Interlinea inter nos: identikit di Roberto Cicala

Roberto Cicala è tante cose: filologo e critico letterario, collaboratore per “Avvenire” e “La Repubblica”, docente all’Università Cattolica di Milano e del nostro master BookTelling, presidente del Centro novarese di studi letterari, membro del comitato di direzione di “Nuova informazione bibliografica” del Mulino. Dal 1991 è editore, con la sua Interlinea, con cui pubblica soprattutto saggistica, poesia e storie per l’infanzia. Quando gli dico che sono di Lucca, a sorpresa commenta così: “Lo sa che venticinque anni fa pensavo di mettere lì Interlinea?”

Davvero? Peccato non l’abbia fatto!
Sì, stavo quasi decidendo di cambiare città: Lucca mi era piaciuta molto, piccola al punto giusto per uno come me che è sempre stato in provincia…

Ma poi ha vinto Novara.
Sì, inevitabilmente: il legame forte con le radici e la mia famiglia ha fatto sì che le scelte professionali fossero condizionate dalle scelte familiari. Prima c’è quello, dopo viene la passione per la letteratura. Che poi ha riempito tutta la mia vita.

E con questa scelta non aveva paura di rimanere isolato dal fermento editoriale milanese, almeno all’inizio?
Sì, è il lato negativo che resta. Essere a Novara da questo punto di vista è difficile, ma è anche vero che tutto è iniziato volendo riproporre testi legati alla mia formazione e alla mia terra, cosa che altri non volevano fare: l’iniziativa è nata insieme a Carlo Robiglio, compagno di scuola e di vita.

Facciamo un passo indietro. Quand’è che ha avvertito la “vocazione” dell’editore?
A un certo punto ho sentito la necessità di proporre testi che non venivano più ripubblicati. Ne scoprivo molti di grande interesse, scrivevo anche alle case editrici con delle proposte. La maggior parte delle volte non rispondevano, o al massimo dicevano che la pubblicazione non avrebbe raggiunto il numero minimo di copie da permettere una ristampa o un’edizione in tascabile.

E poi?
La molla è stata un autore della mia città, Dante Graziosi. Avevo un libro un tempo molto letto nelle scuole che ormai non si trovava più, intitolato Una Topolino amaranto. Proposi all’autore di ripubblicarlo. E andò bene. Poi una sera, alla birreria Jamaica in periferia di Novara, con Carlo Robiglio ci siamo detti: “Ma perché non pensiamo a un marchio?”

E vi siete lanciati.
Sì, siamo partiti. Abbiamo ripubblicato un’autrice novarese, Marchesa Colombi, con Un matrimonio in provincia. Anche questo libro era stato riproposto da Calvino nella collana Centopagine Einaudi e poi mai più ristampato. Tempo dopo, essendo un grande appassionato di Clemente Rebora, decisi di puntare anche sui suoi testi. Abbiamo iniziato con una serie di ripescaggi, insomma.

Qual è il bello di essere un direttore editoriale?
Sicuramente si può mettere a frutto la propria passione per la letteratura e per i libri. L’incontro con la parola degli scrittori e con la storia degli autori è sempre una grande esperienza, soprattutto sempre nuova, anche dopo trent’anni che la si fa. Di positivo c’è una grande soddisfazione morale.

E di negativo?
La pessima soddisfazione economica: se non si fa l’editore di best-seller, allora bisogna crederci tanto. Il sistema burocratico e distributivo del nostro Paese, d’altronde, non aiuta le piccole realtà che vogliono fare cultura editoriale.

Interlinea vanta molte collane attente ai più piccoli con “Le Rane”. Prima di tutto, perché questo nome?
Deriva dal fatto che Novara è immersa nelle risaie. La rana è un animale simpatico di cui ho dei bei ricordi, perché da bambino mi divertivo ad andarle a prenderle. Con gli amici si facevano le gare: si vedeva quella che saltava di più, si imparava a ipnotizzarle. Tuttora, d’estate, anche in periferia, sento le rane aprendo le finestre di casa mia.

E alla Bologna Children’s Book Fair di quest’anno com’è andata?
A Bologna si va sempre per sentire come va il mercato: è davvero la piazza mondiale dell’editoria per ragazzi. Abbiamo cercato di far vedere i nostri prodotti e le nostre scelte agli italiani, ma soprattutto agli stranieri.

Puntavate su qualcosa in particolare?
Quest’anno abbiamo lanciato una serie tradotta dall’estero dedicata ai cani, Dylan, ed è anche venuto l’autore a presentarla in Italia per la prima volta. Un altro grande successo dell’ultimo anno è Il violino di Auschwitz di Anna Lavatelli, che nasce da una storia vera e di cui stanno iniziando addirittura le prime traduzioni. Devo dire che ha attirato molto anche la grandissima rana di gommapiuma che avevamo allo stand: fatta a mano e in copia unica per l’occasione da un artigiano. Straordinaria!

Interlinea è anche una delle case editrici più autorevoli nel campo della poesia contemporanea. Com’è venuta l’idea di creare la collana “Lyra Giovani”?
All’interno della collana di poesia abbiamo cercato di allargare gli orizzonti, inserendo prima gli stranieri, gli italiani principali e i dialettali. Poi, d’accordo con Franco Buffoni (poeta, traduttore, accademico, e dal 2017 direttore di Lyra Giovani NdR), ci siamo resi conto dell’importanza della scrittura dei giovani: bisognava cercare di capire cosa scrivessero, e dargli valore e rilievo al pari degli affermati. Adesso sono due anni e mezzo che ogni anno pubblichiamo i versi di almeno tre nuovi autori. È faticoso: il mercato non ne vuole sapere né della poesia né dei giovani sconosciuti. Però ci crediamo.

