“I fumetti ci hanno salvato la vita.” Intervista a Michele Foschini di BAO Publishing

Traduttore letterario, sceneggiatore di fumetti, cofondatore e direttore editoriale della BAO Publishing, Michele Foschini era “nerd quando ti picchiavano per queste cose”, ci dice. La sua avventura come editore indipendente di fumetti è iniziata nel 2009 insieme a Caterina Marietti. Dalla loro collaborazione, che ha saputo coniugare autorialità ed estetica pop, sono scaturiti i fumetti che negli ultimi dieci anni hanno conquistato le librerie generaliste e una comunità di lettori affezionata ed estremamente diversificata.

In che modo è cambiata la percezione della dignità letteraria e artistica del fumetto in Italia negli ultimi anni?

La dignità del medium fumetto c’è sempre stata e non è mai stata messa in dubbio, ma negli ambiti in cui si compra cultura non era particolarmente rappresentata. C’è stato un cambiamento di approccio al formato narrativo: gli autori hanno iniziato a realizzare romanzi grafici perché il loro respiro narrativo è meno quello del feuilleton, della serie, e più quello del romanzo narrativo. Ciò, insieme all’avvento di fenomeni di successo in Italia come quello di Zerocalcare, ha lentamente convinto gli operatori commerciali e culturali della validità del medium.

Che si sviluppino in mondi reali o fantastici, le vostre storie a fumetti raccontano la realtà, al di là della cronaca e dell’attualità. Che cosa rende il fumetto un mezzo così trasversale?

Il fumetto è stato spesso tacciato di non stimolare la creatività poiché fornisce un apparato visivo prestabilito dall’autore. In realtà, proprio così libera nel lettore parte della necessità di riflessione, che invece è interamente ingaggiata nel decodificare l’astrazione della parola scritta nella prosa. È con questa parte di mente libera che il lettore ascolta l’emotività dell’autore. Per questo, per quanto il fumetto funzioni benissimo per raccontare la fantasia, poiché è l’unico medium per immagini a budget fisso, funziona bene con la realtà perché la racconta con una franchezza e in una maniera diretta che neanche i romanzieri in prosa più sublimi riescono sempre a ottenere.

Uno dei vostri scopi è di educare al fumetto, fin da giovani ma anche da adulti. Com’è possibile avvicinare al genere anche i “grandi”?

Si tratta di apprendere un codice visuale: è intuitivo, ma richiede un certo sforzo. Bisogna che il nuovo lettore trovi un tema che consideri rassicurante, perché sia quello a guidarlo nella modalità, rendendo altamente probabile che, se soddisfatto, cerchi qualcosa di simile, senza porsi più il problema che sia a fumetti. Ciò implica per noi la necessità di spaziare molto, perché bisogna cogliere lettori per diversi motivi. Il successo di una serie televisiva basata su una serie di fumetti, come è il caso recente di Umbrella Academy, ha portato molte persone che guardano telefilm a leggere forse per la prima volta un fumetto. Anche un libro autobiografico (come quello in uscita l’anno prossimo di Saviano) o la biografia di un personaggio che interessa molto possono attirare nuovi lettori.

Quest’anno la produzione di fumetti italiani corrisponderà al 35% circa del vostro totale. Quali sfide comporta puntare su un prodotto da creare piuttosto che da importare?

La sfida innanzitutto è saper capire quali temi, quali autori e quali storie per quegli autori, cosa che di solito noi suscitiamo ma non suggeriamo, perché ci piace lasciare gli autori assolutamente liberi. Inoltre, il concetto di editing nel fumetto è molto particolare: mentre nella prosa si può anche rivedere tutto a posteriori, nel fumetto bisogna agire prima che le tavole vengano disegnate e fare solo piccoli aggiustamenti in corso di lavorazione. Per questo diffidiamo di chi ci propone un progetto completo e pensa che per noi sia un plus, mentre per noi è un difetto. Ogni libro ci costa qualche centinaio di ore di editing con gli autori, e mediamente stanziamo due anni per un volume. Su un esordiente italiano bisogna investire per il supporto di editor, grafici e l’organizzazione del tour per tutto l’anno. È un’attività più complessa e a tutto tondo.

Come aiutate i vostri autori a migliorare il loro lavoro, preservando allo stesso tempo la spontaneità delle loro intenzioni narrative?

