull’origine di Lupo Alberto e dei personaggi della fattoria McKenzie?

È iniziato tutto quando ero un adolescente. Avevo la passione per il disegno e per il racconto, per la narrazione. Da dilettante giocavo a fare i fumetti, spesso copiando dagli autori che mi piacevano, come Schulz, il creatore dei Peanuts. Nel 1965 uscì Linus, che pubblicava il meglio della produzione mondiale a strisce umoristiche. Leggendolo mi sono appassionato e ho iniziato a coltivare questa mia passione, come un gioco.

C’è stata una molla, qualcosa che le ha fatto dire: ecco io voglio fare questo?18491521_1762009647445538_2621926381757162391_o

Di solito quel momento è la prima volta che ti pubblicano, quando trovi un editore che dice: ok mi piacciono le tue cose. Questo mi è successo nel 1974, quando avevo già prodotto le prime strisce di Lupo Alberto, in modo rozzo. Giancarlo Francescone, Il direttore del “Corriere dei ragazzi”, che per me era un punto di riferimento dato che pubblicava grandi autori come Castelli, Pratt, Bonvi ecc, mi disse: mi piacciono queste strisce, fammene ancora. Mi sono sentito investito quasi di un compito divino. Ecco, direi che tutto è cominciato da lì. Quello che è venuto dopo è stata una escalation, tra alti e bassi.

È noto che, prima della sua dipartita, Bonvi le ha donato uno dei personaggi più caratteristici ed iconici del fumetto italiano: Cattivik. Come è riuscito a gestire un’eredità del genere? E soprattutto, come ha personalizzato il personaggio, cosa ha tolto e cosa ha dato all’eredità di Bonvi?

Tra i personaggi di Bonvi penso che Cattivik fosse il migliore. Credo di avergli tolto un certo provincialismo, non perché Bonvi fosse provinciale, ma perché il personaggio era nato per un giornale studentesco di Modena ed era ambientato proprio lì, sotto i portici, e prendeva di mira i personaggi locali, come il “Solitomino”. L’ho tolto dalla città di provincia e l’ho inserito in una metropoli. Le storie poi le ho fatte io, quindi alla maniera di Silver.

Un’ultima domanda, di carattere personale, sul tema Cattivik: si pronuncia Càttivik, Cattìvik o Cattivìk?

Per questo personaggio, Bonvi si ispirò a Diabolik, per cui si dovrebbe dire allo stesso modo. Altrimenti alla francese, un po’ più esotico. Sicuramente non Càttivik.

Una domanda di carattere più generale: negli ultimi tempi si è parlato molto di satira, soprattutto riguardo alle vignette di “Charlie Hebdo”. Quale è la situazione nel mondo e in Italia della satira? Come viene recepita?

Credo molto superficialmente. Dopo i fasti de “Il Male” e di esperimenti di questo genere, la satira è diventata una sorta di recinto in cui si esercitano degli autori che in qualche modo, che gli piaccia o no, sono sempre funzionali a questo o quel gruppo di potere. Non perché ci siano censure ma perché la satira è un qualcosa che viene visto con sospetto, soprattutto la satira vera. Ci si esercita in cose come le caricature, che fanno ancora ridere il grosso pubblico. Ma la satira vera e propria ha pochissimi autori in questo momento in Italia. L’ultima satira vera l’abbiamo vista appunto su Il Male.ilmale19121979

Ultimamente i canali di vendita del fumetto stanno subendo una netta trasformazione. Le fumetterie si stanno evolvendo sempre di più verso luoghi di incontro prima che di vendita; le case editrici che tradizionalmente erano legate al canale delle edicole, come la Bonelli, stanno invece aprendo alla distribuzione in fumetteria (ad esempio con la riedizione in cartonato dei classici delle proprie edizioni). Lei come autore cosa ne pensa? Lo si può interpretare come sintomo di una età dell’oro per la vendita dei fumetti?

Sull’età dell’oro, per quanto me lo auguri, ho parecchi dubbi. Nel corso del tempo ci sono stati tanti mezzi di comunicazione che si sono proposti e imposti. Il fumetto ora è una cosa di nicchia. Ma questo non può impedire che possa avere uno sviluppo e lo sta di fatto avendo. Da questo punto di vista non credo moltissimo negli e-book e alla diffusione on line del fumetto, perché la gente vuole ancora comprarli e collezionarli su carta per averli sulla libreria. Non dico che sia una cosa fallimentare ma serve ancora parecchio tempo per farla affermare.

Da questo punto di vista cosa ne pensa di autori che, come Labadessa, Daniel Cuello o Zerocalcare, sono stati conosciuti prima sul digitale?

Il digitale è un ottimo strumento per farsi conoscere, però è un pessimo strumento per vendere, è un pessimo canale di vendita. Zerocalcare è un fenomeno di mercato ma sempre sulla carta stampata. Gli editori se lo contendono non certo per venderlo online. Il vero fattore importante del digitale sta nel rapporto diretto con i lettori.

Può parlarci de Il Lupo, il suo nuovo progetto che uscirà a giugno per Panini Comics?