Nei giovani pubblicati finora avete notato delle tendenze comuni?
Sta emergendo una riflessione sul rapporto tra realtà “tradizionale” e mondo digitale, visibile sia nell’ultimo libro di Maria Borio, Trasparenza, sia in Omonimia di Jacopo Ramonda. Abbiamo appena pubblicato anche una suite di un siciliano che è dedicata a Etnapolis, il più grande centro commerciale di Catania, dove tutto è uguale e l’identità si perde: racconta proprio la difficoltà di trovare un’identità nell’oggi.

E che mi dice di Dolore minimo di Giovanna Cristina Vivinetto? Lei e Buffoni vi aspettavate tanto successo? Sta vincendo vari premi.
Quando l’ho scelta, pensavo che la tematica della transessualità unita al suo talento poetico straordinario potesse funzionare bene. In verità ha funzionato più la tematica. Questo da un certo punto di vista è un’ulteriore critica al mercato. Però sì, abbiamo lavorato perché fosse un successo.

Come sta la poesia oggi?
Non così male, in realtà. In casa editrice arrivano ogni giorno da una a due proposte di poesia. Quindi immagini Mondadori quante ne riceve! Il problema è che sono aspiranti poeti, ma non lettori di poesia.

Quindi la poesia c’è, ma non è di qualità.
Esatto, mancano la cultura e la lettura. Noi in Italia cadiamo proprio su questo: il mercato anche a livello generale non funziona perché non ci sono lettori, e non perché i librai siano cattivi o gli editori tutti imbranati.

Che consigli darebbe a un giovane poeta?
Prima di tutto, leggere tanto. Soprattutto gli autori classici, con gli aggiornamenti di chi li cura. Poi, scrivere solo per necessità, se si sente che non se ne può fare a meno. Infine, cercare sempre di trovare una storia o un filo rosso. Penso che tutti siano in grado di scrivere una poesia buona o ottima, ma non un intero libro di versi, che ha il suo crescendo. L’ultimo passaggio è lasciar depositare per diversi mesi i testi. Occorre non guardarli più, per poi riprenderli e lavorare in levare: la poesia che resta è quella che dice senza spiegare e usa poche parole, esattamente quelle necessarie.

Secondo lei ebook e poesia vanno d’accordo?
Sì, possono stare insieme: il libro ormai è sia di carta che digitale. Se pensiamo che fra i gialli Mondadori più letti in ebook, e quindi presumibilmente da giovani, ci sono classici come Agatha Christie, Ellery Queen e Rex Stout, significa che semmai l’ebook aiuta. Di nuovo: non è un problema di supporto, è un problema di lettura.

Lei è sempre stato appassionato di poesia, fin da giovane. Ha mai pensato di pubblicare dei suoi vers… (la domanda viene stroncata)
No, assolutamente! Io non scrivo poesia, non scrivo narrativa: la mia scrittura è solo “servile”, come diceva Calvino. Scrivo saggistica perché sono nato come filologo e critico letterario. Ammetto di aver scritto qualche poesia, come tutti, in gioventù; ma poi mi sono subito reso conto che la mia vocazione erano i libri degli altri. Io credo di essere un mediatore, quindi sono diventato un editore.

Ma com’è l’editore nelle sue normali abitudini di lettura? Intanto vorrei una stima di quanti libri ha in casa.
In casa ho circa 10.000 libri, tutti divisi per camere e per argomento. Ogni argomento è suddiviso a sua volta in base all’ordine alfabetico o per numero di collana, altrimenti non saprei come rintracciare il libro che cerco. E per necessità, non essendo un editore ricco e avendo una casa piccola, spesso sposto le sezioni fra amici e parenti: alcune le ho da mia mamma, altre da mia suocera, dagli amici, dal fratello… In garage ho tutta la parte di letteratura milanese. Solo lì ho fra i 2.000 e i 3.000 titoli. Però ho fatto un patto con la mia famiglia: se aggiungo nuovi libri, come capita tutte le settimane, ne tolgo altri. Va a finire che li regalo alla biblioteca di Novara, oppure li do a mio figlio per venderli su Ebay, così risparmio sulla paghetta!

E i libri li sottolinea?
Sì, li sottolineo! Anzi, devo dire che sono un appassionato di tutto ciò che è la postilla. Di Rebora, per esempio, ho studiato soprattutto le postille ai libri.

E le orecchie alle pagine? Vanno bene o farle è vietato?
Vanno bene. Ultimamente le uso molto, così evito di sottolineare e quando do il libro ad altri non impongo per forza una mia assiologia, una mia scelta.

E la copertina di un libro quanto è importante?
È importante per i best-seller di narrativa. Per altri generi, come la poesia o la saggistica, credo sia più importante la fedeltà alla grafica della collana, che è comunque una garanzia per il lettore.

E i libri li presta o ne è geloso?
No no, li presto. E spesso non mi tornano indietro. Soprattutto i classici: ho amici che me li chiedono per i figli, per la scuola. Capita che abbia le prime edizioni, perché le colleziono per passione. Purtroppo dopo averli prestati, quando li vado a ricercare a distanza di tempo, non li trovo più… a volte neanche mi ricordo a chi li avevo dati.

Vedo che ormai si è rassegnato, lo accetta serenamente.
Ormai è così, va bene lo stesso. Anzi: quando succede, in casa mia sono contenti. Dicono: “Meglio, un libro in meno!”

Roberto Cicala tiene al Master BookTelling la lezione Pubblicare poesia e Interlinea è tra le aziende con cui collaboriamo per l’attivazione dei tirocini.

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