Bisogna far notare i problemi senza offrire una soluzione, perché altrimenti qualcuno potrebbe o ribellarsi moltissimo o scegliere per comodità di fare quello che gli viene detto e l’opera smette così di essere personale. Per noi sarebbe un’aberrazione imboccare concetti ad autori, soprattutto a quelli che hanno una voce molto riconoscibile. Ho sceneggiato in tutto una pagina in otto anni, a Zerocalcare, una pagina nera di Kobane Calling, perché serviva uno stacco e non sapeva dove metterlo.

Quanto sono state importanti la vostra militanza e capacità di storytelling per il successo di BAO?

Sono state fondamentali. Io ero nerd quando ti picchiavano per queste cose. Da subito Caterina Marietti e io abbiamo deciso di raccontare il processo di creazione dell’oggetto libro per coinvolgere i lettori. A mano a mano che cresceva la consapevolezza che il nostro prodotto sa essere popolare, ma ha piena dignità, cresceva anche l’interesse per come facciamo le cose. Parliamo sempre con grande franchezza di quello che facciamo, e ciò ha funzionato molto, perché ci ha permesso di creare consapevolezza su aspetti (scelta di titoli e materiali, editing) che prima erano negletti. Abbiamo fatto marketing emozionale con mezzi molto semplici: parlando con onestà di cose che ci entusiasmano e trasmettendo quest’emozione. Ogni tanto ci dicono che sembriamo Vincenzo Mollica (per il quale peraltro nutro immensa stima) perché usiamo troppi superlativi per parlare dei nostri libri, ma non è vero, la nostra prosa non è piena di superlativi ripetitivi. Quando ci chiedono: “È mai possibile che sono tutti bellissimi?”, rispondiamo: “Non è che siano così tanti! Secondo noi sì, perché li scegliamo bene”.

E la franchezza viene apprezzata anche dai vostri lettori, affezionati non solo agli autori e alle storie, ma anche agli editori…

Pochi sanno che io sono la voce di Facebook e Caterina di Instagram. È una conversazione costante con i lettori, che viene ricompensata dal fatto che quando qualcuno (molto raramente) ci attacca per qualcosa, prima ancora di notare l’attacco e difenderci, un altro ha già spiegato per noi. Si sono creati degli ottimi anticorpi, vuol dire che abbiamo coltivato bene la comunità.

In un TEDx Talk del 2017, hai detto che sei diventato editore per «essere più di te», più di ciò che raccontavi da sceneggiatore, per custodire le emozioni altrui e condividerle con altri. Cos’è più emozionante condividere e con chi?

La nostra comunità di lettori è estremamente diversificata per religione, orientamento sessuale, identità. Ogni volta che troviamo un libro che offre un punto di vista differente senza voler essere didascalico lo facciamo. Uno dei nostri messaggi è che qualcosa non ti deve toccare direttamente affinché te ne importi. Abbiamo comprato la storia di due autori di Seoul sul sopravvivere alla pulsione del suicidio: tendere una mano nel buio verso persone che non conosci e dire “Se hai fatto questi pensieri, non sei solo/sola” per noi è importante. Perché i fumetti ci hanno salvato la vita. Si scherza sul fatto che le persone alle fiere dei fumetti sono disagiate, ma probabilmente il fatto che siano ancora lì vuol dire che sono state salvate da demoni ben più grossi da qualcosa che dava loro speranza. A tredici anni è normale pensare che siano Batman o Superman a uscire dal fumetto per salvarti. Quando cresci devi scoprire che sono le storie a salvarti, non i personaggi che speri escano dalla pagina.

Quali fumetti hanno salvato la tua adolescenza?

Il fumetto indipendente americano come Bone e Strangers in paradise, che sono fiero di pubblicare, godendo del raro privilegio di poter chiamare amici gli autori che mi hanno formato crescendo. Poi ho scoperto Monsieur Jean, il fumetto della mia vita in assoluto: il protagonista ha un’evoluzione drammatica da perfetto stronzo a persona per bene, e a un certo punto della mia vita ho avuto l’impressione di fare un percorso simile. Sì, lo so, questa verrà scritta alla lettera.

Michele Foschini interviene nel Master Booktelling con la sua testimonianza Social Media Management. Il caso BAO Publishing.

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