“La narrativa deve essere spiazzante. Sempre.” Parola di editor

Giuseppe Lupo a Editoria in progress

Scrittore, saggista, docente di letteratura italiana: Giuseppe Lupo, ospite del primo incontro di Editoria in progress, dedicato al ruolo dell’editor e dell’arte di saper scegliere, ci parla della sua esperienza di curatore di collana in una casa editrice piccola ma dalle idee ben chiare come Hacca Edizioni. E della sua personale idea di letteratura.

Innanzitutto, come mai questo nome per la tua collana, “Novecento.0”?

Facciamo libri che sono usciti nel Novecento. “Novecento.0” fa pensare alla versione di un programma per computer: abbiamo scelto un nome che richiamasse l’idea della modernità, ovvero delle forme, delle strutture e delle modalità con cui vengono concepiti i libri oggi. La nostra è una scelta chiara: ci concentriamo soprattutto su una certa idea di Novecento, quello legato ai temi e alle questioni delle utopie, anche mancate, della ricerca di soluzioni… La letteratura è e deve essere il terreno su cui i problemi vengono affrontati in modo costruttivo, a un livello “architettonico”, direi.

Non un Novecento convenzionale, da canone scolastico, insomma.

Assolutamente. Un Novecento atipico, anzi, nelle forme e nei nomi, un certo Novecento. Abbiamo deciso di partire dagli anni Trenta, che è il Novecento “più moderno”. L’idea, infatti, è quella di ricostruire un percorso della modernità, come si è affermata e quali forme ha assunto. Il tema è questo, per cui non ci occupiamo di testi anteriori agli anni Trenta.

Qual è il tuo approccio, nel momento in cui ricerchi autori o titoli per questa collana e quali fattori influenzano le tue scelte?

“Novecento.0” è sostanzialmente una collana di recuperi. Sono titoli che nascono dall’idea di mettere insieme scritture provenienti da articoli, saggi, testi sparsi, ma con una certa prospettiva. Per quanto riguarda quelli più vicini a noi, pubblichiamo autori come Ferruccio Parazzoli e Raffaele Nigro. Insomma, mettiamo insieme vecchio e nuovo, recuperato e da riscoprire. Per esempio, un libro come Apologia del rischio di Parazzoli (di prossima uscita per Hacca, ndr) nasce come titolo a sé riunendo articoli e proponendo l’idea all’autore. Un altro progetto a cui stiamo lavorando è un libro di Franco Fortini su Kafka. Insomma, il mio lavoro ad Hacca è soprattutto un lavoro di scoperta, di riscoperta anzi,  e quindi, soprattutto, di intuizione.

Oltre a curare una collana per Hacca, tu sei soprattutto uno scrittore e un docente di letteratura italiana. Questi diversi ruoli si influenzano reciprocamente nella tua attività di editor? 

Il mio è un osservatorio particolare, se così si può dire. Io scrivo romanzi, insegno e collaboro, oltre che con Hacca, con diversi giornali. Molti dei libri di “Novecento.0” nascono certamente dall’esperienza dello studio di una serie infinita di riviste, letterarie e non, passate meticolosamente in rassegna. Le riviste sono un grande serbatoio di scritture: manovrandole, puoi intuire dei percorsi e “isolare” determinati libri, o idee di libri.

Nella tua esperienza di editor per Hacca, quale è stato il testo su cui hai dovuto lavorare di più, che ti ha dato, diciamo così, più grattacapi?

Sicuramente Le due tensioni di Vittorini. Un testo complicato, che usciva esattamente cinquant’anni fa, e che è stato difficilissimo da curare, perché nasceva da materiali di recupero assemblati da Dante Isella nel ’67. Lo abbiamo recuperato in quella forma, ma apportandovi ammodernamenti e testi inediti. È stato un testo complicato anche dal punto di vista organizzativo, dato che sulla pagina bianca bisognava operare delle scelte grafiche anche un po’ anomale rispetto al consueto.

Qual è stato, invece, quello su cui hai dovuto lavorare di meno, che ti ha dato meno problemi?

Be’, direi titoli consolidati, come Il nuovo corso di Mario Pomilio, romanzo uscito nel ’59, che abbiamo recuperato così com’era, con estrema facilità. Ma, vedi, non ci limitiamo a riproporre il testo così com’è: lo arricchiamo sempre, con un’introduzione e con altri testi. Il tema interessante, inoltre, è affidare questi testi a dei lettori particolari, d’eccezione, favorendo una lettura anche un po’ provocatoria. Lavoriamo, insomma, su quello che è uno sguardo obliquo, non frontale.

Parliamo di narrativa italiana contemporanea. C’è una tendenza particolare che hai individuato o che intravedi nascere?

Ti rispondo sia come lettore che come autore, ma anche come docente. Nel panorama di oggi vedo una forte presenza di libri che riproducono la realtà, cioè che sono un’esatta fotografia del mondo reale, e che non vogliono essere altro che questo. In questa tendenza intravedo un’operazione un po’ vigliacca, facile, comoda: riprodurre la realtà, infatti, significa dare in pasto ai lettori cose che i lettori stessi ritrovano nel loro quotidiano, e questo si traduce, dal mio punto di vista, in una mancata assunzione di responsabilità. Insomma, si rischia di meno, non facendo altro che duplicare ciò che il lettore già vive di suo e in cui si ritrova: è una narrativa, cioè, che evita di spiazzare il lettore. Io penso, invece, che la narrativa debba essere spiazzante. Sempre.

Chi riesce a “convincerti” di più, nonostante questa sorta di “comodità” di cui parli?

Fermo restando quanto detto sopra, potrei indicarti la prima Silvia Avallone, o Angelo Ferracuti, insomma autori che si muovono nell’ambito del lavoro, della condizione sociale, della lettura della società del tempo. Non scriverei mai un libro come Ferracuti, ma lo rispetto e ho rispetto del lavoro che fa, perché lo fa bene.

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