Sarà una rivista, appunto bimestrale, che infrangerà molti tabù del mondo del fumetto. Si parlerà di sesso, serie tv, web, morte, omosessualità, terrorismo… tutti temi da cui gli editori e, di conseguenza, gli autori umoristici si tengono abbastanza alla larga per non urtare la sensibilità. È un progetto abbastanza coraggioso, non tanto da parte mia che queste cose le ho sempre fatte, quanto dalla parte dell’editore che mi segue e mi supporta in questo progetto. Ci sarà una grossa distribuzione, soprattutto in occasione di fiere e convention; un aspetto di queste manifestazioni che trovo molto efficace.

Cosa ne pensa del fatto che i graphic novel, sebbene siano fumetti, in quanto romanzi grafici, abbiano un trattamento editoriale spesso molto distante dai fumetti tradizionali, in termini di pubblicizzazione, di distribuzione e di impatto sul pubblico? Le sembra che i fumetti vengano ancora erroneamente etichettati come prodotto “infantile”?

Il mio parere è che si va sempre per scie, per mode. Hanno iniziato gli americani, con il padre del graphic novel, Will Eisner, seguito a ruota da Spiegelman, che affrontarono temi che poi tutti gli altri hanno voluto seguire; hanno seguito la scia. Temi come reportage di guerra, diari di vite disperate. Forse anche per la confezione grafica e per la corposità è un prodotto che si è pensato essere più adatto a un pubblico maturo e si è cercato, si sta ancora cercando, nel modo sbagliato, di far diventare il graphic novel la stessa cosa del romanzo scritto, ma sono due cose diverse. Una è scrittura e l’altra è fumetto. Siamo di fronte a un complesso di inferiorità rispetto al romanzo scritto per cui cerchiamo di sentirci scrittori, autori. “Guarda che non faccio solo disegnini, so anche scrivere e dire cose profonde.” Lo trovo molto provinciale. Dovremmo essere orgogliosi di fare un mestiere che ha pari dignità della scrittura.

Pensa che ci sia un’incrinatura su questo fatto con Zerocalcare e Gipi che arrivano alle finali del premio Strega?

Sì c’è stata un’incrinatura. Per qualcuno c’è stato un moto di scandalo. Ma non dobbiamo rapportarci a questa cosa come scrittori di serie b. Da un certo punto di vista è stato un fatto positivo, ma dall’altro anche abbastanza umiliante. Cercare di affermarsi a un premio letterario. Credo che ci si debba liberare nettamente di questo complesso di inferiorità. Quello che Spiegelman ha fatto sul nazismo con Maus, ha la stessa forza e lo stesso impatto che, per me, ha avuto Se questo è un uomo di Levi, però è un fumetto. C’è ancora questo sentimento per cui i fumetti siano per ragazzini, un pubblico poco acculturato. Basta con l’inferiorità.

Crede che il “Corriere dei ragazzi” abbia dato man forte all’idea che il fumetto sia destinato ad un pubblico infantile?

Non parlo di fasce di età, ma di pubblico con poca cultura. Il Corriere dei ragazzi aveva degli scrittori di grande rilievo, come Hugo Pratt e Mino Milani, che non mi risultano secondi a nessuno da questo punto di vista.

Cosa ha da dire alle nuove leve fumettistiche per poter progredire come artisti? Ci sono metodi che consiglia maggiormente rispetto ad altri?

Sì, di sgombrare il campo dal ritenere che ci siano trucchi del mestiere. Scorciatoie non ci sono. A me piace curare maggiormente la parte letteraria, i dialoghi, i contenuti, più che il disegno, e mi piacciono gli autori che fanno altrettanto. Ci sono da qualche decennio moltissime scuole in Italia che stanno facendo un ottimo lavoro ma che curano troppo l’aspetto esteriore, tecnico: dei geni ad usare Photoshop, ma poi rimani deluso dalla storia. Secondo me in queste scuole non si cura abbastanza quello che si racconta. Abbiamo visto una schiera di cose fantasy perché andavano di moda e allora si faceva a gara a fare il guerriero più truce degli altri ecc. però trovo questo molto noioso. La parte di sceneggiatura viene trascurata. Se sei bravo con Photoshop fa figo, fai begli effetti. Ma se sei bravo con la sceneggiatura, anche se non ha lo stesso effetto immediato, poi il risultato è migliore. Io alle nuove leve direi di leggere molto e di guardarsi molto intorno, di viaggiare, in senso assoluto, se ne hanno la possibilità. Di andare in posti dove il fumetto e l’animazione sono più importanti e considerati, come a Los Angeles, e vedere come nascono le grandi produzioni. Soprattutto vedere cosa fanno gli altri e come lo fanno.

Ultima domanda: in rapporto alla sua esperienza editoriale e personale, quali sono i pregi e i difetti dell’editoria italiana attuale?

Non voglio piangere il morto ma una scena così… Pregi ce ne sono tanti. Editori che fanno cose belle e coraggiose ce ne sono tante. Ma credo che il settore sia ben lontano dal potersi risollevare in tempi brevi. Tolti i grandi gruppi rimane ben poco. Ci sono editori coraggiosi e belle produzioni che però a volte si perdono nel mare delle poche decine di copie che passano inosservate. La rete spesso promuove o auto promuove con delle creazioni che sono un po’ zoppicanti e magari qualcuno si accontenta di avere quei 50-100 che lo seguono e gli dicono quanto è bravo. Penso che ci si dovrebbe confrontare di più con un mercato che sia veramente tale e non con quattro cose fatte in casa. Se poi uno si diverte va bene, ma non si può dire: faccio il calciatore perché tiro quattro calci contro il muro sotto casa.

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