Imago Pietatis. Indagine su fotografia e compassione di Fausto Colombo

“Come alla fine di un viaggio, raccolgo davanti a me i ricordi di questa indagine. Tutto è cominciato con una storia vera, una barca che si rovescia, gente che muore. C’è anche un bambino”

In copertina c’è un Bambino sulla riva del mare al chiaro di luna, dipinto nel 1920. È in piedi, con le braccia e le mani verso il cielo. Sveglio, vivo. Ma non è di vita che si parlerà:

“Il bambino è sdraiato carponi. Il braccio sinistro, l’unico visibile nella fotografia, è appoggiato sulla rena, il palmo della mano rivolto verso il cielo. […] La parte inferiore del corpo è quasi all’asciutto, mentre il suo viso è carezzato dalle onde”.

Lui è Alan Kurdi, il bimbo siriano con la maglietta rossa naufragato nell’Egeo il 2 settembre 2015. È su una spiaggia turca e sembra che stia dormendo.

L’autore non era presente, lo sta osservando adesso, in una foto. Insieme a lui, nell’arco di poche ore, la stessa foto è sotto gli occhi di tutto il mondo. Gli artisti la rielaborano, i giornalisti cercano di ricostruirne la storia e le dinamiche, e tutti, ma proprio tutti, la condividono sui social o la commentano. Nilüfer Demir, di un’agenzia turca, ha solo fatto il suo lavoro: documentare e creare il suo reportage.

Com’è possibile allora che una sola foto, di un solo bambino naufragato, in mezzo a tanti altri bambini che migrano e muoiono ogni giorno, abbia avuto così tanta risonanza, arrivando a modificare – anche se per poco – scelte personali e politiche?

È questa la domanda a cui Fausto Colombo, sociologo della comunicazione e professore di Teoria della comunicazione e dei media presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, cerca di dare una risposta.

Per trovarla, parte dai grandi pensatori del passato – da Walter Benjamin a Charles Baudelaire, da Susan Sontag a Roland Barthes – e dalle loro riflessioni sull’etica di un’arte che mostra la realtà, ma al contempo la nasconde, sul costante dialogo tra fotografia e morte, insito già nel dagherrotipo: il tempo della foto è il passato, la foto coglie l’inanimato dietro l’animato. Continua con riferimenti ad altri scatti che hanno fatto la storia, costellando il testo con immagini in bianco e nero (ma lasciando in nota il link per visualizzarle online).

Alla base della ricerca, non c’è solo la sua conoscenza teorica dell’immagine e della digitalizzazione, ma anche la sua esperienza pratica di spettatore emotivamente coinvolto, che rende il saggio quasi patetico, nell’accezione greca del termine pathos, inteso come impeto drammatico di sofferenza. Ci accompagna nei suoi ragionamenti passo dopo passo, con un linguaggio chiaro e lineare. Ci obbliga a restare invischiati, tanto quanto lui, nell’assurdo legame tra l’orrore della morte e la bellezza della fotografia, tra la ripugnanza del dolore e il richiamo della compassione. E ci lascia immersi lì, a riflettere su noi stessi e sulla sofferenza, palesandoci infine il probabile vocabolo/sentimento chiave: l’empatia.

Fausto Colombo – Imago Pietatis. Indagine su fotografia e compassione

119 pagg., 13,00 euro – Vita e Pensiero 2018, (Transizioni)

ISBN: 9788834335482

Commenti chiusi